Tra i soccorsi sei donne e dodici minori, nove dei quali non accompagnati. Dopo il recupero dei migranti l’imbarcazione utilizzata per la traversata sarebbe stata incendiata da personale libico. MSF denuncia i rischi di un ritorno in Libia. La nave è diretta verso il porto etneo.
CATANIA – Trentuno persone soccorse nel Mediterraneo centrale e Catania indicata dalle autorità italiane come porto di sbarco.
È l’esito dell’operazione condotta dalla Oyvon, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere, intervenuta su un’imbarcazione partita dalla Libia.
Tra le 31 persone recuperate si trovano sei donne e dodici minori, nove dei quali non accompagnati.
Una presenza, quella dei minori soli, che rende particolarmente delicata la gestione dell’accoglienza una volta raggiunto il territorio italiano.
Secondo quanto riferito da Medici Senza Frontiere, la Oyvon ha raggiunto l’imbarcazione sulla quale viaggiavano i migranti e ha proceduto al loro trasferimento a bordo della nave umanitaria.
Terminato il soccorso, personale libico sarebbe intervenuto incendiando l’imbarcazione ormai vuota utilizzata per la traversata.
MSF ha diffuso immagini e informazioni sull’accaduto, denunciando ancora una volta le condizioni nelle quali si svolgono le intercettazioni e le operazioni nel Mediterraneo centrale.
Le autorità italiane hanno assegnato Catania come porto nel quale dovranno sbarcare le persone soccorse.
La città etnea torna quindi ad essere direttamente coinvolta nella gestione dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo.
All’arrivo sarà necessario attivare le procedure previste per identificazione, controlli sanitari e accoglienza.
Particolare attenzione dovrà essere riservata ai nove minori non accompagnati.
Medici Senza Frontiere ha ribadito la propria opposizione al ritorno in Libia delle persone intercettate o soccorse in mare.
L’organizzazione sostiene che un rimpatrio verso il territorio libico esporrebbe migranti e rifugiati al rischio di detenzione arbitraria, violenze e maltrattamenti.
La questione è da anni al centro di un duro confronto politico e giuridico.
Organizzazioni internazionali e agenzie delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e rifugiati presenti in Libia.
Dietro i numeri rimangono le persone.
Trentuno uomini, donne e ragazzi che hanno affrontato una delle rotte migratorie più pericolose al mondo.
E dodici sono minorenni.
Il Mediterraneo centrale continua così a rappresentare contemporaneamente una frontiera europea, una rotta migratoria e un’emergenza umanitaria.
Ma proprio per questo l’Europa non può continuare ad affrontare il fenomeno esclusivamente quando una nave entra in porto.
Una politica migratoria credibile deve essere capace di tenere insieme principi che troppo spesso vengono presentati come alternativi.
Salvare chi rischia di morire in mare è un dovere.
Controllare le frontiere è una responsabilità dello Stato.
Contrastare i trafficanti è indispensabile.
Garantire procedure rapide per distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale da chi non possiede i requisiti è altrettanto necessario.
E distribuire la responsabilità dell’accoglienza tra gli Stati europei è fondamentale per evitare che il peso geografico ricada prevalentemente sui Paesi mediterranei.
Catania farà ancora una volta la propria parte.
Ma una città portuale non può essere lasciata sola davanti a un fenomeno internazionale.
Servono risorse, strutture, personale e soprattutto una strategia europea.
L’Unione deve essere presente nel Mediterraneo non soltanto attraverso il controllo delle frontiere, ma attraverso una politica comune capace di coniugare sicurezza, legalità e tutela della vita umana.
L’arrivo della Oyvon a Catania riporta tutto questo davanti ai nostri occhi.
Trentuno persone sono state salvate.
Adesso viene la parte che appartiene alla politica: decidere come governare l’immigrazione senza rinunciare né alla sicurezza né all’umanità.