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Mes, organismo in crisi. Cosa prevede la riforma

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 di redazione

La riforma del trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) divide trasversalmente il mondo politico. L’accordo raggiunto dall’Eurogruppo, che da domani, sentiti i Parlamenti nazionali, sarà all’esame del Consiglio europeo (cioè la riunione dei leader della UE)dà inizio all’iter per la firma contestuale del nuovo Trattato Mes e dell’Accordo intergovernativo per l’introduzione anticipata del “common backstop”, fissata per il 27 gennaio 2021.

Ma cos’è il Mes e quali sono i punti maggiormente controversi delle modifiche proposte? Vediamo.

Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è stato istituito nell’ottobre 2012 in sostituzione del Fondo europeo di stabilità (Fesf), o Fondo salva-stati, creato nel 2010 per far fronte alle crisi dei debiti sovrani. I due fondi, alimentati dalle rimesse degli stati  sono rimasti strumenti finanziari con personalità giuridica distinta e, complessivamente, possono contare su un capitale teorico superiore ai 700 miliardi di euro. I due fondi hanno fino ad oggi erogato prestiti per 254,5 miliardi di euro, destinati per tre volte alla Grecia ed una volta ciascuno a Irlanda, Cipro, Portogallo e Spagna.

Il Mes interviene negli Stati in difficoltà attraverso prestiti oppure  acquistando titoli di Stato sul mercato primario e secondario; può aprire linee di credito precauzionali. E può anche intervenire per ricapitalizzare, in modo diretto o indiretto, le banche, cosa fin’ora mai avvenuta.

Fare ricorso al Mes significa, per lo stato che lo richiede,accettare una severa condizionalità politica, che impone l’adozione di un programma di aggiustamento macroeconomico in base ad un’analisi della sostenibilità del debito pubblico affidata alla Commissione europea, al Fondo monetario internazionale (Fmi) e alla Banca centrale europea (Bce): la famosa “troika”.

Già dal 2017, anche in seguito ad alcune decisioni della Corte di giustizia europea, l’Unione ha avvertito l’esigenza di riformare il Mes. Infatti il meccanismo appare oggi un’istituzione organismo in crisi, perché cresce la sua impopolarità mentre si stanno esaurendo le entrate provenienti dagli interessi sui prestiti dei salvataggi di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna ma restano da pagare ogni mese più di trecento stipendi.

Attraverso un lungo iter si è arrivati, in sede di Eurogruppo (la riunione dei ministri delle finanze dell’eurozona), a definire la proposta di riforma del Mes, nella quale le condizioni perché uno stato acceda al Meccanismo sono state rese ancora più stringenti. In particolare per attivare il salva-stati è necessario principalmente: non essere in procedura d’infrazione; non superare il deficit  oltre il 3% da almeno due anni; avere un rapporto debito/PIL sotto il 60% (o averlo ridotto di almeno 1/20 negli ultimi due anni). La riforma dovrebbe servire a semplificare l’accesso ad una linea di credito precauzionale, a favorire una maggiore collaborazione tra istituzioni Ue e Mes ad introdurre le clausole di azione collettiva con voto unico dei creditori, per facilitare la ristrutturazione del debito. L’obiettivo dichiarato è quello di completare l’Unione bancaria e di rafforzare l’Unione monetaria.

IL PARACADUTE PER LE BANCHE

La novità più importante introdotta dalla riforma è il “backstop” comune al Fondo di risoluzione unico (Fru), anticipato all’inizio del 2022 (invece del 2024, come originariamente previsto). In pratica, con la riforma, sarà il Mes a svolgere la funzione di “backstop”, il paracadute finale del fondo di risoluzione unico delle banche: una linea di credito da 70 miliardi, a cui i Paesi potranno accedere qualora i loro fondi nazionali per le risoluzioni bancarie, alimentato  dalle stesse banche e non con risorse pubbliche, non siano sufficienti. L’obiettivo dichiarato è quello di scoraggiare la speculazione sugli istituti di credito.

Per azionare il paracadute bancario non è previsto, come qualcuno chiedeva, un regime di condizionalità macroeconomica a carico dello Stato membro della banca avviata alla risoluzione. Tuttavia, il Fondo di risoluzione unico verrà gestito dal Comitato unico di risoluzione (Single Resolution Board),  struttura incorporata nella Commissione europea e questo, in pratica, significa mettere in comune il rischio finanziario: se una banca di un qualunque paese europeo finisse in risoluzione, il Fondo unico potrebbe essere chiamato a contribuire per mantenerla in vita (per esempio, la gestione e la distribuzione ordinata ai clienti della liquidità agli sportelli), grazie a contributi delle banche di tutti gli altri stati.

Ma il fondo unico è stato costituito da poco tempo, dunque le risorse raccolte finora potrebbero non bastare per fronteggiare l’eventuale risoluzione (in altre parole, fallimento) di una banca. Perciò viene creato un “backstop”, un supporto o “paracadute”. L’accordo dell’Eurogruppo di lunedì scorso prevede che questo paracadute può venire dai fondi del MES, cioè dalle risorse raccolte dal Meccanismo attraverso le quote di capitale e le garanzie di ciascuno degli Stati dell’Unione bancaria. Il Fondo unico, cioè le risorse provenienti dalle banche, dovrà poi rimborsare il Mes.  

Si tratta di un meccanismo di sostegno reciproco in Europa, che, nelle dichiarazioni dei proponenti, offre una rete di sicurezza ai cittadini dei Paesi e i clienti delle banche più deboli. Mala messa in comune del rischio nell’Unione bancaria, che prevede come passo successivo l’assicurazione comune sui depositi, da molte delle forze politiche italiane (Lega, FdI, FI, parte del M5S) viene visto come una forma di assistenza degli stati più deboli, fra cui l’Italia, a quelli più forti, cioè la Germania.

LE CLAUSOLE DI AZIONE COLLETTIVA

Oltre al paracadute bancario, la riforma del Mes prevede le “clausole di azione collettiva”  sul debito (CaCs), già inserite dal 2013 nei termini contrattuali di tutti i bond emessi da Stati dell’area euro con scadenza di un anno e oltre. Si tratta di un potere d’iniziativa concesso agli stati in grave crisi finanziaria, oberati da un forte debito e incapaci di drenare nuove risorse dal mercato. Con le CaCs lo Stato che emette bond può modificarne i termini, rimborsarli più tardo o solamente in parte, decidendo, di fatto, una forma di default, a condizione che vi sia l’approvazione di una maggioranza qualificata dei suoi creditori.

Con la riforma si vuole evitare che fondi speculativi (holdout) facciano incetta dei bond rifiutando l’offerta ristrutturata di rimborso da parte dei governi in crisi e comprandoli a valori frazionali e chiedendo in seguito, anche dopo anni, la restituzione del valore intero, come avvenuto in passato, per esempio, in occasione del default argentino, quando i fondi holdout, riuscirono a farsi rimborsare dopo dieci anni al 100% bond per venti miliardi di dollari, ed anche nel default greco del 2012 gli holdout ottennero un rimorso pieno per 6,5 miliardi di euro di titoli emessi da Atene, quando i cittadini italiani ed europei contribuirono a pagarli con costosissimi salvataggi a ripetizione.

Per evitare questi assalti speculativi la riforma del Mes introduce un meccanismo che è stato raccomandato dal Fondo monetario internazionale: le “Single-Limb CACs”, votazioni singole, abolendo l’attuale doppio voto (Double-Limb CACs) per cui prima votano i detentori di ogni singolo bond e poi votano tutti insieme tutti i detentori della totalità dei bond.

Le votazioni singole offrono la possibilità per uno Stato che vuole ristrutturare il debito di sottoporre la relativa decisione ad un voto unico voto per tutti i creditori, con ciò impedendo ai fondi speculativi di comprare a prezzi di saldo, come oggi consente loro il doppio voto.

Viene comunque lasciata la possibilità di raggruppare in diversi sottogruppi i detentori di titoli nell’espressione del voto, al fine di mantenere le proporzioni e la parità di trattamento tra i creditori.

Se l’Italia, o un altro paese, bloccassero la riforma del Mes, salterebbe l’introduzione del voto unico di tutti creditori sulla proposta di ristrutturazione, che ha come scopo di impedire la speculazione degli holdout, che agiscono a danno degli altri creditori e di tutti i cittadini dello Stato in crisi.

I fautori della riforma assicurano che queste modifiche servono solo ad “aprire un ombrello” per difendersi dai fondi speculativi, tutelando anche contribuenti e cittadini degli stati in crisi, e non danno al Mes il potere di obbligare uno Stato  a dichiarare il default, né rendono più probabile una tale evenienza.

I favorevoli all’approvazione della riforma del Mes fanno poi notare che le forze politiche che manifestano la maggiore ostilità ai mercati finanziari, opponendosi alla riforma otterrebbero, per paradosso, l’effetto di favorire la peggiore speculazione presente sul mercato internazionale.

LE LINEE DI CREDITO PRECAUZIONALI

La riforma del Mes prevede linee di credito più leggere, a titolo precauzionale, per quegli stati che sono in difficoltà finanziaria ma ancora non hanno perso l’accesso ai finanziamenti di mercato. In questo, come in tutti gli altri casi, è solo il governo interessato a poter chiedere il prestito al Mes, scartando altre possibili soluzioni.

Le linee precauzionali esistono già da tempo, ma la riforma di cui oggi si discute apporta alcune specifiche e limitate modifiche al “PrecautionaryConditioned Credit Line” e alla “Enhanced Conditions Credit Line” del Mes

Un esempio di Enhanced Conditions Credit Line (linea di credito rafforzata) è il cosiddetto “Mes sanitario”, che pone come unica condizione che i fondi siano spesi,vdirettamnete o indirettamente, per la sanità.

La possibilità di accedere alle linee di credito leggere è decisa dal consiglio d’amministrazione del Mes (cioè dai i ministri finanziari dell’area euro) e prevede anche una valutazione di giudizio complessivo, senza particolari vincoli o rigidità di natura burocratica o matematica Ma sappiamo che nessuno dei paesi membri ha voluto chiedere il Mes sanitario ed in Italiana decisione di questo tipo è quanto mai controversa.

DISATTESE LE RICHIESTE DEI PAESI “FRUGALI”

Gli ambienti finanziari tedeschi e olandesi avevano chiesto l’introduzione nella riforma del Mes, di un “bail-in” del debito pubblico, cioè la condizione, per accedere al Mes, di fare, in via preliminare da parte dello stato richiedente, default sui creditori. Ma la proposta è stata respinta, si procederà in modo simile a quello attuale, cioè con una valutazione preliminare di sostenibilità del debito ad opera della Commissione europea e dello stesso Mes.

Allo stesso modo è stata respinta l’idea dei paesi “frugali” di un trasferimento della sorveglianza sul bilancio dalla Commissione europea, organo dell’Unione, che decide a maggioranza, al consiglio del Mes, che è un organo intergovernativo, nel quale ciascuno degli Stati ha diritto di veto sulle decisioni più rilevanti. Sarà ancora la Commissione europea e non i paesi nordici, assieme ai tecnici del Mes, a valutare le condizioni finanziarie dei paesi in crisi.


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