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Mattarella smonta le illusioni della classe dirigente: il mondo torna a usare la forza mentre le crisi chiedono cooperazione

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Di Angioletta Massimino 

Mattarella ha infilato il bisturi dove fa più male: nel punto esatto in cui la classe dirigente preferisce non guardare. Il messaggio inviato al Forum Ambrosetti non è un esercizio di stile, è una radiografia brutale del sistema internazionale che si sta deformando sotto i nostri occhi. Mentre le crisi globali si moltiplicano e si intrecciano, mentre il pianeta mostra crepe che nessuno Stato può riparare da solo, riemerge la vecchia grammatica della forza, quella che pensavamo relegata ai manuali di storia.

Il Presidente non concede attenuanti. Elenca le faglie che attraversano il mondo: clima fuori controllo, minacce sanitarie che non conoscono confini, risorse energetiche e alimentari sempre più contese, acqua che diventa variabile geopolitica, tecnologie che corrono più della politica. Tutto globale, tutto interdipendente, tutto impossibile da affrontare con la logica del fortino. Eppure, proprio mentre la cooperazione diventa indispensabile, torna a farsi largo la tentazione di risolvere le controversie con la pressione, con la minaccia, con la forza. Una regressione che Mattarella definisce senza esitazioni una deriva pericolosa.

La “pretesa predatoria” evocata dal Quirinale non è un artificio retorico: è la descrizione di un mondo che ricomincia a contendersi risorse materiali e immateriali come se la diplomazia fosse un optional. La competizione strategica si riaccende, gli equilibri si incrinano, le tensioni si accumulano. Invece di costruire strumenti comuni, gli Stati tornano a brandire la logica della potenza, come se la storia non avesse già mostrato dove porta questa illusione.

In mezzo a questo quadro, Mattarella indica un’unica architettura che ha dimostrato di funzionare: l’Unione Europea. Non come slogan, ma come prova concreta che la sovranità condivisa può produrre stabilità, diritti, prosperità. Un modello imperfetto, certo, ma capace di trasformare la competizione in cooperazione, di sostituire la forza con il diritto, di offrire un’alternativa alla spirale delle rivalità. L’Europa, nella lettura del Presidente, resta uno dei pochi esempi di come si possa costruire sicurezza senza ricorrere ai muscoli.

Il contesto non è neutro: il Forum Ambrosetti è il luogo dove la classe dirigente misura la temperatura del potere, dove si definiscono le priorità economiche, dove si osservano le fratture geopolitiche che attraversano il pianeta. Parlare a quel pubblico significa parlare direttamente ai decisori, senza mediazioni. Mattarella non urla, non agita scenari apocalittici, non alimenta ansie. Fa qualcosa di più scomodo: ricorda che la cooperazione non è più una scelta, ma una condizione di sopravvivenza. Ignorarla significa consegnarsi a un ritorno delle politiche di potenza che potrebbe destabilizzare un mondo già fragile.

Il messaggio è una linea tracciata con precisione: le crisi globali non si affrontano con la forza né con la competizione cieca, ma con strumenti comuni, responsabilità condivise, capacità di dialogo. L’alternativa è un sistema internazionale che torna a farsi male da solo, inseguendo risorse come predatori in un territorio che si restringe. L’Europa, con tutte le sue imperfezioni, resta la dimostrazione che la sovranità può essere condivisa senza perdere identità e che il diritto può sostituire la forza senza perdere efficacia.

Il resto è rumore. Il punto, invece, è uno: il mondo sta scivolando verso una fase in cui la cooperazione non è più un’opzione ma una necessità strutturale. Mattarella lo ha detto con chiarezza. Ora tocca alla classe dirigente decidere se continuare a ignorarlo o se scegliere di ascoltare.