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ADDIO A QUEEN ELIZABETH, CI SARANNO ALTRI SOVRANI MA LEI È L’ULTIMA REGINA

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David Romoli

L’ultimo suo atto è stato nominare premier una delle peggiori politiche della storia inglese, quella Liz Truss che si proclama reincarnazione di Margaret Thatcher. Ma Lilibet non amava la lady di Ferro per come si atteggiava e per le sue idee
ELISABETTA SE NE VA E PORTA VIA IL NOVECENTO
Una vita dedicata a difendere il simbolo che rappresentava e l’interesse del Regno Unito. Grazie alla serie The Crown ne abbiamo scoperto l’umanità e la quotidianità. Lo scontro con Diana che vinse la principessa: ai suoi funerali si inchinò al passaggio del feretro
Compostezza, doveri regali considerati ferrei, decoro, rispetto della tradizione. Se non fosse arrivata la seguitissima serie tv The Crown a ricordarcelo, sarebbe stato impossibile per chiunque immaginare quel monumento alla corona che è stata per 69 anni Queen Elizabeth come Lilibet, una ragazzina di alta aristocrazia, sì, però normale, capace di camuffarsi per festeggiare in strada, con la sorella di quattro minore Margaret, la vittoria nella guerra, di arruolarsi come autista e meccanico nei servizi ausiliari quando il Regno Unito era sotto le bombe di Hitler, di innamorarsi perdutamente a 13 anni di un principe squattrinato, senza regno e senza casa , però con due sorelle compromesse col nazismo, e di puntare i piedi sino a riuscire a sposarlo contro tutto e contro tutti, previa un’opportuna inglesizzazione con l’adozione del cognome Mountbatten e il conferimento del titolo di duca d’Edimburgo. Non c’era la corona nell’orizzonte di Lilibet, terza nella linea di successione dopo zio Edoardo e papà Albert (poi, da re, Giorgio VI) ma certo Edoardo, giovane com’era, avrebbe avuto figli ed Elisabetta sarebbe precipitata ancora più in basso nei gradini della scala reale. Si mise di mezzo Wally Simpson, la divorziata che Edoardo preferì alla corona, e la salute malferma di Giorgio VI fece il resto. Si ritrovò regina a 26 anni, incoronata in diretta tv il 2 giugno 1953. Aveva già fatto pratica. Rappresentava il padre malato già da un anno. Seppe di essere orfana e regina mentre visitava in forma ufficiale, con il marito l’Africa. Aveva fatto il primo discorso radiofonico importante, rivolto al Commonwealth il giorno del suo ventunesimo compleanno, 21 aprile 1947: “La mia intera vita, sia lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio”. Sarebbe stata lunga e nessuno, per quanto acuminate possano essere state le sue critiche, ha mai messo in dubbio la buona fede della regina, la sua convinzione profonda che difendere il lustro della monarchia a ogni costo significasse automaticamente servire e proteggere il Regno Unito. Per un po’ sembrò che la casa reale dovesse cambiare nome, diventare Mountbatten. Churchill si oppose. Nel momento difficile che il dopoguerra vittorioso era per il Regno non era il caso di dare scossoni. Filippo la prese male: “Sono l’unico uomo in Inghilterra a non poter dare il nome ai propri figli”. Poi si rassegnò: per Elisabetta la corona era fatta anche e molto di sacrifici: chi ne condivideva la vita doveva accettarlo e Filippo lo fece. Si riconsolò, pare, con molte avventure però mai tali da scuotere la rispettabilità e il decoro del trono. Sulla regina, invece, il gossip è sempre rimasto a stecchetto. Qualche sussurro su una possibile relazione con “Porchie”, al secolo Lord Porchester, amministratore delle scuderie regali, molto amplificata da The Crown. Buckingham Palace si offese di brutto per la puntata incriminata. L’ex addetto stampa Dickie Arbiter sbottò: “È ridicolo e disgustoso. La regina non avrebbe mai guardato un uomo che non fosse suo marito”. Possibile? Probabilmente no, nemmeno se sul trono fosse salita Maria Goretti. Eloquente però: Elisabetta è stata consapevolmente un monumento e i monumenti non contemplano tratti d’umanità. O quanto meno devono sacrificarli.
Difficile dire se il mestiere di regina sia stato per la sovrana che ha regnato più a lungo oltre Manica un obbligo accettato per senso del dovere oppure un piacere. La governante delle principesse Marion Crawford, per la reale famiglia “Crawfie”, la descrive come una bambina sempre molto composta e responsabile e i ricordi di chiunque la conoscesse da bambina, a partire da quelli di Churchill, convergono e concordano. Forse l’essere regina e monumento, per Elisabetta era una vocazione. Di certo era un destino. In almeno due occasioni quella vocazione è entrata in conflitto con l’umanità e gli affetti di Lilibet Windsor: con la sorella Margaret e poi con la principessa Diana, moglie del primo dei suoi quattro figli, Carlo, nemesi della corona. Margaret è stata la sorella infelice, disordinata, bohemienne, incline a consolarsi con alcol e amanti. Proprio mentre Lilibet diventava Elisabetta II, Margaret disse di voler sposare Peter Townsend, aviatore, di 16 anni più anziano, divorziato. La corte insorse. La chiesa anglicana, di cui la regina era a capo, mise il veto. Elisabetta chiese ai fidanzati di rinviare di un anno le nozze e di passarlo divisi. Alla fine Margaret rinunciò, si arrese e non si riprese mai dal colpo. Ma forse la glacialità della regina era meno profonda di quanto non apparisse. I biografi sono oggi certi che Elisabetta avesse cercato e trovato una via d’uscita possibile, con una rinuncia formale di Margaret ai suoi titoli che non ne avrebbe però leso le prerogative.
Il rapporto con Diana Spencer segna e segnerà per sempre più di ogni altro incontro la biografia della regina. Le due donne non si piacevano, forse non potevano capirsi. Diana viveva il matrimonio senza amore con Carlo, il suo rapporto con Camilla Parker-Bowles, il formalismo gelido e rigido di Buckingham Palace come una prigione dalla quale provò a evadere. I biografi di Diana sostengono oggi che almeno all’inizio la regina offrì qualche sponda di complicità che si esaurì però quando la principessa, a differenza di Margaret e forse anche di Filippo, rifiutò il sacrificio, si sottrasse all’obbligo ipocrita del silenzio e della finzione. Spezzò le braccia al monumento e la regina non la perdonò. Impose il divorzio, cercò di espellerla come un corpo estraneo. Dopo la morte tragica, il 31 agosto 1997, nonostante il suo intero regno fosse in lacrime, rimase muta e lontana da Londra. Fu Tony Blair a spiegarle che i sudditi, stavolta non avrebbero capito, convincendola ad accettare il funerale pubblico, a pronunciare il discorso commosso del 5 settembre in onore della ben poco amata ex nuora. Quando al passaggio del feretro la regina si inchinò, gesto inaudito, fu il segno che tra il monumento Elisabetta e la verità di Diana aveva vinto la seconda. L’ultimo atto della regina Elisabetta è stato nominare premier una delle peggiori politiche della storia inglese, quella Liz Truss che si proclama reincarnazione di Margaret Thatcher. Non deve essere stato un bel momento perché tra i tanti primi ministri che si sono succeduti nel lunghissimo regno di Queen Elizabeth il rapporto peggiore è stato proprio quello con la lady di ferro, che alla regina non piaceva per la tendenza a scipparle gli atteggiamenti regali, sino a parlare di se stessa in terza persona, ma anche molto per le posizioni politiche che Elisabetta non apprezzava affatto.
Quando nel 1950 la governante “Crawfie” licenziò a sorpresa il suo libro su Elizabeth e Margaret, The Little Princesses, a corte dilagarono furia e scandalo. Non perché la testimonianza fosse meno che elogiativa ed encomiastica: per il solo fatto che si gettava uno sguardo sulla vita quotidiana dei regnanti. Nei decenni successivi quella vita privata la regina se la è trovata spiattellata in milioni di copie, centinaia di volte, in ogni intimo dettaglio. La sua battaglia per salvare il monumento coronato ha segnato un’epoca. Però è stata irrimediabilmente sconfitta. Ci saranno altri sovrani ma sarà lei l’ultima regina.

Fonte: IL Riformista