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19 luglio 1966: nei mondiali di calcio l’Italia è clamorosamente eliminata dalla Corea del Nord

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Torniamo a parlare di Nazionale e lo facciamo a neanche 10 giorni dal trionfo agli Europei contro l’Inghilterra. Già, perché tra quello che successe il 19 luglio di 65 anni fa e la vittoria dell’11 luglio scorso ci sono svariati collegamenti. A cominciare, per esempio, dal fatto che i mondiali del ’66 si tennero in Inghilterra proprio come la fase conclusiva di Euro2020, che ha visto la sua finale disputarsi al Wembley Stadium di Londra. In quel caso, però, furono gli inglesi a spuntarla contro la Germania ovest aggiudicandosi il primo e finora unico titolo della loro storia. Ma i paragoni con quel periodo storico possono essere fatti guardando anche l’Italia: non quella del Mancio trionfatrice a Wembley, bensì quella di qualche tempo fa (guidata dall’ex CT Ventura per intenderci) in grado di non qualificarsi contro la Svezia, considerando ad esempio che i nostri azzurri, a quei mondiali, uscirono clamorosamente ai gironi beffati dalla Corea del Nord e, dopo soli due anni, arrivarono a conquistare il loro primo Europeo nel 1968.

Il 19 luglio 1966 può, quindi, considerarsi come l’anno zero del calcio italiano post-bellico. La Nazionale italiana del 1966 non era tra le più forti mai avute, però avrebbe dovuto superare agevolmente un girone composto da Cile, Urss e Corea del Nord. Convinzione rafforzata dopo la vittoria all’esordio per 2 a 0 col Cile, e anche dal calendario: alla seconda l’Italia guidata da Edmondo Fabbri perse 1-0 contro l’Unione Sovietica, ma l’ultima gara opponeva la Corea, ritenuta squadra materasso e definita “squadra di Ridolini”, figura comica dell’epoca, dal vice di Fabbri, proprio Ferruccio Valcareggi. Insomma: pratica da liquidare e testa già ai quarti. Eppure quel 19 luglio la partita si rivelò più ostica del previsto. Poi, dopo qualche occasione sciupata accade l’impensabile: una palla persa da Mazzola spalanca il campo a Pak Doo Ik, dilettante come i suoi compagni, che batte Albertosi. L’Italia, in 10 per l’infortunio di Bulgarelli (all’epoca non c’erano sostituzioni, arriveranno 4 anni dopo), non riuscirà a pareggiare e dovrà tornare, incredibilmente, a casa.

Dopo il clamore suscitato dall’incredibile eliminazione, per la FIGC fu tempo di ripartire: su consiglio di Artemio Franchi, Valcareggi assume il ruolo di CT e viene affiancato da Helenio Herrera, l’allenatore del momento, uno che sa come si vince; si punta su diversi giovani come Angelo Domenghini, Angelo Anquiletti, Giancarlo “Picchio” De Sisti, Gianni Rivera, Pierino Prati e il giovanissimo Pietro Anastasi. Dopo sole due partite ufficiali, mister Herrera abbandona il progetto lasciando Valcareggi da solo alla guida della Nazionale per Euro ’68. Eppure sarà proprio in quell’occasione che l’Italia tornerà a vincere, giocando in casa l’Europeo e arrivando a battere la Jugoslavia in finale dopo il doppio confronto. Un racconto che ha dell’incredibile se si pensa che anche l’attuale CT Mancini ha dovuto ricostruire una Nazionale che come quella del ’66 veniva da una cocente delusione e da un sistema ormai retrogrado e da rifondare partendo proprio dai giovani, come Barella, Pessina, Locatelli e Chiesa.

Nel caso di Valcareggi, la sua rinascita proseguì anche ai mondiali di Messico ’70, quando l’italia sfiorò l’impresa perdendo solo in finale contro il Brasile. Di buon auspicio per il Mancio in vista del Qatar, magari chiedendo a Chiellini di conservarsi quella presa su Saka se in finale vedrà qualcuno con la maglia verdeoro volare in area. Alla peggio gli fischieranno rigore contro, ma tanto in porta ci sarà Donnarumma.


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