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America2020: Ginsburg, l'uscita di scena che chiude un'era

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AGI – “Dio perché? Oh Ruth ci dispiace tantissimo che tu abbia dovuto lasciarci. Hai fatto il possibile per restare viva. Più coraggiosa di tutti. Mi limito a leggere le tue ultime parole: ‘Il mio più fervente desiderio è di non venire sostituita fino a quando non si sarà insediato il nuovo presidente‘. Noi tutti dobbiamo assicurare che ciò accada”. Il regista e attivista Michael Moore, sintetizza in un tweet il vuoto lasciato dalla giudice della Corte Suprema americana Ruth Bader Ginsburg, morta all’età di 87 anni (a meno di due mesi dal voto) e come la sua scomparsa sia immediatamente diventata un elemento chiave della campagna presidenziale. 

GOD WHY?
OH RUTH, WE ARE SO SORRY YOU HAD TO LEAVE US. You did everything you could to stay alive. Braver than us all! I just read your final wishes: “My most fervent wish is that I will not be replaced until a new President is installed.” All of us MUST see THAT is what happens.

— Michael Moore (@MMFlint)
September 18, 2020

È una palla alzata per lo smash di Donald Trump sotto rete, i repubblicani sono pronti alla nomina, il capo dei senatori, Mitch McConnell, ha annunciato di esser pronto al voto sul nome che sarà scelto dal presidente. Le liste sono pronte, si attende la decisione. C’è una partita dentro la partita della Casa Bianca, è quella della Corte Suprema che si gioca sui tempi lunghi e fulminei del diritto, la trasformazione della società americana, il suo continuo download e aggiornamento, l’interpretazione della sua magnifica Costituzione, la sua flessibilità e rigidità. 

Il testamento di Ginsburg

Ginsburg era uno dei quattro giudici progressisti nel panel dei nove membri dell’alta Corte Usa che ora si avvia verso una schiacciante maggioranza conservatrice: 6 a 3. Non passa neanche un’ora dalla notizia della scomparsa dell’icona liberal, Mitch McConnell prepara il terreno, anticipa il suo verdetto politico (e cambia lestamente idea rispetto a quanto professava nel 2016: non si fanno nomine alla Corte Suprema in un anno elettorale), siamo dentro la battaglia per il consenso, si vota il 3 novembre, la Corte Suprema nell’immaginario è un baluardo e un esercito, difende la tradizione o la cambia per sempre. Ginsburg sapeva che sarebbe successo. Sperava di sopravvivere anche a questa elezione, ma quando ha capito che il tumore stava avendo la meglio ha dettato alla nipote Clara Spera il suo testamento politico. 

Joe Biden ha chiesto (invano) che sia il prossimo presidente a scegliere il nuovo giudice della Corte Suprema. Chuck Schumer, leader di minoranza al Senato, ha subito fatto sue le parole della Ginsburg: “Gli americani dovrebbero dire la loro nella scelta del prossimo giudice della Corte Suprema”. È intervenuto anche Barack Obama, esortando ad onorare l’eredità di Ginsburg seguendo le sue istruzioni.

Trump negli ultimi due anni ha nominato due giudici della Corte Suprema, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, record riuscito nel primo mandato solo a un altro repubblicano, Richard Nixon. Bocca cucita sulle prossime mosse, ma secondo indiscrezioni la nomina potrebbe essere una questione di giorni, come sollecitato dal senatore repubblicano del Texas Ted Cruz, incluso nell’ultima lista dei papabili divulgata dal tycoon lo scorso 9 settembre.

Biden non ha mai presentato le sue opzioni, limitandosi a dire che avrebbe nominato una donna di colore. Le potenziali scelte per la Corte Suprema sono cruciali per gli elettori americani. Dal 2016, da quando è sceso in campo, Trump ha già reso pubblici quattro elenchi. Quattro anni fa, durante il terzo confronto in tv tra i candidati alla presidenza (seguito da 84 milioni di americani, dati Nielsen) la questione dei giudici della Corte Suprema tenne banco per 15 minuti e secondo alcuni osservatori fu il quarto d’ora più importante della corsa di ‘The Donald’. Tra i nomi proposti nel settembre del 2016, figurava anche quello di Gorsuch, poi nominato il 31 gennaio del 2017 al posto di una stella del diritto americano, Antonin Scalia, interprete “originalista” della Costituzione.

Le parole di Trump

Il presidente ha saputo della morte di Ginsburg durante il suo comizio in Minnesota. L’ha definita “un titano della Legge” e ha ordinato le bandiere a mezz’asta alla Casa Bianca. Tra i due non correva buon sangue. Lei lo aveva definito “un falso” e lui le aveva dato dell’idiota dicendole di dimettersi. Potevano solo dispiacersi e l’hanno fatto senza farne mistero. 

Ginsburg era un talento del diritto applicato alla trasformazione sociale, studiò legge ad Harvard – unica donna in una classe di 500 uomini – e alla Columbia University. Fu una grandissima figura della stagione dei diritti delle donne negli anni Settanta, fu lei a usare per prima nelle cause dei tribunali la parola “genere” al posto di “sesso” e aprì le porte alle conquiste delle donne. Non si dimise quando i liberal chiedevano il ricambio dei giudici progressisti durante la presidenza di Barack Obama, sperava nell’arrivo di un altro presidente democratico, non aveva neanche lei, sempre acuta nelle analisi del contesto sociale e politico dell’America, calcolato l’arrivo di un imprevisto della Storia: Trump.

Con la sua azione nei tribunali, le sue ‘dissent opinion’ e le decisioni nella Corte Suprema, Ginsburg ha avuto un ruolo chiave nella trasformazione della società americana. Linda Greenhouse, decana dei corrispondenti del New York Times sulla Corte (dal 1978 al 2008, premio Pulitzer nel 1998) ha scritto che ha  “cambiato il ruolo della donna e dell’uomo” nella società americana. Ginsburg divenne non solo una bandiera del femminismo, ma del costume americano, il suo nome acquisì la dimensione di status dell’anima quando divenne un format dello spettacolo e la sua figura fu declinata in Notorious R.B.G.,  una biografia che riprendeva Notorious B.I.G., il nome di un rapper nato a Brooklyn. Lui cambiò la musica, lei cambiò la vita degli americani. Come titolò Time in una copertina a lei dedicata, fu una “changemaker”.

Trump ha la possibilità lasciare una profonda impronta sullo scenario del diritto. Lo ha già fatto con la nomina finora di 216 giudici federali (potrebbero arrivare a 230 alla fine del primo mandato) e si tratta di un record, solo Jimmy Carter fece meglio di Trump (con 262 giudici confermati), Barack Obama in due mandati ne confermò 334. Quelli di Trump sono numeri imponenti, ora ha l’occasione di trasformare la Corte Suprema in un bastione inespugnabile del conservatorismo.

Se venisse rieletto potrebbe scegliere non solo il successore di Ginsburg ma anche del liberal Stephen Breyer (82 anni) ed eventualmente del conservatore Clarence Thomas (72 anni). Chi sceglierà per sostituire Ginsburg? Un’altra donna, tra i nomi circola quello di Amy Coney Barrett, giudice di Chicago, conservatrice, che era stata già presa in considerazione prima della scelta di Kavanaugh nel 2018. 

Un’arma di eccezionale valore

Gli eventi scandiscono i tempi della campagna, sono l’occasione per cavalcare le onde radio della propaganda e sintonizzarsi con i rispettivi elettorati, le paure e le speranze degli americani.  “Vinceremo il Minnesota e altri quattro anni alla Casa Bianca”, ha assicurato ieri il presidente volato nello Stato che è nel mirino di Trump. Comizio nel giorno in cui è iniziato il voto anticipato, preceduto di qualche ora da quello dello sfidante democratico. Nel 2016 Trump perse in Minnesota contro Hillary Clinton per 45 mila voti. L’esito finale dipenderà dalle scelte della Iron Range, la regione rurale ricca di miniere vicino al Lake Superior, un tempo roccaforte dei democratici, con un potente sindacato dei lavoratori che nel 2016 ha sostenuto Trump per le sue politiche sui dazi. The Donald spera di portarsi a casa i 10 grandi elettori, quelli che gli mancherebbero, ad esempio, se perdesse nel Wisconsin. È il sudoku elettorale del presidente, una cangurata continua a bordo dell’Air Force One da uno Stato in bilico all’altro. 

Per Trump, a 46 giorni dal voto, la morte di Ginsburg è un’arma di eccezionale valore, un fatto che curva lo spazio della campagna presidenziale. Nessun presidente lascerebbe mai quel posto vacante mentre è in corsa per la Casa Bianca. Di sicuro proverà a rimpiazzarla, prima o dopo l’Election Day, anche se i repubblicani perdessero il controllo del Senato, facendo votare la nomina alla maggioranza in carica fino a gennaio. La nomina sarà poi approvata? È tutto da vedere, due senatrici del Grand Old Party, Susan Collins e Lisa Murkowski, vogliono che sia il prossimo presidente eletto a fare la nomina. Se la prospettiva di avere un altro giudice di destra favorisce Trump perché rinsalda il consenso dei conservatori, è anche possibile che la morte di R.B.G., tanto amata anche dai millennial, possa indurli a votare in massa per preservare la sua eredità. 

Decidere à la Trump, d’impulso, con la notizia che ancora pulsa nei notiziari e emoziona almeno due generazioni di uomini e donne, anziani e giovanissimi, significa rischiare di agitare  le acque dell’opinione pubblica, mettere il cappello del MAGA sulla successione aa una figura che aveva il rispetto anche degli avversari dell’altro fronte culturale e politico è un azzardo anche per un giocatore di poker come Trump.

Una scelta urgente, strategica

Ma il contesto stavolta lo pone di fronte a una scelta urgente, strategica: breve per le implicazioni che ha sulla campagna presidenziale, lunga per l’impatto che la nomina di un giudice della Corte Suprema ha sull’intera società degli Stati Uniti.

Passata la nuttata, Trump la mattina la mette giù nel solo modo possibile date le condizioni, il contesto storico e lo stato della campagna presidenziale: “Siamo stati messi in questa posizione di potere e importanza per prendere decisioni per le persone che ci hanno eletto con così tanto orgoglio, la più importante delle quali è da sempre considerata la selezione dei giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti. Abbiamo questo obbligo, senza indugio!” Tutto chiaro. Alla fine, per un politico come Trump, è tutta una questione di tempistica, si ritrova nella condizione di poter scegliere e non poter dilatare all’infinito.

.@GOP We were put in this position of power and importance to make decisions for the people who so proudly elected us, the most important of which has long been considered to be the selection of United States Supreme Court Justices. We have this obligation, without delay!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
September 19, 2020

Ciò che non può fare è quello che gli chiedono i democratici: non scegliere, lasciare che sia il prossimo presidente votato dagli americani a decidere la successione alla Ginsburg. Impossibile, Trump può prendere qualche giorno per riflettere (o semplicemente fare melina perché ha già un’idea ma la vuole far cadere con studiata lentezza), aspettare e poi sfoderare l’artiglio, meditare sornione e alludere con i giornalisti all’importanza del momento, far luccicare la scelta imminente nella solennità del pensare sulla responsabilità della nomina o lasciarla andare i buca con la spinta di un ferro sul campo da golf, in stile trumpiano, può far decantare i nomi e metterne in giro qualcuno che non torna, lanciare un ballon d’essai, consultarsi sulle liste senza crederci sul serio oppure in preda ai dubbi, sondare i senatori sul favore o meno per questo o quel nome, far decantare il messaggio da dare agli elettori.

Concluso il giro di giostra, Trump pronuncerà il nome che segnerà il futuro della Corte Suprema, dandole l’impronta di una stagione diversa in cui tutto è cambiato perché con la morte di Ginsburg è finita ufficialmente un’era il cui apice fu la presidenza di Barack Obama. La campagna è all’ultima curva, poi ci sarà il rettilineo, la sceneggiatura è magistrale, la nomina alla Corte Suprema la intinge con l’inchiostro della suspence, dà il tocco dell’alto, della Costituzione, la solenne verità del suo incipit: “We the People of the United States…”. Il 3 novembre quel popolo parlerà con il voto. È il verdetto che cambierà la storia.

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Fonte: estero agi

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