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25 aprile 2022, 77° anniversario della liberazione dal nazifascismo

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 Il 25 aprile viene ricordato come il giorno della affermazione dei valori della libertà democratica e dell’antifascismo, al di là del predominante forte anelito a porre fine al tragico lungo periodo della seconda guerra mondiale

di Augusto Lucchese

La consolidata ricorrenza festiva del 25 aprile ripropone ogni anno il ricordo di un significativo periodo storico dell’Italia e riporta alla memoria i fatidici giorni che segnarono l’epilogo del secondo tragico conflitto mondiale in Europa.

Una data che, nel bene e nel male, comunque la si voglia presentare, fa anche  rivivere il ricordo di una infausta e sanguinosa “guerra civile” tuttora non storicamente e obiettivamente analizzata.

La ricorrenza trae origine dal fatto che il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), proprio il 25 aprile 1945 lanciò, da Milano, l’appello per la insurrezione armata da attuare nelle maggiori città del settentrione d’Italia.  Cosa che di fatto avvenne con successo. Parecchi grandi centri abitati e talune zone nevralgiche del nord furono “liberati” ancor prima che giungessero le avanzanti truppe alleate. I tedeschi si arresero o si ritirarono verso i confini d’Italia.

In quel giorno, grazie al fondamentale ruolo avuto dalle brigate partigiane, in molte importanti città dell’alta Italia, fra cui Torino, Milano, Genova, fu avviata la definitiva azione di affrancamento dallo stato di sottomissione ai nazisti e ai fascisti.  Il 25 aprile viene ricordato, quindi, come il giorno della affermazione dei valori della libertà democratica e dell’antifascismo, a prescindere dal predominante forte anelito a porre fine al tragico lungo periodo di guerra.

In ricordo di tale data, nel 1946, su proposta del Presidente del Consiglio di allora, Alcide De Gasperi, il Luogotenente del Regno, Umberto 2° di Savoia, promulgò il decreto “Disposizioni in materia di festività” che, per la prima volta, includeva la nuova ricorrenza.

Successivamente, con la legge n. 260 del maggio 1949, presentata in Senato nel settembre 1948, essa fu ufficializzata e definitivamente inserita nel calendario delle festività nazionali.

L’anniversario, ormai a tutti noto come “festa della Liberazione” è equiparato ad ogni effetto ad un giorno di “festa nazionale” ed ha un alto valore morale nel senso che riporta il pensiero anche ai giorni che segnarono per l’Italia e per l’Europa la fine della crudele guerra e della funesta oppressione nazifascista spesso evidenziatasi, dopo l’8 settembre 1943, nel barbaro comportamento degli ex alleati tedeschi.

Riemerge il ricordo dei luttuosi accadimenti di quegli anni, essenzialmente dovuti alle conseguenze di una guerra avventata, alla sconfitta militare subita malgrado l’eroismo e il sacrificio della base operativa delle FF.AA, ai disumani “bombardamenti a tappeto” attuati senza scrupolo dagli Alleati sui centri urbani e sulla popolazione civile, oltre che, ad abundantiam, a taluni riprovevoli atti di efferata tracotanza posti in essere dai cosiddetti “liberatori”.

Le vicende della lotta partigiana o “guerra civile”, come dir si voglia,  svoltesi dall’8 settembre 1943 (giorno in cui l’ambiguo Presidente del Consiglio in carica, Maresciallo Badoglio, annunciò l’entrata in vigore dell’Armistizio di Cassibile) agli ultimi giorni di aprile 1945, hanno assunto nel tempo un significato altamente politico, pur se non indenne da una certa rilevanza demagogica, a tutto scapito dell’importante aspetto civile e militare che esse indubbiamente ebbero.

Il 25 aprile 1945, tuttavia, è una data simbolica stante che non rappresenta “l’ultimo giorno” di scontro tra le forze contrapposte, ma segna solo il momento della definitiva svolta verso la fine della lunga e massacrante tragedia della 2° guerra mondiale, almeno per quanto concerne la situazione bellica a quel momento esistente in Europa.

Il movimento della lotta partigiana prese avvio, come già accennato, nel settembre del 1943 e il suo ruolo divenne sempre più importante nei successivi due anni. La operatività dei gruppi formatisi attorno al nuovo slancio patriottico e irredentistico fu inizialmente parecchio improvvisata e solo gradatamente fu sufficientemente strutturata in base ad una parvenza di organizzazione paramilitare. Si costituirono le cosiddette “brigate” – tra cui la “Garibaldi”, la “Giustizia e Libertà”, la “Matteotti”, la “Mazzini”, oltre ad alcuni altri reparti autonomi che operavano nelle impervie zone “di montagna”.

Le azioni poste in campo dai vari raggruppamenti partigiani, coordinate dal Comitato di Liberazione Nazionale, assunsero ben presto le caratteristiche di una pianificata attività prettamente militare, pur se in effetti, in relazione al fatto che si dovettero anche sostenere cruente azioni belliche contro i reparti fascisti della “Repubblica di Salò” (in cui erano inquadrati altrettanti italiani), si trattò di una vera e propria “guerra civile”.

Uomini e donne di qualsiasi estrazione sociale, religione, origine geografica e politica (comunisti, socialisti, democristiani, ecc.), magari, in qualche caso, con una certa dose di supponenza e settarietà ideologica, scelsero, in ossequio alle subentrate diffuse convinzioni antifasciste, di entrare a fare parte dei reparti partigiani, accettandone disagi e rischi.

Tuttavia, talune ben poco convenzionali azioni di guerriglia, ai limiti di veri e propri attentati terroristici, condotte a compimento da gruppi autonomi di partigiani, ebbero a determinare, di contro, autentiche “criminali rappresaglie” contro innocenti civili, quali gli eccidi delle “Fosse Ardeatine”, di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto.

Le forze anglo-americane, frattanto, dopo alterne, lunghe e logoranti operazioni militari nel centro Italia (sbarco di Salerno e Anzio), dopo la cruenta lotta sulla “Linea Gustav” – che dalla foce del Sangro a quella del Liri (inclusa la zona di Montecassino) tagliava in due la penisola italiana, dopo la conquista di Roma e la difficile avanzata in Toscana e nel versante adriatico, dovettero nuovamente segnare il passo, per lunghi mesi e in condizioni di estrema difficoltà, a ridosso della famosa “linea Gotica” approntata dai tedeschi sull’Appennino ligure e tosco emiliano.  Ostacolo che fu possibile superare, a caro prezzo, solo nella primavera del 1945.

Dopo le dure battaglie che portarono allo sfondamento della linea Gotica, le posizioni tattiche dei tedeschi erano ormai da considerare pressoché indifendibili e gli Alleati, con relativa facilità, poterono dilagare nelle zone padane del nord Italia.

I partigiani, dal canto loro, avevano già programmato “l’attacco definitivo” di cui alla “direttiva” n. 16, diramata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) in data 16 aprile 1945.

Poi, come già accennato, ancor prima che giungessero le colonne militari degli Alleati, fu proclamata l’insurrezione generale in tutte le zone strategiche ancora presidiate dai tedeschi.

A Milano e Torino fu, addirittura, la stessa popolazione a scendere in piazza contro gli occupanti.  Fu Sandro Pertini, il futuro Presidente della Repubblica, allora membro del citato CLNAI, ad annunciare via radio lo sciopero generale contro i tedeschi e contro i fascisti.

A seguito degli incalzanti avvenimenti e dopo l’infruttuoso colloquio del Cardinale Schuster con i rappresentanti del CNLAI, anche ai fini di evitare eventuali ulteriori cruenti sviluppi della situazione, fu proposto a Mussolini di fermarsi in Arcivescovado sino all’arrivo degli Alleati cui, successivamente, avrebbe potuto volontariamente consegnarsi. Pare, tuttavia, che sia stato lo stesso Mussolini a rifiutare l’offerta, optando per il disperato tentativo di fuga verso la Svizzera.

Finito nel nulla anche l’incontro svoltosi in Prefettura, la sera del 25 aprile l’ex “Duce del fascismo” abbandonò Milano e raggiunse Como. L’indomani, si avviò, lungo la costiera dell’omonimo lago – nascosto fra i militari di una autocolonna tedesca in ritirata – verso la sperata salvezza.

 

Il caso volle, come tutti sanno, che durante il controllo ad un posto di blocco fosse riconosciuto da un gruppo di partigiani. Arrestato e condotto in una villetta della zona (fra Germasino e Dongo), due giorni dopo, il 28 aprile, fu brutalmente ucciso assieme alla sua fedele compagna, Claretta Petacci, che lo aveva seguito nel tentativo di fuga.

Ancora oggi non è dato conoscere la “vera verità” sulla vicenda, su chi fare convergere l’effettiva responsabilità di quanto accadde e sui particolari della vera e propria “esecuzione”. Diverse congetture sostengono che tutto fosse avvenuto in ottemperanza a “chiare direttive” fornite “dall’alto” al fine di escludere ogni possibilità che Mussolini finisse in mano alleata.

A prescindere da ogni pur esistente colpevolezza di Mussolini e dei gerarchi fascisti dell’epoca (che fecero la medesima fine) e a parte l’accesa isteria dei facinorosi rivoluzionari del momento, non è fuor di luogo porre in risalto il fatto che il ben noto lugubre e sconcertante spettacolo di “Piazza Loreto” (29 aprile 1945) non rappresenta di certo un qualcosa di cui possono andare fieri i quadri dirigenti del CLNAI, una sorta di “governo straordinario del Nord”.

Ad esso, infatti, era stata conferita dal Comando Supremo Alleato del Mediterraneo, in base agli accordi romani del 7 dicembre 1944 poi ufficializzati, in data 26 dicembre 1944, dal Governo istituzionale allora in carica, presieduto di Ivanoe Bonomi, una certa autonomia operativa, anche in materia di controllo del territorio.

Il CLNAI, peraltro, con la delibera del 17 gennaio 1945 aveva ribadito la determinazione  di adottare “proprie soluzioni pratiche e proprie designazioni alle cariche pubbliche riguardo alla instaurazione di una sana e solida democrazia”.

Per la cronaca, il citato CLNAI era retto da Alfredo Pizzoni (Presidente), Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini (che in più occasioni ebbe a criticare fortemente gli accordi romani del 7 dicembre 1944, ritenendoli “un capestro”), Leo Valiani , per la sinistra (PCI e PSI), Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani per il Partito Liberale e Achille Marazza per la Democrazia Cristiana.

È superfluo dilungarsi nell’esporre la cronaca degli avvenimenti di quei giorni che, all’alba del 7 maggio 1945, videro il generale Alfred Jodl firmare, nel quartier generale Alleato di Reims, in Francia, i documenti di resa della Germania. La cessazione di ogni attività bellica fu fissata alle 23,01 dell’8 maggio 1945.

Il giorno successivo, parimenti, il Generale Wilhelm Keitel, assistito da alcuni alti ufficiali dell’Oberkommando der Wehrmacht, firmò a Berlino il documento di resa alle forze sovietiche.