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– 8 settembre 1943 – “Resa senza condizioni” spacciata per “Armistizio”. (parte seconda)

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di Augusto Lucchese

Nel pomeriggio dell’8 settembre, in parallelo alla trasmissione EIAR con cui fu annunciata l’entrata in vigore del “presunto” armistizio, si manifestarono subito le peculiarità di un qualcosa d’irreparabile e già nella serata avvenne il completo collasso dei centri decisionali e delle istituzioni tutte, sia militari che civili.

Nessuno poté più essere in grado di fronteggiare gli eventi che stavano maturando.

Badoglio, in perfetta sintonia con il Monarca e con i generali dello S. M., ormai convinto che non rimanesse altra soluzione se non quella di tagliare la corda, principalmente per non correre il rischio di finire in mano ai tedeschi, aveva disatteso il suo preciso dovere di reggere il timone del vascello “Italia” per cercare di correggere, almeno in parte, la rotta che lo stava portando a schiantarsi sugli scogli dell’indecorosa condanna alla resa.

Seppe solo predisporre e organizzare l’ignobile “fuga” sua e della Casa Reale.

 

Ma come venne ideato e portato a compimento il precipitoso abbandono della Capitale?

Quelle convulse ore sono state ricostruite, minuto per minuto, per consegnarle alla conoscenza di chi legge.

Trattasi, ovviamente, di una contenuta sintesi che, pur tuttavia, può validamente fornire un realistico quadro d’insieme, evidenziandone i passaggi cruciali.

 

8 SETTEMBRE

 

Ore 18: al Quirinale viene convocata una. riunione alla quale partecipano, oltre al Monarca e Badoglio, il Ge.le Ambrosio (Capo di stato Maggiore delle FF.AA.), il Gen.le Sorice (Comandante dell’’Arma dei Carabinieri), l’Amm. De Courten (Ministro della Marina), il Ministro della Real Casa Acquarone e i Capi di S.M. dell’Esercito, Marina e Aviazione.  Il Gen.le De Stefanis sostituisce Roatta che non è stato possibile rintracciare.   La riunione si svolge in una atmosfera di palese tensione e di apprensione.

Il Duca Acquarone ha successivamente narrato che, in tale circostanza, Badoglio appariva “molto prostrato” e che il Re ascoltava “impassibile e muto”.

 

Non viene presa, tuttavia, alcuna confacente decisione relativamente alla emergenza da qualche ora delineatasi dopo l’ultimatum inviato da Eisenhower.

Badoglio rassegna brevemente la situazione e, alla fine, dopo essersi intrattenuto riservatamente con il Re, fa sapere che si recherà immediatamente alla sede della radio (EIAR) per annunciare l’armistizio.

Sotto il segno del più assoluto formalismo, la sua più grande preoccupazione era quella che Eisenhower, da Algeri, avesse potuto farlo prima di lui.

Forse non gli passava per la mente che in quel momento, invece, avrebbe dovuto porsi, come priorità assoluta, l’urgenza della difesa della Capitale dai tedeschi.

Badoglio, in sostanza, si esime dal prendere qualsivoglia decisione asserendo testualmente che: – “…i servizi d’informazione sono assolutamente all’oscuro dei movimenti dei reparti tedeschi”.

 

Sembra assurdo, in proposito, che il Governo e lo Stato Maggiore non conoscano la situazione dello schieramento attorno a Roma sia delle proprie forze che di quelle che da lì a qualche ora diverranno potenzialmente avverse.

Apparirà subito evidente, attraverso gli interventi dei presenti, che nessun collegamento tattico e operativo esisteva fra il Comando Supremo delle FF.AA e il Corpo d’Armata motocorazzato del Gen.le Carboni, cui era affidata la difesa della Capitale.

 

Nessuna notizia trapela, altresì, in merito all’intenso bombardamento notturno su Frascati, sede del Quartier Generale del Feld Maresciallo Kesserling.  Solo dopo si apprenderà che le bombe, pur avendo provocato migliaia di morti fra la popolazione civile, non hanno colpito l’albergo ove era insediato il Comando tedesco.  Ricorrente prerogativa dei bombardieri alleati.

 

Ore 20: ultimati i frenetici preparativi che l’emergenza richiede, la famiglia reale lascia frettolosamente il Quirinale e si trasferisce in Via XX Settembre, presso il Ministero della Guerra, ritenuto un luogo più sicuro ove, alla meno peggio, trascorrere la notte.

 

Ore 21,30: nessuno sembra  rendersi conto della gravità della situazione, anche perché  Badoglio, dopo essersi recato all’EIAR per leggere il saputo messaggio alla Nazione, contenente fra l’altro la perentoria affermazione che “ogni atto di guerra contro gli Alleati dovrà immediatamente cessare …”, non rinuncia all’inveterata abitudine di andare a dormire presto,  quasi che solo nel sonno riuscisse ad avere ragione delle angosciose vicissitudini del momento, peraltro affrontate con estrema superficialità.

 

9 SETTEMBRE

 

Ore 4: Badoglio viene svegliato dal suo aiutante di campo onde sottoporgli le novità allarmanti che giungono da varie parti.  Nessuna specifica notizia, tuttavia, giunge a chiarimento di cosa stesse accadendo presso lo Stato Maggiore o di cosa stessero decidendo presso il Comando del “Corpo d’Armata Corazzato” del Gen.le Carboni il quale, peraltro, risulta essere assente.   Dopo anni, nel corso del processo celebrato a suo carico (1949) “per la mancata difesa di Roma”, si verrà a sapere che quella notte, tra l’8 ed il 9 settembre, si trovava fuori Roma, in borghese (ad Arsoli, sulla Tiburtina), in compagnia del figlio – capitano in servizio presso un reparto della zona – e di una attrice impegnata nelle riprese del film “La Freccia nel fianco”.

 

Ore 5: Badoglio si reca in Via XX Settembre (Ministero della Guerra) e annuncia ai presenti che, in quel frangente, il suo unico pensiero è quello di “porre in salvo il Re e la famiglia reale”.   La Regina si è già dichiarata d’accordo per affrettare i tempi della partenza e dopo circa un’ora, infatti, un lungo corteo di macchine lascia il Ministero e, attraversando Roma ancora immersa nel sonno, prende la via per Tivoli.  Su una vettura “FIAT 2800” avevano preso posto il Re e la Regina.

Poco prima, Badoglio aveva “ordinato” ad Ambrosio di seguirlo con tutto lo Stato Maggiore, senza riflettere che, in tal modo, avrebbe radicalmente reciso ogni collegamento con i reparti dipendenti. Non è fuor di luogo ricordare che una analoga situazione era accaduta a Caporetto nel settore ricadente sotto il diretto comando.

Ambrosio fa notare che ci sarebbero da fare “molte cose urgenti” prima di lasciare Roma, come quella, ad esempio, di impartire disposizioni ai Comandi delle Grandi Unità sparse in mezza Europa, oltre che in Italia.

Badoglio annuisce e sembra deciso a ritornare sui suoi passi.

Poi, improvvisamente, cambia idea e dice: “è meglio che parta anch’io”.

Sale sulla macchina di Acquarone, un’altra “FIAT 2800” e, confermando ad Ambrosio l’ordine di seguirlo, ordina all’autista di precedere la macchina del Re. Il Principe Umberto è su un’“Alfa Romeo 2500” mentre il codazzo di attendenti, camerieri e addetti, si distribuisce su due “FIAT 1500” e due “FIAT 1100”.  I bagagli di tutta la fuggiasca comitiva erano stati ammassati alla rinfusa in due furgoni.

Il “convoglio” attraversa via Napoli, via Nazionale, piazza Esedra, via Gaeta, Via Castro Pretorio, San Lorenzo, e si immette sulla “Tiburtina Valeria”.

 

Niente e nessuno ostacola la marcia delle otto vetture pur se tutte le vie consolari, tranne appunto la “Tiburtina”, sono controllate da posti di blocco tedeschi.

Lo storico Ruggero Zangrandi, a tal proposito sostiene che Badoglio e Casa Savoia, prima di allontanarsi da Roma siano riusciti a “barattare” con Kesselring alcune importanti notizie che consentiranno la liberazione di Mussolini (avvenuta, infatti, il 12 settembre a Campo Imperatore, sul Gran Sasso) a fronte della assicurazione di non essere “disturbati” lungo il prestabilito itinerario dalla Capitale a Pescara.

Pattuglie tedesche, infatti, presidiavano il percorso ed erano stati istituiti parecchi posti di blocco. Si ritiene che fosse stato rilasciato una sorta di “lasciapassare” tedesco a seguito di un presunto accordo Ambrosio – Kesselring, dietro l’impegno di cui sopra oltre alla promessa, poi non mantenuta, di evitare scontri con l’Esercito italiano.

La nutrita colonna reale (circa 50 fra macchine e furgoni) avrebbe potuto essere facile preda, quindi, dei tedeschi ma, in effetti, essa procedette indisturbata fino a destinazione. Numerose testimonianze raccontano anche di ricognitori aerei che fotografarono a diverse riprese la carovana. Quindi, intenzionalmente, non fu fatto alcunché per fermarla.

 

Ore 7: il Ministero della Guerra è ora silenzioso e vuoto.  I capi sono andati tutti via.  Sembra che solo il Principe Umberto si fosse dichiarato contrario alla partenza.  La frase, “…mio Dio che figura, … mio Dio che figura!”, da lui ripetutamente pronunciata in quel frangente, esprime il suo stato d’animo.  Non trovò però “né la forza né l’autorità” per contrastare Badoglio il quale, invece, testardamente ribadì – “… è necessario che di fronte agli Alleati la famiglia reale dimostri di essere unita.”

Il suo fine, probabilmente, era solo quello di coinvolgere nella “sua fuga” quanti più autorevoli personaggi possibile!

 

Il Gen. le Caviglia che in quei giorni, come evidenziato in altro capitolo, si trovava casualmente a Roma, saputo della fuga   del Re, commentò: – “non mi sorprendo di nulla, …Badoglio avrà indotto il Re a tagliare la corda, …così la responsabilità della propria fuga verrà diminuita, se non annullata, da quella del Re e della sua Famiglia”.

Il Principe Umberto, prima di imbarcarsi, tentò ancora di ottenere l’autorizzazione per rientrare a Roma, ma il Re fu irremovibile.

 

Ore 13: la radio, quasi sconoscesse ciò era successo nel pomeriggio precedente, trasmette il consueto “bollettino di guerra” dell’Alto Comando delle FF.AA, per l’esattezza il n°1201 del 9 settembre, il quale “comunica” che “sul fronte calabro reparti italo tedeschi con strenui combattimenti ritardano l’avanzata delle truppe britanniche”!   Macabro scherzo della burocrazia militare o tentativo di mettere alla gogna i fuggitivi?

 

Ore 16 circa: giunta la comitiva a Pescara, Badoglio reputa pericoloso un viaggio in aereo e opta per l’utilizzo delle due corvette “Baionetta” e “Chimera”, messe a disposizione, ad Ortona, dalla Regia Marina; vengono raggiunti, frattanto, da decine di altre vetture stracariche di “pezzi grossi”, anch’essi ignominiosamente fuggiti da Roma. Sul molo della tranquilla cittadina abruzzese non s’era mai visto un cotanto numeroso stuolo di altolocati personaggi di stampo monarchico, militare e civile. Circa 200 persone che poi, ad esclusione dei componenti la Casa Reale e i “fedeli” di Badoglio, si contenderanno aspramente la possibilità di ottenere un posto a bordo delle citate due unità navali.

 

Ore 23: il Re e il suo seguito s’imbarcano sulla corvetta “Baionetta” che, alle 24 circa, salpa alla volta di Brindisi.

Il Re vuole raggiungere al più presto “un lembo di territorio italiano in cui non ci siano né tedeschi né Alleati”.

Badoglio invece, sempre in preda al suo fondamentale timore di cadere in mano ai tedeschi, tenta di convincere il Monarca per recarsi in Sicilia (o addirittura in Tunisia), per porsi sotto la diretta tutela degli Alleati. Senza alcun ritegno afferma: “qui è in gioco la pelle di tutti”!

 

 

10 SETTEMBRE

Ore 14,30: la corvetta “Baionetta” attracca al molo della Capitaneria di Porto di Brindisi. Il Re e Badoglio vengono ricevuti dall’Ammiraglio Luigi Rubartelli che prontamente li ospita nella palazzina del Comando Marina.

Allo sbarco sul molo di Brindisi, c’erano alcune centinaia di persone incuriosite per l’evento, si dice addirittura coinvolte nell’applaudirli.  Ma per che cosa? Forse per la disonorevole fuga da Roma?

A bordo della Corvetta della Regia Marina “Baionetta”, oltre al Re, alla Regina Elena e al Principe Umberto, avevano viaggiato Badoglio, gli aiutanti di campo, generali Puntoni, Gamerra, Carboni, Modignani, il ten. col. De Buzzaccarini, il magg. Campello, il ministro della Real Casa Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Ambrosio, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Roatta, il generale dell’Aeronautica Sandalli, il ten. col. Marchese, facenti parte dello Stato Maggiore delle FF.AA.

Alla meno peggio era stato approntato un servizio d’ordine con Carabinieri e Polizia. Il re, a detta dei presenti, sembrava emozionato ed un po’ a disagio. Badoglio, con sfacciata prosopopea, ebbe l’ardire di rivolgersi alla folla affermando: “siamo qui perché abbiamo firmato l’armistizio”.

Sarti, calzolai e parrucchieri furono mobilitati per offrire assistenza agli arrivati giunti senza bagaglio.  Alle spese avrebbe provveduto la Banca d’Italia che, oltretutto, dovette far fronte alle esigenze delle massime autorità del Regno che in quel momento erano senza denaro liquido.

Il Re d’Italia e d’Albania, imperatore d’Etiopia, non può che constatare, magari affacciandosi dalla torre del castello svevo di Brindisi, quanto i confini del “Regno del sud” fossero adesso ridotti al lumicino: a cinque sole Province e non tutte ancora “libere”, quelle di Lecce, Brindisi, Bari, Taranto e Foggia.

Tuttavia, nella palazzina dell’ammiraglio Rubartelli, Badoglio installa il suo pseudo comando e, come se nulla fosse accaduto, riprende le sue sonnolente abitudini.

Il discusso Maresciallo Badoglio apparirà agli alleati che presto lo terranno sotto tutela attraverso la “Commissione di controllo” capitanata dal Gen. Britannico MacFarlane, come una “figura militare sbiadita, una persona ormai fuori epoca, datata ed antiquata”.
Il re invece sembrò, allo stesso MacFarlane, un “nobile decaduto di altri tempi, una persona insicura e senza più risorse”.