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Confedercontribuenti non abbassa la voce. Non ci puo’ essere rilancio se si lasciano morire le imprese.

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Di Antonello Longo

direttore@quotidianocontribuenti.com

La Confederazione Nazionale delle Imprese e dei Contribuenti, man mano che vede crescere credibilità ed attenzione attorno alla propria opera, si trova a volte a dover fronteggiare un certo clima di fastidio e intolleranza. Da ultimo, per fare un esempio, ne hanno dato prova, in un recente confronto televisivo, Trefiletti della Federconsumatori ed il giornalista Cecchi Paone, che hanno perso il controllo di fronte ai rilievi critici avanzati dal presidente di Condercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, alla manovra di bilancio presentata dal governo, che non sembra aver compreso appieno la drammaticità delle condizioni in si sono venute a trovare milioni di famiglie e di operatori economici di fronte all’emergenza sanitaria.
Ma queste reazioni sono da mettere in conto quando si ha l’abitudine di dire senza perifrasi le verità più scomode. Forse non è piaciuto sentire che anche in piena emergenza, quando si superano le procedure ordinarie per l’affidamento di lavori e forniture, è necessario ottimizzare le risorse, che sono in atto forti speculazioni perfino sull’approvvigionamento dei tamponi e sull’uso delle ambulanze.
Ma ancora più gravi sono il sabotaggio e l’intimidazione, che riguardano il codice penale, come l’hackeraggio sistematico che sta subendo Carmelo Finocchiaro sui suoi account social, da quando ha intrapreso, con la sua Confederazione, battaglie forti, con proposte concrete, su questioni specifiche, come la gestione delle aste giudiziarie o il mercato dei debiti in sofferenza, che toccano interessi speculativi ben precisi e determinati.
Confedercontribuenti non sta né col governo né con l’opposizione, è un’organizzazione di categoria che rappresenta e difende gli interessi e la vita delle famiglie e delle imprese, cioè della grandissima parte di popolazione che con il lavoro, il rischio, il sacrificio quotidiano, senza rendite di posizione e grandi profitti, costituisce la parte preponderante (e già questa è un’ingiustizia sociale) del gettito fiscale che sostiene lo Stato.
E’ certamente vero che il governo Conte bis, sotto la spinta dell’emergenza sanitaria e grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio dettati dall’Europa, ha spostato fin qui la più grande massa di spesa in debito che la storia italiana ricordi. Ed è vero che questo governo ha potuto e saputo contrattare in sede europea un ingente apporto di risorse, in parte a fondo perduto, da impiegare nella ripresa dell’economia negli anni venturi. Tuttavia è necessario che lo Stato metta a punto, prima di spendere, una scala di priorità dettata dai bisogni reali
del Paese e non dalle esigenze, pure legittime, di questa o quella parte sociale o politica.
Perché l’economia possa essere rilanciata nel prossimo futuro, è pregiudiziale, nell’immediato, non far morire le imprese. Senza consentire alle aziende piccole, medie e micro di non fallire o di non chiudere volontariamente i battenti, i bonus e le altre misure diventano spot pubblicitari.
Nel bilancio dello Stato per il 2021 viene affrontata in modo troppo timido la grande questione fiscale che schiaccia l’impresa, è particolarmente grave che non sia stao disposto il rinvio delle scadenze fiscali, anche per le rate scadute, nemmeno è stata presa in considerazione la possibilità di far rientrare gradualmente, “in bonus” le esposizioni debitorie più esposte.
Un filo di speranza viene dalle dichiarazioni della Viceministra Castelli, che ha prospettato il rientro delle indispensabili ulteriori proroghe nel maxi- emendamento che, come d’abitudine, lo stesso governo finirà per presentare in Parlamento.
Non abbasseremo la guardia né la voce.

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