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America2020: la tigre e il leone. Il duello è Harris-Trump

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Joe Biden è il favorito nella corsa alla Casa Bianca. No news, lo scriviamo tutti da un pezzo, ma se lo dice Nate Silver allora è un po’ meno “no” e un po’ più “news”, soprattutto per il suo rovescio: Trump non è ancora battuto e può a sua volta vincere. FiveThirtyEight ha pubblicato ieri le sue previsioni sull’elezione presidenziale del 2020, secondo il sito che oracola tra i numeri del baseball e del football e quelli della politica da quando era un blog nel 2008, Joe non è poi così tanto “sleepy” come dice Trump e a sua volta The Donald non è “tostaed” come altri affermano con spericolata certezza.

Biden ha un vantaggio molto importante nella media nazionale e in alcuni Stati-chiave e “se si votasse oggi, vincerebbe” con un risultato da “landslide”, a valanga. Il problema per i Democratici è tutto qui: non si vota oggi. Quello che non fa dormire i Democratici è ciò che Silver afferma subito dopo la favola bella. siamo “ancora in agosto”, non sono state fatte le convention dei due partiti (ci siamo, ma sarà un nuovo e straniante spettacolo, tutto virtuale), c’è il coronavirus, lo scenario economico è volatile e i sondaggi da agosto in poi possono sempre “cambiare radicalmente”.

Di fronte a tutto questo (e altro ancora) dunque “è troppo presto per considerare Trump fuorigioco” e il Presidente ha ancora il 29 per cento – oggi, in queste condizioni – di possibilità di vincere l’Electoral College. Biden ha probabilità di vittoria immensamente più elevate (il 71 per cento), ma il solo fatto che con tutto quello che è successo Trump sia ancora in corsa dice tutto sulla difficoltà di fare una previsione in presenza di una sagoma così così sulfurea e magnetica – non a caso attrae e respinge con la stessa forza – come quella di The Donald. Un altro sarebbe fuori pista, lui no. Biden è il favorito, Trump può ancora vincere. 

Il modello di FiveThirtyEight è più conservativo rispetto ad altri, ma consente a Nate Silver di evitare clamorosi scivoloni, ricordiamo che nel 2016 c’erano sondaggi che davano a Hillary Clinton il 99 per cento di probabilità di vittoria. Vinse quello con il misero 1 per cento, Trump. La storia probabilmente non si ripete, ma è ricordarla è utile, evita di cadere nella botola di  quelli che la sanno lunga a prescindere. 

Fissati i punti di partenza, c’è da fare tutta la corsa, si vota il 3 novembre. Kamala Harris è una buona scelta, la migliore delle opzioni che aveva Biden, quello che rischia di renderla cattiva è la retorica che le si sparge addosso, dunque il mantra-Kamala è già partito: lei è “il matchup perfetto: il procuratore contro i criminali.

Ma c’è di più. Kamala è una donna forte. Kamala è nera. Kamala è asiatica. Kamala crede nelle leggi e nelle istituzioni. Kamala è tutto ciò che Trump odia” (Dave Pell, Next Draft, uno in gamba, da leggere sempre, ma stavolta decisamente su di giri). Con questo tipo di narrazione si aggancia qualche sognatore, poi c’è la realtà. Basta guardare la risposta di Trump in queste ore. Che non è rappresentata dai suoi tweet su “Sleepy Joe” e sulla sua vice (al comando), ma da una raffica di post sui singoli Stati che il The Donald ha lanciato sul suo profilo Twitter. Diamo un’occhiata alla timeline, per sapere, per capire quale sarà la strategia da qui al voto. 

Nota di cultura pop: Trump l’11 agosto twitta un video che sostiene la campagna degli atleti dei college americani che chiedono di riaprire i campionati agonistici, l’hashtag è #wewantoplay, la campagna ha un grande seguito, è un tema culturale di grande importanza, i college americani senza gli incassi dello sport rischiano il fallimento. È la metafora dello spartiacque tra i repubblicani e i democratici, il partito dell’igienismo contro quello del vitalismo, siamo sulla frontiera culturale dell’America. La testimonianza di questa frattura è in un titolo della Cnn durante la diretta della prima uscita pubblica di Biden-Harris: “Biden e Harris stanno praticando il distanziamento sociale nell’evento della campagna di oggi”.

Trump cavalca il movimento d’opinione contrario, il video di #wewantoplay sul campionato di football americano – un superspettacolo – ha oltre 4 milioni di visualizzazioni. Sono voti.

La strategia del presidente alterna il mainstream media tradizionale, la televisione, con la campagna digitale che rilancia, amplifica, fa notizia. Nelle ore precedenti l’annuncio di Biden siamo alla routine: attacco a John Bolton e all’intelligence; pubblicità per il libro di Madeleine Westerhout, “Off the Record”, sua giovane ex assistente alla Casa Bianca (si dimise nell’agosto dell’anno scorso per aver rivelato ai giornalisti notizie sulla vita privata della famiglia Trump); difesa dei test sul coronavirus e, naturalmente, “Big Stock Numbers!” a Wall Street. La sera dell’11 agosto parte il primo colpo sulla coppia Biden-Harris, il lancio di un video dove Joe e Kamala sono dipinti con questo slogan: “Perfetti insieme, sbagliati per l’America”. Gong. Il video è arrivato a quasi 10 milioni di visualizzazioni.  

Subito dopo, conferenza stampa alla Casa Bianca e intervista alla Fox News nel programma di Sean Hannity, la giornata si chiude con telefonata agli sceriffi del paese, legge e ordine. Siamo all’11 agosto, l’agenda è piena, la contro-campagna di Trump era già pronta, gli strateghi repubblicani avevano puntato su di lei.

Il 12 agosto parte con un tweet sui disastri provocati dai venti a 112 chilometri orari in Iowa, poi il primo colpo di cannone della giornata contro Biden, un video dove Kamala Harris solleva il problema del razzismo, della carriera politica costruita sulla segregazione, di… Biden. Il video è a quota 5,6 milioni di visualizzazioni.

Qualche ora dopo, secondo video, immagini di Biden e Harris, rappresentanti della “radical left”, ancora un passaggio sulle accuse di razzismo lanciate dalla Harris e chiusura con lo slogan “perfect together, wrong for America”. Quasi 10 milioni di visualizzazioni. Tweet diretto su Kamala, la sua corsa fallita nelle primarie, “il tipo di avversario che tutti sognano”. Oltre 129 mila like. Scatta il momento dell’autocelebrazione: “96% di approvazione nel rating del Partito Repubblicano. Grazie! Inoltre, in testa nella maggior parte degli stati in bilico!”.

Momento della critica televisiva trumpiana, uno dei topos della sua narrazione, il bersaglio è Bill Maher: “Guardato @billmaher la settimana scorsa per la prima volta dopo tanto tempo. È completamente andato, ha un aspetto terribile, esausto, scarno e debole. Se c’è mai stato un buon motivo per non fermarsi, guardate questo idiota”. Siamo sempre tra la politica e il costume, la “pop politics” di The Donald. Dall’italiana casalinga di Voghera si passa all’americana “casalinga di periferia” trumpiana che naturalmente “voterà per me” perché “vogliono la sicurezza e sono entusiasti che io abbia posto fine al programma a lungo termine in cui le abitazioni a basso reddito invadevano il loro quartiere”.

Dalla casalinga si passa alle congratulazioni alla regina delle cospirazioni, Marjorie Taylor Greene, che ha vinto le primarie in Georgia, definita da Trump “futura star repubblicana”. Domanda sul taccuino: dove si vince la corsa della Casa Bianca? Negli Stati, il sistema è quello dell’Electoral College. Alle 20.41 ora italiana lo smartphone avvisa sull’arrivo di una tempesta di 17 tweet di Trump sui fondi stanziati nei singoli Stati dal Dipartimento dei Trasporti, geolocalizzazione dei tweet di Trump: Oklahoma, Alabama, Nebraska, Utah, New Jersey, Louisiana, Illinois, Pennsylvania, New Hampshire, North Carolina, Michigan, Georgia, Florida, Wisconsin, Texas, Colorado, North Dakota.

La campagna di Trump punta sugli Stati perché sa che là si gioca tutto, non conta il voto popolare, ma quanti Stati-chiave riesci a conquistare, la campagna sta diventando capillare. Poco dopo, ancora il contrasto tra il partito della chiusura e quello della ripartenza, conferenza alla Casa Bianca sulla riapertura delle scuole. Trump marca il territorio.


  
Il profilo Twitter di Kamala Harris di fronte a questo diluvio finora ha solo nove tweet pubblicati da quando è stata annunciata la nomination, sono tutti sulla vittoria che arriverà (retweet di Joe Biden, foto-story sulle radici indo-giamaicane della candidata alla vicepresidenza, enfasi sulla battaglia “for the soul of the nation”. C’è tanta anima, non c’è il territorio americano, quello che Trump ha cominciato a battere in lungo e in largo con la presenza fisica e digitale. La campagna democratica finora è stata conservativa, ma Harris può aggiungere qualcosa al capitale elettorale di Biden solo se c’è un cambio di strategia, un piano d’attacco, perché Trump è certamente il peggior nemico di se stesso, ma lo staff della sua campagna si sta muovendo con grande rapidità e intensità e con l’orologio sincronizzato sulle mosse degli avversari democratici.

La prima uscita di Biden e Harris ricalca quanto visto e previsto, il candidato democratico rivendica la qualità e convinzione della sua scelta (“non ho dubbi che ho scelto la persona giusta per unirsi a me … e questa è Kamala Harris”), gioca la carta della donna contro l’uomo forte e nello stesso tempo impaurito e dunque “Donal Trump è preoccupato da una donna forte e decisa come Kamala Harris. Qualcuno ne è stupito?“. 

Attenzione alle parole di Biden, c’è l’investitura, quasi un passaggio di consegne che anticipa il 2024, quando parte con i ricordi obamiani (sempre presenti nei discorsi ninna-nanna di Biden) e racconta che “quando accettai di servire con il presidente Obama come running mate, lui mi chiese la mia opinione su un certo numero di questioni importanti, e mi chiese cosa volessi più di tutto. Io gli dissi che volevo essere la persona nella stanza a parlare prima di importanti decisioni da prendere. Questo è quello che ho chiesto a Kamala, le ho chiesto di essere la persona che ha l’ultima parola nella stanza”. È la certificazione che la vice è al comando delle operazioni nella war room. 

Kamala Harris, mostra la sua grinta, parte all’attacco, fa la differenza con Biden, non ci sono dubbi e non sono soltanto i 23 anni che li separano, è un tema di carattere, di forza, di capacità di stare sulla scena, lei è energia pura, lui camomilla: “L’America invoca una leadership. E invece abbiamo un presidente che si preoccupa più di se stesso che delle persone che lo hanno eletto, non ha mai preso seriamente la pandemia”, l’America è “nella peggiore crisi economica dalla grande depressione”. Una tigre. Per Trump è certamente un problema (im)previsto.  

Mentre Biden e Harris fanno la prima uscita pubblica, sullo schermo dello smartphone arriva l’avviso di YouTube: conferenza stampa di Trump. Sono le 23.05 in Italia, la battaglia per America 2020 va in diretta, il presidente usa la strategia della copertura di ogni evento della coppia democratica, fa pressing sugli avversari, marca il territorio. Andrà avanti così fino al 3 novembre. Mentre i Democratici saranno concentrati sulla loro convention virtuale nel Wisconsin, a Milwaukee, la prossima settimana l’Air Force One di Trump atterrerà in Minnesota, Arizona e Pennsylvania (proprio dove è nato Biden, a Scranton), tutti Stati-chiave. A questi Stati dovrebbe aggiungersi proprio il Wisconsin, la strategia di “coprire” ogni evento democratico potrebbe sfociare nella presenza di Trump in un evento a Oshkosh, scrive il “Milwaukee Sentinel Journal”. La parola d’ordine del team della campagna del presidente è “oscurare” ogni uscita della coppia Biden-Harris. 

Perfino un tipo di poche parole come Mike Pence è diventato improvvisamente ciarliero e battutista: “Congratulazioni per la nomina: ci vediamo a Salt Lake City”, ha detto rivolgendosi a Kamala Harris. Quale appuntamento? Il duello in tv tra i due concorrenti per la vicepresidenza della Casa Bianca, il 7 ottobre alla Kingsbury Hall dell’Università dello Utah, a Salt Lake City. Dovevano essere tre, sarà un solo dibattito. Vince chi ha la pallottola d’argento.

Battaglia durissima, sul monitor degli strateghi della campagna elettorale scorrono i dati della chiusura di Wall Street: l’indice S&P 500 ha quasi sfiorato il massimo storico, ha fatto un altro balzo dell’1,40% a 3380,34 punti, l’indice Dow Jones ha chiuso a +1,05%, l’indice Nasdaq è volato a quota +2,13%. La Borsa compra l’accordo futuro (forse) nel Congresso tra dem e repubblicani sul nuovo piano di aiuti per l’economia, scommette su un accordo con la Cina sul commercio e il superamento della crisi.

Può darsi che sia un azzardo le incognite sono tante – a cominciare dalla riapertura delle scuole e diffusione del contagio – ma Trump vive di oggi (e come in “Via col vento” domani è un altro giorno) e in conferenza stampa dalla Casa Bianca salta addosso alla notizia: “Wall Street è il mercato che va meglio nel mondo, la borsa ha guadagnato 300 punti oggi, laa nostra economia va meglio dell’Europa”. Sugli schermi della sala stampa Trump proietta le slide del rimbalzo dell’economia, la contrazione inferiore del Pil reale americano che è inferiore rispetto all’Europa, il recupero forte del mercato dell’auto, la curva in rapida salita della manifattura, la risalita del mercato del lavoro dopo la terribile caduta durante lo scoppio della pandemia.

“Stiamo ricostruendo l’economia americana come nessuno. Abbiamo l’economia più forte, siamo cresciuti come nessuno, i nostri mercati hanno segnato una crescita di 9 mila miliardi. Il Giappone è secondo, ma non si avvicina neanche” e “il settore manifatturiero era morto con Obama e Biden: con noi è cresciuto e sta vivendo un boom, registra uno degli indici di crescita più straordinari di sempre. L’economia ha prodotto oltre 9 milioni di posti di lavoro negli ultimi tre anni: sono numeri incredibili che ci dicono che l’economia sta tornando e noi siamo veramente orgogliosi”. I dati sono del Bureau of Economic Analisys e del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e Trump a domanda sulle fonti risponde: “Sono i numeri che hanno tutti”. Come ricorda Nate Silver, non si vota oggi, e queste non sono buone notizie per i Democratici. Chi vincerà, non lo sappiamo, ma una cosa è certa, gli americani votano con la mano al portafoglio, il resto è poesia.

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Fonte: estero agi

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