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Concessioni balneari. L’accordo trovato è solo una tregua

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Malgrado le intese raggiunte la strada per l’approvazione definitiva della legge sulla concorrenza e il mercato e dei successivi decreti delegati è ancora lunga. Oltre alla questione degli indennizzi ai “balneari” che perderanno le gare, dalla delega al Governo sono spariti i riferimenti all’avviamento dell’attività, al valore dei beni, a perizie e scritture contabili, che erano stati oggetto della mediazione condotta dal viceministro dello Sviluppo economico, Gilberto Pichetto, ma non soddisfano Lega e Forza Italia

di Loan

Le ragioni dell’equità e il senso della misura, si sa, fanno alquanto difetto dalle nostre parti. Così, in un Paese di proprietari di casa, è giusto che i cittadini vengano rassicurati sul fatto che l’aggiornamento dei valori catastali possa causare, aumentando la stima del loro patrimonio, un aumento della pressione fiscale. Tuttavia quanti alzano le barricate sul concetto stesso di revisione del catasto dimenticano che dall’attuale disallineamento tra valori catastali e prezzi di mercato nascono notevoli disuguaglianze – proprio sul terreno della pressione fiscale – tra Nord e Sud, tra le diverse aree del Paese, interne, urbane, costiere; a volte anche all’interno dello stesso centro abitato. Le zone costiere di Sardegna, Toscana e Liguria, le grandi città come Roma e Milano sono le più avvantaggiate da un sistema catastale che privilegia i proprietari di immobili situati in zone turistiche e nei centri produttivi, cioè proprio i territori più ricchi che dovrebbero dare un contributo più consistente al sistema tributario.
Un ragionamento analogo merita la “vexata quaestio” delle concessioni balneari. Sono passati 14 da quando, in sede europea, la famosa “Direttiva Bolkestein” ha prescritto che le concessioni balneari debbano essere attribuite attraverso procedure di evidenza pubblica, ma in Italia la questione è rimasta appesa alla non-decisione della politica fino ad oggi. Ora però la necessità di approvare una legge annuale sulla concorrenza ed il mercato per poter accedere ai fondi del Next Generation EU, e dare quindi attuazione al Pnrr, impone di sciogliere anche il nodo delle concessioni balneari e questo ha causato un lungo braccio di ferro tra le forze politiche che sostengono il governo Draghi, rallentando l’iter di approvazione del disegno di legge.
Un braccio di ferro che, in buona sostanza, si è risolto – more solito – con un rinvio, anzi una serie di rinvii. L’accordo trovato dalle forze di maggioranza prevede, infatti, di rinviare l’espletamento delle gare pubbliche al 2023 e, in qualche caso, anche al 2024, concordando che i gestori di stabilimenti balneari che non dovessero riuscire ad aggiudicarsi le gare dovranno essere risarciti con un indennizzo. I criteri per determinate la misura di questi indennizzi, però, sono stati demandati al governo, che dovrà determinarli con appositi decreti entro quest’anno.
Viene da chiedersi se riconoscere un indennizzo, quasi un risarcimento danni – ai “balneari” che non dovessero più confermarsi titolari delle concessioni, per non avere vinto le relative gare di assegnazione, realmente corrisponda ad principio di congruità e di equità.
La risposta ad una simile domanda è che bisogna trovare il modi di fare dei distinguo. Non sono pochi coloro che, in tutte le regioni d’Italia, continuativamente per lunghi decenni, hanno lucrato su beni demaniali, cioè beni comuni che non potrebbero essere sottratti alla fruibilità dei cittadini, considerandoli, di fatto, alla stregua di proprietà personali, sottraendoli all’uso pubblico e, non di rado, producendo danni anche irreversibili all’ambiente naturale. E tutto questo a fronte di canoni annui quantomeno risibili.
Penso, per esempio, al lido di Ostia, con lo scandalo di chilometri e chilometri di muri continui che impediscono non solo l’accesso alla spiaggia ma perfino la semplice vista del mare. Penso alle tante costruzioni in cemento, alle spianate d’asfalto per fare parcheggi laddove c’erano dune di sabbia. e sono state costruite strutture permanenti in cemento.
Il giro d’affari dei 26.689 concessionari dei litorali italiani ammonta, secondo le stime del Centro studi Nomisma, a 15 miliardi di euro l’anno. Attualmente il 70% dei concessionari paga un canone annuo inferiore ai 2.500 euro e l’ammontare annuo complessivo dei canoni concessori è pari a 115 milioni di euro (fonte Autorità per la Concorrenza). Si tratta quindi di un rapporto pari ad un euro di concessione ogni 100mila euro di fatturato. E, dal 2007 ad oggi, rimangono ancora 235 milioni di euro di canoni non riscossi (e qui si parla soltanto di gestori che dichiarano correttamente al fisco il dovuto sui loro incassi).
Un vip come Flavio Briatore per la concessione sulla quale sorge il famoso “Twiga beach” di Marina di Pietrasanta, dove per entrare occorrono da 300 a 1.000 euro al giorno, paga un canone annuo di appena 17.169 euro. Facciano i nostri lettori il conto di quanto incide il costo della concessione in rapporto al fatturato.
In definitiva è opportuno tenere nel giusto conto le circa 12mila aziende a conduzione familiare cui può essere riconosciuto un equo indennizzo per aver apportato migliorie senza danneggiare l’ambiente e per la perdita di una fonte di sostentamento. Soprattutto vanno tutelate le migliaia di addetti, lavoratori stagionali, che lavorano negli stabilimenti, cosa per fare la quale basta prevedere apposite clausole nei bandi di concorso.
L’Unione Europea è stata chiara nel diffidare l’Italia: «I cittadini e le imprese hanno diritto a una procedura trasparente, imparziale e aperta nel decidere a quale attività commerciale dovrebbe essere assegnato il diritto di utilizzare il suolo pubblico (in questo caso le spiagge) per offrire i propri servizi». In mancanza la Commissione Europea potrebbe confermare la procedura d’infrazione avviata nei confronti dell’Italia nel 2020 e ribadita nel novembre 2021. E c’è il precedente del Portogallo, cui è giunta una diffida dell’UE per avere approvato una normativa che favorisce i concessionari uscenti.
Malgrado gli accordi raggiunti la strada per l’approvazione definitiva della legge sulla concorrenza e il mercato e dei successivi decreti delegati è ancora lunga. Oltre alla questione degli indennizzi, dalla delega sono spariti i riferimenti all’avviamento dell’attività, al valore dei beni, a perizie e scritture contabili, che erano stati oggetto della mediazione condotta dal viceministro dello Sviluppo economico, Gilberto Pichetto, ma non soddisfano le esigenze (elettoralistiche?) di Lega e Forza Italia. Si tratta dunque, soltanto di una tregua.
Ciò che importa ai cittadini è, tutele e garanzie vengano assicurate a vantaggio della collettività, piuttosto che a favore di speculatori monopolisti.