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6 gennaio 1980, assassinio di Piersanti Mattarella: non solo Cosa nostra

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di redazione

Nel giorno dell’Epifania del 1980 si consumò l’assassinio del Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, un eccidio che s’inquadra nella lunga stagione ad alta tensione che, prima di lui, aveva visto cadere sotto i colpi della mafia Michele Reina e Pio La Torre e, due anni dopo, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una stagione che avrebbe continuato a insanguinare Palermo fino a raggiungere il culmine nei primi anni novanta con le stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

In quella fredda ma chiara mattina, l’esponente democristiano, sceso dalla sua abitazione, in Via Libertà, nel luogo dove ora si può vedere una targa ricordo, si era appena messo alla guida della sua automobile Fiat 132 per andare a Messaassieme alla moglie, ai due figli ed alla suocera, quando il killer si avvicinò al finestrino, freddandolo con una scarica di colpi di pistola.

Il primo a precipitarsi a cercare di dare soccorso fu il fratello minore, Sergio. È rimasta emblematica la fotografia istantanea scattata da Letizia Battaglia, che fissò, nella pellicola e nel ricordo degli italiani, il momento in cui il futuro Presidente della Repubblica reggeva sulle ginocchia il corpo massacrato del fratello.

Un delitto ancora oggi, per molti versi, misterioso. Per molti anni è stata seguita la pista del terrorismo nero, dopo che nelle ore immediatamente successive all’assassinio era arrivata una rivendicazione da parte di un fantomatico gruppo neofascista.

L’ipotesi dell’attentato fascista fu perseguita da Giovanni Falcone, che portò a processo i terroristi dei Nar Gilberto Cavallini e Giuseppe Valerio Fioravanti, già coinvolti nella strage alla stazione di Bologna. L’accusa sostenne che, nei giorni dell’omicidio, i due neofascisti si trovavano a Palermo, dove avrebbero cercato e trovato sostegno negli ambienti dell’estrema destra palermitana. Il processo si concluse tuttavia con l’assoluzione dei due imputati, malgrado la moglie di Mattarella avesse dichiarato di aver riconosciuto in Giusva Fioravanti l’esecutore materiale.

Dopo la morte di Falcone si affermò la pista mafiosa, confermata anche dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo, i quali rivelarono che Piersanti Mattarella era stato soppresso a causa della sua opera di moralizzazione degli apparati della Regione, per la svolta politica di trasparenza e legalità impressa al governo della regione, per l’intransigente azione di contrasto agli interessi mafiosi.

In quegli anni Piersanti Mattarella era diventato il punto di riferimento siciliano della corrente di Aldo Moro, in aperto contrasto con Vito Ciancimino, Salvo Lima e con tutta quella parte della Dc che intesseva rapporti inconfessabili con Cosa nostra. Alla fine del processo, nel 1995, furono condannati all’ergastolo come mandanti dell’assassinio i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Ma  nonsi è arrivati mai a dare un volto agli esecutori materiali.

La pandemia ha costretto, quest’anno, a ridurre gli eventi legati all’anniversario dell’eccidio ed al ricordo di un politico che credeva nelle possibilità di riscatto della Sicilia e nella necessità di contrastare la mafia.  Le celebrazioni a Palermo hanno mantenuto un tono sobrio sia in Via Libertà, nel luogo dell’omicidio, che a Castellammare del Golfo, dove Piersanti Mattarella era nato nel 1935.

In questa giornata risuonano con forza le parole del nipote, che porta lo stesso nome del Presidente della Regione assassinato. Il trentaquattrenne Piersanti Mattarella, che anche fisicamente ricorda un po’ il nonno, parla chiaro: “Non fu solo Cosa Nostra ad uccidere mio nonno. Mio nonno viene considerato da tutti una vittima di mafia, ma da quello che sta emergendo dalle indagini più recenti sembra esserci dell’altro. No, non è stata solo Cosa nostra a uccidere Piersanti Mattarella. Già dopo l’omicidio – ha detto Piersanti Mattarella junior all’Adnkronos – le indagini avevano fatto emergere qualche traccia di infiltrazioni che non fossero solo mafiose. Ma forse, ai tempi, anche dal punto di vista della ricostruzione storica, non sembrava possibile che un omicidio potesse essere commesso non solo da membri di Cosa nostra. Una circostanza che è, invece, emersa con chiarezza negli ultimi anni di storia giudiziaria. Ai tempi, probabilmente, era una intuizione del singolo piuttosto che una convinzione diffusa che la mafia potesse uccidere in collaborazione con ‘altro’…”.

Altro” che, da subito, era stato intuito da Leonardo Sciascia, che vedeva nelle“due forze”, mafia e terrorismo, unite nelle trame omicidiali che portarono alla soppressione di politici della Democrazia Cristiana come Piersanti Mattarella e Michele Reina. Il tempo ha dimostrato la lungimiranza delle parole dette dallo scrittore racalmutese nel 1982 al Corriere della Sera “Si è parlato – e molti che non ne hanno parlato ci hanno creduto – della ‘geometrica’ perfezione di certe operazioni delle Brigate Rosse: e si è poi visto di che pasta sono fatti i brigatisti e come la loro efficienza venisse dall’altrui inefficienza. Arriveremo alla stessa constatazione anche con la mafia».

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