ROMA – Il governo italiano apre un nuovo confronto con Bruxelles sui margini della politica di bilancio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen chiedendo che l’aumento dell’inflazione e l’impatto del caro energia vengano tenuti in maggiore considerazione nella valutazione del rispetto delle regole europee sulla spesa pubblica.
L’obiettivo dell’esecutivo è ottenere uno spazio aggiuntivo per finanziare interventi temporanei e mirati destinati a famiglie e imprese, senza trasformare queste risorse in aumenti strutturali della spesa.
La richiesta arriva mentre l’inflazione italiana è risalita al 4,1% su base annua a settembre, alimentando le preoccupazioni per l’effetto dei prezzi energetici sul potere d’acquisto e sui costi delle aziende.
Il ragionamento avanzato da Palazzo Chigi riguarda anche il funzionamento delle nuove regole fiscali europee.
Quando l’inflazione effettiva supera sensibilmente quella prevista, alcune componenti della spesa pubblica aumentano automaticamente o quasi automaticamente. È il caso, tra gli altri, delle pensioni e di altre prestazioni indicizzate.
Secondo Meloni, il quadro europeo lascia alla Commissione un margine per considerare questi elementi nella valutazione preventiva del rispetto della regola sulla spesa netta. La premier ha inoltre proposto di consentire l’utilizzo di almeno una parte delle maggiori entrate fiscali generate dall’aumento dei prezzi per contrastare temporaneamente i maggiori costi dell’energia.
Il confronto non parte da zero. L’Italia ha già chiesto formalmente l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia prevista dal Patto di stabilità per energia e difesa.
Per la componente energetica, il margine richiesto raggiunge complessivamente lo 0,6% del Pil fino al 2028, pari a circa 14 miliardi di euro. A questi si aggiungono circa 22 miliardi collegati alla difesa. La richiesta complessiva italiana vale quindi circa 36 miliardi nel periodo considerato.
La Commissione ha ricordato che la clausola, inizialmente collegata alla difesa, è stata estesa proprio all’energia per permettere agli Stati membri di affrontare l’attuale fase di crisi.
La risposta europea resta però prudente.
La portavoce della Commissione Paula Pinho ha sottolineato che Bruxelles ha già messo a disposizione degli Stati membri maggiori margini di bilancio. Negli ambienti comunitari prevale quindi cautela davanti alla possibilità di introdurre ulteriori deroghe rispetto a quelle già previste.
Il punto centrale sarà stabilire fino a che livello l’aumento dell’inflazione possa essere considerato un fattore eccezionale nella valutazione della traiettoria della spesa pubblica, senza compromettere gli obiettivi di sostenibilità dei conti.
Meloni vuole portare la questione alla riunione dell’Ecofin del 9 ottobre e successivamente al Consiglio europeo.
Il dossier diventa particolarmente importante perché il governo deve conciliare due esigenze: mantenere sotto controllo deficit e debito e, contemporaneamente, evitare che la nuova impennata dei costi energetici venga trasferita integralmente sulle famiglie e sul sistema produttivo.
L’Italia non è inoltre isolata nella richiesta di maggiore flessibilità: anche altri Paesi europei stanno sollevando il problema dell’impatto dello shock energetico sui bilanci nazionali.
Parallelamente alla battaglia sui conti pubblici, Roma sta costruendo con Praga un secondo fronte sulle politiche energetiche europee.
Italia e Repubblica Ceca hanno trasmesso alla Commissione un documento congiunto che propone misure temporanee per ridurre l’impatto del sistema europeo ETS sui prezzi dell’energia, maggiore flessibilità nell’assegnazione delle quote e il rinvio dell’entrata in vigore dell’ETS2 per trasporti ed edifici. Le proposte saranno al centro del confronto in vista del vertice europeo del 15 e 16 ottobre.
La strategia italiana si muove dunque su due livelli strettamente collegati: ottenere maggiori margini finanziari per fronteggiare gli effetti immediati dell’aumento dei prezzi e modificare alcuni meccanismi europei che, secondo Roma e Praga, rischiano di aggravare il costo dell’energia.
Le prossime due settimane saranno decisive. Prima l’Ecofin del 9 ottobre, poi il vertice europeo del 15 e 16 ottobre dovranno chiarire quanto spazio Bruxelles sia disposta a concedere agli Stati per affrontare una nuova fase di pressione energetica senza modificare gli obiettivi generali di disciplina fiscale dell’Unione.