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BELLINI, FLORIMO, E LE LETTERE PERDUTE…

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Il nuovo lavoro di Carmelo Neri, noto biografo belliniano, che “assolve” Francesco Florimo dalle molte colpe ingiustamente attribuitegli in merito alla prima pubblicazione dell’epistolario del “Cigno di Catania”

 

di Franco La Magna

 

E’ uscito in questi giorni in libreria un nuovo, pregevole lavoro di Carmelo Neri – noto studioso belliniano – dal titolo “Lettere di Vincenzo Bellini a Francesco Florimo (1828-1835)”, prezioso volume di 400 pagine (Algra Editore), preceduto da una illuminante prefazione dello studioso di Atene Constantine P. Carambelas-Sgourdas. Oggetto di questa nuova ricerca la fitta corrispondenza fra i due artisti, che, divenuti amici fraterni fin dal tempo dei loro studi a Napoli, ebbero continui rapporti epistolari, durati per circa otto anni, intrecciando uno scambio di lettere iniziato a seguito dell’allontanamento di Bellini dalla città partenopea, ingaggiato per creare un’opera da rappresentare al teatro della Scala di Milano. Una corrispondenza interrotta soltanto a causa della prematura morte, in terra di Francia, del “Cigno di Catania”, stroncato nel pieno della carriera artistica a soli 33 anni.

Per quanto le lettere al Florimo, finora conosciute, siano “soltanto” centodieci, un numero non strabocchevole, da esse emerge con chiarezza la grande, profonda e leale amicizia per entrambi proficua, ma in particolare per lo stesso Bellini, che trovò in Francesco un amico competente, fidato, pronto a esaudire tutti i suoi desideri e capace di assolvere per suo conto compiti difficili e di estrema delicatezza.

L’autore di questa nuova edizione (che per la prima volta contiene lettere del compositore indirizzate a un solo destinatario), rendendo un buon servizio al lettore, ha inserito fra le note una messe notevole di chiarimenti, indispensabili per la conoscenza d’una verità spesso difficile da individuare e con pazienti ricerche ha indagato – con perizia e pazienza da entomologo – molti punti dell’epistolario finora rimasti inspiegabili, includendo frequenti chiarimenti linguistici, illustrazioni, cronache e testimonianze del passato e testi inediti. Tutti ingredienti di un lavoro accuratissimo, destinato a durare nel tempo, che getta nuova luce sui tanti studi del compositore etneo.

Di sicuro interesse appare la lunga introduzione, ricca di novità, scritta dallo stesso Neri che dimostra, apportando prove convincenti, come il vecchio Florimo, durante la preparazione dell’epistolario belliniano, poi inserito nel volume “Bellini – Memorie e lettere”, si sia ingenuamente fatto sostituire nel controllo e nella revisione dei testi da un giovane di scarsa esperienza, Michele Scherillo (questo è il nome dell’improvvisato collaboratore), che nel trascrivere le lettere belliniane prima che fossero stampate, sicuro di poter lavorare a briglia sciolta, si sia reso responsabile di errori grossolani, a partire da un deprecabile ammodernamento del linguaggio, con arbitrarie modifiche di parole e di frasi, di tagli inopportuni e di una serie di deprecabili brutture.

Occorre però considerare, precisa Neri, anche il rovescio della medaglia: a conti fatti, l’intervento di Scherillo fu provvidenziale, perché ebbe il merito di invogliare Florimo a far stampare le lettere di Vincenzo da lui possedute, che in principio non intendeva affatto pubblicare, a causa di contenuti che avrebbero potuto recare un danno morale ai parenti ancora in vita delle persone in esse citate. In altri termini, se non ci fosse stato Scherillo, avremmo quasi certamente perduto gran parte delle lettere divulgate nel 1882.

In merito poi all’antica favoletta sulla distruzione da parte del Florimo di alcune centinaia di lettere di Bellini “bruciate”, la cui mancanza più consistente si colloca nel quinquennio 1829-1834, cioè nello stesso periodo in cui il musicista fu in relazione amorosa con Giuditta Cantù, moglie di Ferdinando Turina, Neri osserva che quel legame con una donna adultera preoccupava molto il compositore, e di ciò si ha prova certa. Pertanto, temendo lo smarrimento dei suoi scritti, aventi talvolta contenuto troppo confidenziale, non è escluso che Bellini stesso abbia pregato Francesco di distruggerli dopo la lettura.  Una tale cautela da parte del “Cigno” sembra molto probabile e giustificata, perché se una sola di quelle lettere per un malaugurato incidente fosse finita in cattive mani, qualcuno avrebbe potuto approfittarne per danneggiarlo, innescando uno scandalo dalle imprevedibili conseguenze.

Perché dunque, si chiede Neri, accusare solo Florimo di aver dato alle fiamme importanti documenti, se Bellini stesso ha fatto la stessa cosa, distruggendo anch’egli le centinaia di lettere ricevute dal più caro dei suoi amici? Forse non sarebbero state altrettanto utili agli studiosi per ricavare in modo indiretto tantissime informazioni di interesse biografico sul compositore etneo e sulla sua attività artistica? In conclusione, l’assoluzione dello studioso belliniano del tanto bistrattato Francesco Florimo appare piena e incontrovertibile, anche alla luce dello stesso comportamento tenuto da Bellini, sul quale grava la medesima colpa.