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HomeSìGlobalCos’è il “Jihad?”

di Alessandro Scuderi

Spesso sento parlare o discutere di jihad senza alcuna cognizione di causa degli interessati; la colpa (se di colpa di tratta) non è loro, ma delle cattive informazioni diffuse da certi media, non solo piuttosto superficiali ma, oserei dire, anche di preparazione improvvisata. La conoscenza della lingua e della cultura araba sono di fondamentale importanza al fine di comprendere i messaggi in essa celati. Il jihad ad esempio, non è solo un termine, non è solo un concetto, è piuttosto una dottrina insita in un contesto articolato, costituito da molteplici aspetti. Il  jihad dunque, si pone al centro della storia e della civiltà islamica, potremmo dire che ne è il nucleo, epicentro e baricentro. Una dottrina talmente salda e determinante che da quando venne elaborata, ovvero nella “giurisprudenza dottrinale” del VII e IX secolo, non ha mai subìto cambiamenti o aggiornamenti. Sostanzialmente il jihad è il procedimento oggettivo con il quale si pone l’individuo nelle condizioni di accettare l’Islam; per comprendere meglio tale ragionamento è necessario, appunto, conoscere bene la lingua araba ed i messaggi subliminali che essa palesa nel complesso gioco “parola-gesto”, ereditato a larghe mani dalla gente del meridione d’Italia e più diffusamente in tutta l’area mediterranea ove gli arabi hanno esteso il loro dominio.

Letteralmente  jihad significa “sforzo”, ma il termine ha due definizioni, o meglio due differenti connotati letterali; esiste infatti un jihad positivo con finalità bonarie, che potremmo definire Jihad pacifico, ossia incline alla composizione bonaria delle parti. Meglio ancora se si considera come una benevola azione di convincimento, detta “dawa”, che mira a chiamare a sé, in seno all’Islam, i non musulmani. Ciò avverrebbe per tramite di una azione incline al ragionamento ed alla persuasione, ma con evidenti finalità di indottrinamento. Se a tale opera di convincimento ci si oppone o si reagisce, allora il termine cambia e diventa “jihad el kitai”…”il jihad della guerra”. Ma che significa in pratica? Significa che le terre degli “infedeli” possono essere loro sottratte ed insieme ad esse tutte le proprietà e financo le loro mogli e così via. Quando l’Islam ha posto in essere questa pratica, il jihad diviene il sistema con cui l’Islam si interfaccia con la vita e la stessa esistenza degli altri. Nel mondo arabo o musulmano vengono attuati differenti sistemi di coercizione, ma se invece trattasi di infedeli, come gli ebrei, i cristiani, i buddisti, ecc. allora si applica il jihad el kitai. E’ questa la quintessenza della natura stessa del Jihad e contrassegna intimamente l’anima dell’Islam fin dalla sua origine, sin dai tempi di Maometto.

Mi rendo perfettamente conto che certi concetti possono apparire complessi, ma per meglio illustrare la filosofia esistenziale dell’Islam basti pensare che nel passato si riteneva (ma lo si applica anche al giorno d’oggi) che lì dove  gli zoccoli dei cavalli si sono posati su un terreno, esso è diventato di proprietà islamica. Questa è la ragione, nella visione musulmana, per la quale la Spagna dovrebbe ritornare all’Islam, la Sicilia dovrebbe ritornare all’Islam, larghe aree nei Balcani su fino a Vienna, dove i musulmani vennero sconfitti nel 1683, dovrebbero tornare all’Islam, in quanto una volta erano sotto la sua occupazione.

Il marcato antagonismo, o se si vuole, contrasto religioso da parte dell’Islam nei confronti dell’ebraismo e del cristianesimo, è saldamente vincolato nel Corano; ma a cosa è dovuto ciò? Vi è una ragione ben precisa…

Quando Maometto iniziò la sua predicazione, l’ebraismo era una religione rivale, non venne considerata semplicemente un’altra religione;  non è concepito nell’Islam il concetto di differente opinione o di differente fede. Ed è proprio la religione, in quanto tale, la fonte del costante contrasto dei musulmani contro ebrei e cristiani, o chiunque altro infedele. Sarà manicheismo, sarà presunzione, per me resta un mero fatto di cultura teologica assunta per quello che è, ed in quanto tale incompatibile con lo stato di diritto.  

L’Islam, ad esempio, soffre di una sorta di ossessione dell’ebraismo;  da secoli ormai, l’Islam e i musulmani sono pervasi da un odio irragionevole, ma ben tramandato e diffuso. Probabilmente essi sono come turbati dall’ebraismo, nonostante riconoscano in Abramo il progenitore comune, di tutte e tre le religioni monoteiste.  In realtà l’attrito nasce dall’accusa mossa a Maometto da chi, tra i suoi detrattori, lo ritenne responsabile di avere concepito il Corano come una copia delle fonti ebraiche.

Cercherò di spiegare meglio questa tesi che faccio mia, ma che di fatto trae origine da un approfondito studio ed una accurata analisi del Professor Mordechai Kedar, dell’Università Bar Ilan, ritenuto uno dei massimi esperti di lingua araba e di Islamismo al mondo.

Proprio la profonda conoscenza della lingua araba,  consente di recepire i significati più reconditi ed espressivi della stessa; altrimenti non sarebbe possibile comprenderne le sfaccettature. Tale conoscenza permette di analizzare e tradurre il vero senso delle parole e dei messaggi.

La parola, “asatir al awalin”, ad esempio, significa “le favole degli antichi”, o “le storie dei primi”; “Asatir”, di fatto è il plurale della parola “ushtura”, che a sua volta significa favola o storia. Questa fu una tra le accuse scagliate dai Meccani contro Maometto; difatti quando lo sentirono parlare del mondo creato in sette giorni, di Adamo ed Eva, di Noè e dell’Arca e del diluvio, di Abramo e Giacobbe, di Gesù Cristo e di Giovanni, insorsero in una vera e propria rivolta. Personalmente ritengo che già da questa frattura nacquero i presupposti della lotta fratricida, tutt’ora in corso, tra Sciiti e Sunniti., che sarebbe deflagrata dopo la sua morte.

Il popolo della Mecca, dunque, accusò Maometto di avere trascritto il Corano attraverso le storie e le tradizioni, anche orali, degli antichi; e gli antichi ovvero coloro che precedettero di millenni i musulmani, non potevano che essere gli ebrei. Si tenga a tal riguardo presente che stiamo parlando di ostilità tra le tre religioni monoteiste. Contestualmente non possiamo evitare di considerare che allorquando l’Islamismo ebbe origine, il calendario ebraico contava già 4340 anni, l’ebraismo religioso, ovvero la costituzione del popolo ebraico, ne aveva già 2.279….

Maometto venne, quindi, indicato come un contraffattore, il quale aveva sottratto la sintesi religiosa dalle già antiche tradizioni ebraiche e cristiane per surrogarle ed adattarle alla fede Coranica; tale accusa generò in Maometto una vera e propria frustrazione o senso di colpa, dalla quale doveva ad ogni costo mostrare l’antitesi. Divenne perciò primario dimostrare ai Meccani che l’Islam fosse una religione originale, indipendente e opposta alle altre. Per tale motivo divulgò il concetto che l’Islam è la religione della verità, mentre l’ebraismo e il cristianesimo sono religioni della falsità. Non a caso, nel Corano gli ebrei sono descritti come i diretti discendenti di scimmie e maiali, nonché come i più pericolosi oppositori dei musulmani. Gli ebrei sono coloro i quali uccidono i profeti, ed è facile intendere che tale accusa è presa direttamente dal cristianesimo. Secondo l’esegesi generale del primo capitolo del Corano, gli ebrei sono coloro sopra i quali risiede l’ira di Allah, mentre i cristiani sono coloro i quali si sono smarriti.

Un altro termine, alquanto mal compreso,  oggetto di studio, è la parola “salam”, che viene infatti tradotta con il significato di “pace”.  Nessuno, o quasi, spiega quale sia la definizione esatta del concetto di “pace”, per gli islamici.  La parola, così come è intesa in occidente, o “shalom” in ebraico, non è esattamente identica concettualmente alla parola “salam” in arabo. “Salam” in arabo significa “tregua”. Potrà anche essere negoziata, potrà anche essere documentata, ma è pur sempre solo una tregua. E come tale ha una durata, con un termine.

Il concetto può, semplicisticamente, essere spiegato così: “Tu ti trovi qui, io mi trovo là, non ci scambiamo nulla, non ci abbracciamo, non ci sposiamo, io vivo nel mio luogo, tu vivi nel tuo, questo è il confine tra me e te. Tu ti prendi cura di te stesso e io mi prendo cura di me.”  Non è altro che questo il significato, nudo e crudo, del concetto di “salam” in arabo; naturalmente è solo questo ciò che si potrà ottenere nel Medio Oriente, perché è l’unica mediazione o soluzione applicabile. E’ una semplicissima questione di cultura, questa hanno e questa applicano; e non si potrà mai  esigere , che concepiscano il concetto di “pace” così come lo intendiamo noi, per il semplice motivo che la loro cultura non è la nostra cultura. Non è una mera questione di migliore o peggiore, ma piuttosto di conoscenza.

Nella conoscenza islamica,  è questa l’unica modalità di pace che può essere applicata, perché gli appartiene. La “tregua/pace” viene ottenuta quando una delle due parti rinuncia a confliggere con  l’altra, solo perché a quest’ultima si riconosce una forza superiore che potrebbe mettere pericolosamente in dubbio la propria sopravvivenza; quindi si pongono le condizioni di una pace temporanea.  Questa pace, questa tregua, proseguirà fino a che la parte avversa manterrà una superiorità militare ed economica maggiore. Ma non appena tale superiorità dovesse venire meno, il musulmano si sentirà in obbligo morale ed etico di attaccarla.

Questa mentalità, questo modo di agire, si basa su un episodio posto in essere proprio da Maometto;  
siamo, dunque nell’anno 628. Sei anni prima, ovvero nel 622, Maometto emigrò dalla Mecca a Medina; tale  il cambiamento di sede è noto come l’Egira. Egli organizzò, dunque, una sorta di piccola armata il cui scopo era quello di occupare la Mecca. Tale progetto era già ben conosciuto dai Meccani i quali organizzarono un’armata ben più numerosa e meglio armata. Allorquando Maometto scese da Medina alla Mecca, le due armate si fronteggiarono nei pressi di un insediamento, o piccolo villaggio, chiamato Hudaybiyyah. All’occhio attento del Profeta non sfuggì di certo che le proprie forze non avrebbero mai potuto avere ragione dell’avversario, quindi pensò bene che sarebbe stato opportuno non cercare lo scontro, il cui esito sarebbe stato a lui fatale. Trovò più conveniente sedersi e trattare con i Meccani,  e così venne siglata una tregua, appunto, che avrebbe dovuto garantire la pace tra le parti per un periodo di  nove anni, nove mesi e nove giorni.

Trascorsi due anni senza che Maometto avesse mai violato l’accordo, i Meccani commisero un errore fatale; ritenendo che egli avesse mantenuto l’impegno preso, abbassarono la guardia,  tornando ai loro affari e disimpegnandosi dalla vigilanza. Ma sempre all’occhio attento del Profeta, non sfuggì nemmeno tale debolezza e decise di attaccare la Mecca con il proprio esercito, che nel frattempo aveva rafforzato. Uccise tutti gli uomini, schiavizzò le loro donne ed impose la propria superiorità. Così venne sancita la fine della pace che era stata stipulata. Avvenne nel 630, dopo solo due anni la firma del trattato.

Questo episodio segnerà indelebilmente coscienza e conoscenza islamica; i musulmani faranno propria questa lezione,  sia che siano Sciiti o che siano Sunniti. In realtà i musulmani assimileranno due concetti base da questo evento:

  • ll primo decreta che se non puoi sconfiggere gli infedeli, potrai concedere ad essi una pace temporanea, così come fece Maometto, che è considerato infallibile.
  • Il secondo è che se Allah, ti mette nelle condizioni di potere eliminare gli infedeli, anche se durante il periodo di tregua stabilito. Quindi, il trattato di Hudaybiyyah rappresenta il perfido procedimento attraverso il quale i musulmani concedono una falsa agli avversari, se questi sono troppo potenti e pericolosi da affrontare.

Ecco, in estrema sintesi, quello a cui possiamo ambire, ed è questo ciò che qualsiasi trattato di pace si possa formalizzare, potrà ottenere. Una tregua, non la pace.

Prendiamo ad esempio il trattato siglato  tra Israele e l’Egitto nel 1979, costato ben 18 mesi di negoziati. Appena un anno prima, nel 1978, Sadat si rivolse ai notabili di Al Azhar, la suprema autorità sunnita, per chiedere loro se poteva fare la pace con Israele. Siccome erano al corrente dell’iniziativa ed erano stipendiati da lui, capirono al volo cosa volesse, quindi gli confezionarono una fatwa di tre pagine nella quale gli permettevano di fare la pace con Israele così come il profeta Maometto aveva fatto la pace con i Meccani a Hudaybiyyah. La sola menzione di Hudaybiyyah significa che si sarebbe trattato  di una pace temporanea, e che la stessa sarebbe durata solo fino a quando gli israeliani saranno troppo forti, troppo pericolosi e invincibili.

La pace con l’Egitto si basa su questo presupposto. Niente di più, niente di meno.  Anche con gli “Accordi di Oslo”  del 1993, si ottenne una tregua, d’altronde lo stesso Yasser Arafat non lo ha mai nascosto. Egli lo dichiarava ogni volta che poteva farlo, che i trattati di Oslo erano come la pace di Hudaybiyyah, e che quando il tempo fosse arrivato, Israele sarebbe stato attaccato di nuovo.  Difatti, puntualmente come aveva predetto, non appena Israele smantellò lo stato cuscinetto con il Libano (maggio del 2000), lasciando di fatto la valle della Bekaa, il Capo dell’ O.L.P. capì che Israele era debole e vulnerabile, almeno in quella fascia di territorio, e così decise di dare inizio alla Seconda Intifada. Questa fù la  Hudaybiyyah con i palestinesi, i quali non hanno mai realmente inteso ottenere una pace vera, ma solo una pace temporanea. Quando la Seconda Intifada fallì nel suo intento, Arafat chiese un’altra tregua, mai la pace.

Viene spesso fatta una distinzione tra l’Islam moderato e l’Islam radicale. Non penso che questa distinzione sia legittima. L’Islam è una religione che si basa fondamentalmente su tre fonti testuali, il Corano, gli hadith  (la tradizione orale) e la Sira (la biografia del profeta). Esiste solo un Corano, non c’è un Corano moderato e un Corano radicale, esiste una sola versione  di hadith e una sola biografia di Maometto. Nel Corano abbiamo versetti che sono moderati come “Non deve esserci imposizione nella religione”, ma ne troveremo di altri che fanno riferimento all’imposizione e al jihad. Anche gli hadith sono costituiti da tradizioni che invitano a un approccio moderato nei confronti degli altri e della vita, mentre ve ne sono di altri che incoraggiano il jihad e lo spargimento di sangue. La stessa cosa avviene con la Sira. Ci sono episodi nella vita di Maometto che mostrano che fosse un uomo moderato e ci sono altri episodi che lo mostrano come un estremista.

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