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Attenti al pericolo “dementocrazia”

scritto da Carmine Castoro e pubblicato su democratica.com

Forse ha ragione il filosofo Paolo Ercolani a dare attenzione a eventi storici internazionali che non hanno suscitato grande clamore o sedimentato memorie collettive nel tempo, ma che hanno avuto una funzione cruciale, delicatissima nella costituzione di un apparato tecno-finanziario che giustamente, e con echi sinistri per la contemporaneità, egli vede alla base di quella che in Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa (Marsilio, pagg. 333, euro 16) – libro di entusiasmante limpidezza, fascinosa erudizione e pacato ribellismo – definisce come una “dementocrazia” o mondo “misologo”: sistema politico, cioè, quello che ci imbozzola e ci manda in ebollizione, che ha in odio il Logos, che ha dimenticato diritti e razionalità a favore delle superfici lisce e oleose della comunicazione più onnivora, abdicando quasi definitivamente a favore di un tremendo culto del profitto, dell’irrilevante e del falso.

E allora, è giusto ricordare lo spappolamento dell’impero sovietico e il fragoroso tracollo del comunismo reale avvenuti nel 1989, o il micidiale 11 settembre del 2001 con l’attentato alle Twin Towers e lo spalancarsi di una universale guerra al terrorismo; ma che dire del Powell Memorandum del 1971? Lettera confidenziale che l’aspirante giudice alla Corte Suprema degli Stati Uniti, Lewis Powell, invia al presidente del comitato Educazione della Camera di commercio USA come chiamata agli scudi a favore di quel “sistema della libera impresa”, ovvero il capitalismo tout court, che, a suo dire, sarebbe stato sotto attacco ad opera di una minoranza fastidiosa di intellettuali, artisti e opinion maker, e che invece andava salvato e puntellato con un’azione combinata di politica e pedagogia, addirittura. E che dire della Trilaterale del 1975? Commissione voluta dal miliardario Rockefeller composta dal gotha politico-finanziario della triade Europa occidentale-Giappone-Stati Uniti, che redige in quell’anno un report in cui chiarisce i suoi dettami per una buona “governabilità delle democrazie”, ovvero pieno lasciafarismo alle elite che dominano in nome dell’efficienza e del guadagno senza lacci e ritirata dignitosa nel regno dell’”apatia” e del “disimpegno” da parte di alcune categorie sociali – leggasi i neri – che avanzavano pretese di uguaglianza troppo marcate. E non è una data importante anche quel 1935 in cui uno dei fondatori della Scuola di Chicago, Frank Knight, riporta l’uomo al vero consorzio che dovrebbe abitare, ovvero i meccanismi impersonali e funzionalisti del mercato vissuto nel suo aspetto “non morale” ma come il rapporto di cooperazione più reale che ciascuno deve intrattenere coi suoi simili? Cosa che ribadirà decenni dopo il teorico Von Hayek quando farà capire all’uditorio mondiale che aspirare alla giustizia sociale, chiedere l’assistenza dello Stato, battersi per un grado maggiore di simmetria fra le classi è addirittura foriero di totalitarismo e di preoccupante ingerenza di organismi super partes di controllo, mentre le leggi economiche garantirebbero a tutti partecipazione, affermazione e libertà amplissime, come in un meraviglioso regno dei fini perfettamente raggiunto e autoregolato.

Ecco, fa benissimo il docente di Urbino a farci capire che costellazioni di ideologie striscianti, strategie e governance sono penetrate nei gangli costituzionali di tanti Paesi che astrattamente e genericamente si dicono “democratici”, ma che di fatto furono e sono proni agli imperativi inderogabili del mercato e del neoliberismo più furibondo, del disprezzo dei deboli e dell’accumulazione di ricchezza, della inciviltà delle oligarchie  e del primato della moneta come ostia salvifica per tutti, ma solo apparentemente, e in regimi di rara impercepita violenza. Quella violenza che, ingranata sulla società dello Spettacolo, il gossip, la futilità esportata quotidianamente dalle “celebrità” della tv, lo scollamento emotivo e prassico delle masse immerse nella realtà virtuale, il pubblicitario come unico motore delle coscienze, non ha fatto altro che portare a una erosione delle nostre facoltà logiche e delle attitudini etiche più stratificate, a una preoccupante “riconfigurazione cognitivo-comportamentale”. Quella che personalmente definisco non più solo una Economia globalizzata, ma un’Economedia o Econometria: ritmica della vita strutturata sull’assiomatica dell’egoismo competitivo e della manipolazione delle percezioni e delle intenzioni per via mediatica.

Homo Technologicus e Homo Oeconomicus in un abbraccio mortifero, in una sintesi perversa. La gabbia d’acciaio di weberiana impronta che diventa la “glass cage” di cui parla Carr, una gabbia di vetro dove la smisurata pulsantiera delle nostre potenzialità sociali e la tracimante trasparenza di dati e dettagli sono solo il travisamento di una realtà depauperata, di un visuale menzognero, di una conoscenza banalizzata e stereotipata, di un atteggiamento esistenziale all’insegna dell’analfabetismo emotivo e della rinuncia a ogni dissenso, crisi o ripensamento dell’assetto vigente. Scrive con chiarezza lapidaria Ercolani: “Grazie allo stretto connubio fra ideologia dominante neoliberista e pervasività delle nuove tecnologie digitali, tale società riesce a frantumare lo specchio interiore del pensiero umano, producendo individui in cui lo specchio della riflessione autonoma è stato sostituito dallo “schermo” della finzione virtuale, in grado di affermare ideali, valori, costumi e perfino abitudini (selfie, snapchat, post, condivisioni ecc.) a cui l’essere umano è chiamato ad aderire e omologarsi in nome del profitto e del potenziamento tecnologico”.

In un mondo, insomma, in cui prevalgono curvature quantitative e utilitariste, e in cui lo spirito critico, la razionalità non assolutoria ma emancipativa e la cultura nella sua nobiltà intellettuale e creativa, sono assorbiti dalla dimensione rarefatta e putrefatta dei media mainstream e della alienazione internettistica(come impedire al nostro pensiero di andare verso le decine di ore di trasmissione e le centinaia di post che nelle ultime settimane siti specializzati e illustri “conduttori” come Barbara D’Urso hanno concesso agli intrighi di un fantomatico matrimonio di un’ex soubrette forse alla canna del gas); ebbene in questo mondo Ercolani è dalla parte del ritorno a un pensiero forte che reimpianti la presenza fattiva della scuola, dei genitori, di una nuova egemonia politica “abilitata” a tale ruolo, di un nuovo Piano Marshall pedagogico, potremmo dire, che compensi i baratri di una lobotomia collettiva più che incipiente. Peccato che l’autore non si conceda il lusso di fare qualche nome e cognome, soprattutto quando parla dei guasti di certa tv e del narcisismo spietato di molti dei suoi naviganti, lasciando i suoi strali fluttuare liberi in un aere filosofico che talvolta risulta risarcitorio solo per le anime belle e coltivate. E peccato che non abiti la decostruzione postmoderna nei suoi splendori, quelli che occuperebbero il giusto mezzo fra lo splatter senza visioni d’insieme a cui ci hanno abituato gli scellerati nipotini di Derrida e le nostalgie di nuovi centri e nuovi razionalismi che si impiccano al palo del disprezzo anti-nicciano perdendo di vista quelle nuove narrazioni che vivono di Stato protezioni e consapevolezza, ma anche di singolarità, di “vita” e “Altro”, concetti che l’autore considera “fumosi e insidiosi”.

Non così il poeta e saggista della Martinica Edouard Glissant in questa sua Poetica della Relazione (Quodilibet, pagg. 231, euro 20), dove vengono lodati l’erranza, la contaminazione etnica, il rizoma delle identità, l’”abisso-matrice” della barca che cerca approdi, una redenzione tutta carnale, accoglienza, lembi di certezza strappati all’Ignoto. Qui il viandante non è più esploratore, civilizzatore o conquistatore, non applica editti universali, idee bloccate e teoremi amministrativi, ma solo “cerca la conoscenza della totalità del mondo e sa già che non vi giungerà mai – e che in questo risiede la bellezza minacciata del mondo”.

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