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Netanyahu all’Onu, l’immagine dell’isolamento: delegazioni lasciano l’aula e nessun incontro con Trump

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Il premier israeliano difende la guerra e attacca i suoi critici davanti a molti seggi vuoti. Il discorso guarda anche alle elezioni israeliane del 27 ottobre. A New York nessun faccia a faccia con il presidente americano
NEW YORK — L’immagine politicamente più forte arriva ancora prima delle parole. Benjamin Netanyahu sale alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e decine di delegati abbandonano l’aula. Altri rimangono. Dagli scranni israeliani e americani arrivano applausi.
È la fotografia di un Israele che continua a poter contare sul rapporto strategico con gli Stati Uniti, ma che affronta una crescente contestazione internazionale. Reuters ha documentato il walkout di decine di delegati durante l’intervento del premier israeliano del 24 settembre.
Netanyahu reagisce immediatamente, definendo «codardi morali» coloro che stanno lasciando la sala. Poi procede con un discorso combattivo nel quale difende le operazioni militari israeliane, rivendica l’attacco alle infrastrutture nucleari iraniane e respinge le accuse rivolte a Israele per la condotta della guerra a Gaza.
Un discorso rivolto anche a Israele
Ma per comprendere davvero l’intervento di Netanyahu bisogna guardare non soltanto a New York.
Bisogna guardare a Israele e alle elezioni del 27 ottobre.
Reuters osserva che il premier è impegnato nella campagna per la rielezione mentre affronta contemporaneamente una crescente pressione internazionale. AP sottolinea a sua volta come il viaggio americano sia avvenuto in una fase particolarmente delicata della politica interna israeliana.
Il messaggio pronunciato all’Onu ha quindi almeno due destinatari: la comunità internazionale e l’elettorato israeliano.
Netanyahu presenta Israele come una nazione costretta a combattere contemporaneamente contro numerose minacce regionali e rivendica la propria leadership come quella di un premier che non arretra davanti alle pressioni esterne.
Una lettura condivisa anche da alcuni analisti citati dalla stampa internazionale, secondo i quali diversi passaggi dell’intervento sembravano più adatti a un comizio elettorale israeliano che a un discorso diplomatico alle Nazioni Unite.
L’Iran al centro
Una parte centrale dell’intervento riguarda l’Iran.
Netanyahu rivendica la decisione di colpire le infrastrutture nucleari iraniane e sostiene che Israele abbia agito per impedire una minaccia esistenziale.
Parlando della decisione di attaccare, il premier l’ha descritta come politicamente semplice pur riconoscendone l’enorme complessità militare.
Teheran propone naturalmente una lettura opposta. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, intervenuto all’Assemblea generale, ha accusato Stati Uniti e Israele di applicare doppi standard sul nucleare e ha contestato la legittimità delle azioni contro l’Iran.
Lo scontro all’Onu riflette quindi una contrapposizione che ormai supera ampiamente Gaza e coinvolge direttamente l’equilibrio strategico dell’intero Medio Oriente.
L’attacco anche agli alleati europei
Netanyahu non risparmia neppure alcuni tradizionali partner occidentali.
Nel suo intervento critica esplicitamente Regno Unito e Francia, accusando i governi europei che contestano la politica israeliana di utilizzare categorie storiche come colonialismo contro lo Stato ebraico.
Il dato politicamente rilevante è il progressivo allargamento della distanza tra il governo israeliano e una parte delle capitali occidentali.
Questo non significa che Israele sia privo di alleati o completamente isolato diplomaticamente: gli Stati Uniti rimangono un partner strategico fondamentale e diverse delegazioni sono rimaste nell’aula durante il discorso.
Ma il walkout mostra quanto profonda sia diventata la frattura internazionale sulla condotta israeliana a Gaza e sulla strategia regionale del governo Netanyahu.
Il grande assente: Donald Trump
C’è però un altro elemento che pesa sul viaggio americano: Netanyahu non ha incontrato Donald Trump.
AP riferisce che non erano previsti incontri tra i due durante la permanenza del premier a New York. Il dato assume particolare significato perché Netanyahu ha invece dedicato parole molto positive al presidente americano durante il proprio intervento all’Onu, ringraziandolo per il sostegno degli Stati Uniti a Israele.
Netanyahu ha definito Trump il principale partner di Israele nella battaglia contro i propri nemici e ha ricordato la cooperazione militare tra i due Paesi contro l’Iran.
Ma l’abbraccio verbale non si è trasformato in un incontro politico a New York.
Secondo AP, i rapporti tra i due leader si sono raffreddati rispetto alla fase precedente e sono emerse divergenze sulla gestione di alcuni dossier regionali.
Non sarebbe però corretto trasformare automaticamente l’assenza dell’incontro in una rottura dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele: la cooperazione strategica fra i due Paesi resta molto più ampia del rapporto personale fra i rispettivi leader.
Gaza rimane il grande spartiacque
Al centro della contestazione internazionale resta inevitabilmente Gaza.
Netanyahu respinge le accuse di genocidio e sostiene che Israele abbia combattuto Hamas cercando di limitare le vittime civili. I critici del governo israeliano contestano radicalmente questa ricostruzione e accusano Israele di gravi violazioni del diritto internazionale.
Sul piano giudiziario internazionale, la Corte penale internazionale aveva emesso nel 2024 un mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu, affermando che esistevano ragionevoli motivi per ritenerlo responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità; Netanyahu e Israele hanno respinto le accuse.
È proprio questa distanza radicale nelle interpretazioni della guerra a spiegare una parte importante della scena vista all’Assemblea generale.
La solitudine diplomatica e la scommessa elettorale
Il discorso di New York mostra quindi due Netanyahu.
Il primo è il leader internazionale che cerca di difendere Israele davanti a una comunità diplomatica profondamente divisa sulla sua politica.
Il secondo è il candidato che parla agli israeliani a poche settimane dalle urne.
Per questo la sala semivuota può essere interpretata in due modi differenti.
Per i suoi avversari rappresenta l’immagine dell’isolamento internazionale prodotto dalla politica del governo israeliano.
Per Netanyahu può invece diventare parte della propria narrazione politica interna: Israele contro molti, Israele sotto pressione, Israele che non arretra.
È una strategia che sposta inevitabilmente il centro del discorso dalle Nazioni Unite alle urne israeliane.
Il 24 settembre Netanyahu ha parlato dal Palazzo di Vetro. Ma una parte rilevante del suo messaggio era indirizzata a migliaia di chilometri di distanza.
Il vero pubblico politico era anche quello che il 27 ottobre dovrà decidere nelle urne quale direzione dare a Israele.