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Da Murano a Caltagirone, nord chiama sud, si spengono i forni

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Sull’orlo del fallimento il sistema Paese. Il caro energia ha messo in ginocchio migliaia di piccole e medie imprese. Il nostro artigiano è al default. Si chiude. Gas e luce alle stelle, meglio il fermo delle attività.

Il settore ceramico è destinato all’estinzione se non verranno affrontati in modo serio e strutturale queste problematiche”, sostiene Peppe Failla, ceramista, coordinatore di Confedercontribuenti nella città di don Luigi Sturzo

 

di Ettore Minniti

 

Sull’orlo del fallimento il sistema Paese. Il caro energia ha messo in ginocchio migliaia di piccole e medie imprese. Il nostro artigiano è al default. Si chiude. Gas e luce alle stelle, meglio il fermo delle attività.

Al Nord, le vetrerie di Murano per la produzione devono tenere accesi i forni che vanno tenuti a temperatura. Per venire incontro a questa epocale crisi, nei mesi scorsi per prima la Regione Veneto aveva deciso di intervenire con un bando, lo scorso novembre, da tre milioni a fondo perduto. Poi era arrivato il provvedimento del Governo: uno stanziamento, da parte del ministero dello Sviluppo economico, di cinque milioni per il vetro artistico di Murano sotto forma di contributi a fondo perduto destinati a ridurre i costi delle bollette di gas e dell’energia elettrica per il 2022.

Dal Nord al Sud, a Caltagirone si ferma la produzione della ceramica, anche qui nel profondo sud si spengono i forni.

Il settore ceramico è destinato all’estinzione se non verranno affrontati in modo serio e strutturale queste problematiche”, sostiene Peppe Failla, ceramista, coordinatore di Confedercontribuenti nella città di don Luigi Sturzo, “La politica nazionale e regionale è il braccio armato di questo eccidio che a breve non solo porterà a spegnere i forni ma a chiudere definitivamente le nostre aziende. Oggi abbiamo una forte richiesta ma i costi esorbitanti non ci permettono di stare sereni e aumentare i prezzi non sarebbe certo la soluzione per rimediare a questa situazione. Serve intervenire subito non abbiamo più bisogno di parole ma fatti concreti”.

La crisi del settore ceramico ha radici storiche. La concorrenza sleale del nord africa, le politiche economiche e commerciali dell’Europa. Manca in Italia un Piano Industriale in grado di fronteggiare le emergenze globali. Manca la programmazione.

Eppure, la richiesta c’è per un prodotto di nicchia come quello della ceramica d’arte. L’arte antica del plasmare, decorarle con i colori della terra, quel lavoro al tornio che affascina e ammalia è ancora un segno distintivo del Made in Italy, dove la produzione di ceramica è una delle realtà industriali e artigianali più rilevanti. Purtroppo, il caro energia lo ha messo in ginocchio.

“A rischio chiusura circa 120 mila aziende con un indotto enorme di perdita di posti di lavoro”, prosegue Failla, “questo è dovuto principalmente non a una mancanza della domanda o richiesta ma bensì alle difficoltà delle aziende di sostenere gli aumenti (caro spesa energia, materie prime su tutte) mantenendo i prezzi del mercato per essere competitivi o almeno per essere “accessibili” alla fetta commerciale in cui opera. Davanti a questi numeri, una politica degna e umana, si sarebbe riunita attorno ad un tavolo e affrontato la discussione, invece, con la politica becera, indegna, schifosa, criminale, balorda, bastarda, mafiosa e inetta che ci ritroviamo in Italia, costoro, definibili con epiteti non ripetibili, costruiscono su questo malessere la loro campagna elettorale, con proposte spesso insensate o irrealizzabili ma soprattutto propagandistiche, ovvero, prendiamo il vostro voto e poi ce ne freghiamo. Le soluzioni sono più semplici di quanto pensiamo, ma purtroppo la collusione, la corruzione, i conflitti di interesse tra Stato, politica, mafia, multinazionali e attività criminali non lo permettono. Servirebbe una rivoluzione ma non siamo abituati perché spesso per avere un vantaggio personale dal politico di turno, siamo conniventi al sistema”.

Eppure, secondo Failla i rimedi per tamponare o frenare un fenomeno in degenerazione ci sarebbero: “A livello comunale chiedo per esempio la possibilità di modificare il regolamento per utilizzare i pannelli fotovoltaici che potrebbe rappresentare un ammortizzatore importante per le nostre attività. Inoltre, non mi sono mai spiegato a cosa servono ancora determinate accise e soprattutto quanto siano protette le multinazionali dell’energia nello stabilire i prezzi”.

Noi aggiungiamo che sarebbe opportuno destinare una quota della produzione delle rinnovabili a costo amministrato all’industria manifatturiera, commerciale e artigianale.

La tassazione degli extra profitti è argomento del giorno, ma intanto i nostri artigiani devono far quadrare i conti, con un’inflazione ancora in salita. Secondo le stime preliminari dell’Istat, ad agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) registra un aumento dello 0,8% su base mensile e dell’8,4% su base annua (da +7,9% del mese precedente). Sono l’energia elettrica e il gas mercato libero che producono l’accelerazione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (in parte mitigata dal rallentamento di quelli dei carburanti) e che, con gli alimentari lavorati e i beni durevoli, spingono l’inflazione a un livello che non si registrava da dicembre 1985 (quando fu +8,8%)”, spiega l’Istat.

È ineluttabile, quindi, il fermo dei forni non più gestibili per una piccola azienda artigianale perché a rischio di sopravvivenza.