6 settembre 2026 – «Le persone vengono prima dei confini, definizioni e istituzioni».
Sergio Mattarella sceglie le parole pronunciate recentemente da Papa Leone XIV per consegnare un messaggio che va molto oltre la celebrazione dell’autonomia del Trentino-Alto Adige.
Il Capo dello Stato è intervenuto tra Merano e Trento in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’Accordo De Gasperi-Gruber, firmato a Parigi il 5 settembre 1946 e destinato a porre le fondamenta della tutela della minoranza di lingua tedesca e dell’autonomia regionale.
È forse questa l’altra frase decisiva pronunciata dal Presidente.
Mattarella ha ricordato come l’accordo raggiunto da Alcide De Gasperi e Karl Gruber rappresentò una risposta politica innovativa a una questione che avrebbe potuto continuare a produrre conflitto.
Italiani, tedeschi e ladini non dovevano essere costretti a scegliere fra identità e cittadinanza.
La Repubblica doveva invece essere abbastanza forte da proteggere le differenze.
Da qui il principio ricordato dal Presidente:
«Non si è “allogeni”, stranieri, a casa propria».
Una frase che oggi risuona ben oltre il Trentino-Alto Adige.
Mattarella ha ricordato anche una delle pagine più oscure del Novecento.
Fascismo e nazismo tentarono di far coincidere artificialmente confini politici e confini etnici, fino alle opzioni del 1939 concordate tra Mussolini e Hitler, che spinsero parte della popolazione germanofona verso la Germania.
Fu la logica secondo cui territorio, sangue, lingua e Stato avrebbero dovuto necessariamente coincidere.
L’Europa nata dopo il 1945 scelse la strada opposta.
Non cancellare le identità.
Renderle compatibili.
È questo il significato più profondo dell’esperienza altoatesina: la diversità non viene eliminata per costruire la convivenza; viene riconosciuta e protetta.
Con l’ingresso dell’Austria nell’Unione europea e l’affermazione dello spazio Schengen, quella che per generazioni era stata una frontiera contesa ha progressivamente assunto un significato completamente diverso.
Mattarella ha ricordato come i confini siano potuti diventare «punti di incontro» tra popoli desiderosi di vivere insieme in pace e prosperità.
È una delle grandi conquiste europee.
Un ragazzo nato oggi difficilmente riesce a immaginare cosa significasse attraversare continuamente frontiere, controlli e barriere nel cuore del continente.
E proprio perché quella libertà è diventata normale rischiamo talvolta di dimenticare quanto sia stata straordinaria.
Qui Mattarella incontra Leone XIV.
Al Meeting di Rimini il Pontefice aveva sostenuto che la pace nasce da persone capaci di incontrarsi e confrontarsi, ricordando che prima di confini, definizioni e istituzioni vengono sempre gli esseri umani.
Non significa affermare che i confini non servano.
Gli Stati hanno confini, leggi e il diritto-dovere di governare i fenomeni migratori.
Significa stabilire l’ordine dei valori.
Una frontiera può disciplinare l’ingresso in uno Stato.
Non può stabilire il valore di una persona.
Le parole del Presidente arrivano mentre in tutta Europa cresce il confronto su immigrazione, identità nazionale, sicurezza e sovranità.
Sono temi reali.
Liquidarli significherebbe commettere un grave errore politico.
Ma esiste una linea che una democrazia non dovrebbe oltrepassare: trasformare la paura in ostilità verso intere categorie di persone.
Governare l’immigrazione è necessario.
Costruire il consenso indicando lo straniero come nemico è un’altra cosa.
Difendere l’identità nazionale è legittimo.
Pensare che essa possa sopravvivere soltanto espellendo la diversità significa invece dimenticare una parte essenziale della storia europea.
Il discorso del Presidente non si è fermato alle minoranze.
Mattarella ha indicato nella crescente astensione elettorale uno dei sintomi della sfiducia dei cittadini verso la partecipazione democratica, sostenendo che tale distanza può essere affrontata attraverso autentico servizio alle istituzioni e rispetto delle esigenze delle persone.
È un passaggio importante.
Perché le democrazie non vengono indebolite soltanto da chi ne contesta apertamente i principi.
Possono essere indebolite anche dall’indifferenza.
Quando milioni di cittadini smettono di credere che votare possa cambiare qualcosa, lo spazio della democrazia inevitabilmente si restringe.
Mattarella offre indirettamente anche una lezione alla politica democratica.
Non basta denunciare nazionalismo e xenofobia.
Bisogna ricostruire fiducia.
Occorre dimostrare che le istituzioni sono capaci di governare l’immigrazione, garantire sicurezza, ridurre le disuguaglianze, creare lavoro e proteggere le persone più fragili.
Altrimenti le paure continueranno a essere intercettate da chi offre risposte semplici a problemi enormemente complessi.
Il significato dell’Accordo De Gasperi-Gruber è ancora attuale proprio per questo.
Due popoli usciti da una guerra devastante decisero che una frontiera contesa non avrebbe più dovuto produrre un nemico.
Ottant’anni dopo l’Europa deve decidere se conservare quella lezione.
Perché possiamo certamente discutere di frontiere.
Possiamo discutere di immigrazione, sicurezza, cittadinanza e integrazione.
Possiamo persino avere idee radicalmente diverse.
Ma esiste un principio che dovrebbe venire prima di tutto:
dietro ogni categoria politica esiste una persona.
Prima dell’italiano e dello straniero.
Prima del migrante e del cittadino.
Prima della maggioranza e della minoranza.
Prima del confine.
C’è l’essere umano.
Ed è precisamente quando una società dimentica questo principio che i confini smettono di essere linee sulle carte geografiche e cominciano a diventare muri tra le persone.
QdC – Quotidiano dei Contribuenti
Ottant’anni dopo De Gasperi e Gruber, la sfida europea rimane la stessa: costruire identità abbastanza forti da non avere paura delle differenze.