Di Angioletta Massimino
In Sicilia, vicino Catania, la Riviera dei Ciclopi puzza di resa. Non è una metafora: è ammoniaca, batteri, liquami che risalgono dalla costa fino alla strada statale parallela, dove l’odore di fogna accompagna residenti e turisti come un marchio di infamia.
Una delle linee di costa più riconoscibili della Sicilia orientale viene trattata come lo scarico finale di un sistema fognario che non funziona, di opere annunciate e mai rese operative, di cantieri chiusi sulla carta e aperti in mare.
Da anni si ripete lo stesso copione: divieti di balneazione, analisi che certificano inquinamento, ordinanze, promesse, tavoli tecnici, vertici in Prefettura, comunicati rassicuranti. Poi, puntualmente, l’estate successiva la scena si riapre identica, con gli stessi torrenti che portano a mare ciò che non viene depurato, con le stesse reti miste che vanno in sovraccarico alla prima pioggia e scaricano direttamente sulla costa carichi batterici fuori scala. Non è un incidente, è un sistema.
Il caso del collettore fognario di Aci Castello è l’emblema di questa paralisi. Un’infrastruttura pensata per convogliare i reflui della riviera etnea fino al depuratore di Pantano d’Arci, passando per gli allaccianti di Catania, finanziata con oltre 20 milioni di euro di risorse pubbliche, inserita tra gli interventi per la protezione dell’Area Marina Protetta Isola dei Ciclopi, risulta ultimata dalla stazione appaltante, ma non entra in esercizio.
Il nodo non è più il cantiere, è la gestione: chi deve prendere in carico la condotta, chi deve pagare, chi deve firmare l’ultimo passaggio. Nel frattempo, il mare continua a essere usato come soluzione di comodo.
I vertici convocati in Prefettura hanno messo attorno allo stesso tavolo commissario nazionale per la depurazione, società idriche, Ati, Sidra, Genio civile, sindaci dei Comuni coinvolti. Risultato: posizioni cristallizzate, responsabilità rimpallate, nessuna data certa per l’attivazione dell’opera.
Il sindaco di Aci Castello ha parlato apertamente di anni di attesa, promesse e rinvii, di un’infrastruttura finita che resta ferma per dispute burocratiche su chi debba gestirla, con il sospetto che dietro il muro di competenze e cavilli si nascondano interessi ben più solidi della tutela ambientale.
Intanto la costa paga. La Riviera dei Ciclopi vive di mare: paesaggio, identità, turismo, pesca, economia locale. Quando la rete fognaria non è adeguata, non è un problema tecnico astratto, è una ferita quotidiana.
Le acque classificate come “aree rosse” per inquinamento, le segnalazioni di Goletta Verde, le infestazioni di alghe tossiche favorite da acque calde, stagnanti e cariche di nutrienti provenienti da scarichi non trattati, sono il sintomo di un ecosistema sotto pressione per colpa di scelte rinviate all’infinito.
La responsabilità non si ferma alla scala locale. L’Italia paga da anni sanzioni milionarie all’Unione Europea per il mancato adeguamento degli impianti di trattamento delle acque reflue in decine di agglomerati urbani, molti dei quali in Sicilia.
Circa 25 milioni di euro l’anno bruciati per coprire l’inadempienza, mentre sul territorio si continua a discutere di chi debba firmare un collaudo o assumere la gestione di una condotta. Sono soldi sottratti a sanità, scuole, infrastrutture, che finiscono a tappare il buco di un sistema di depurazione che non viene completato.
La società civile ha capito che non si tratta più di un dossier tecnico, ma di una questione di dignità. Chi vive e lavora sulla costa non chiede miracoli, chiede che le opere già pagate vengano messe in funzione, che gli scarichi non finiscano più direttamente in mare, che la politica smetta di usare la geografia come discarica delle proprie indecisioni.
La domanda è brutale: quanto ancora dovrà essere tollerato che una costa tutelata, riconosciuta, raccontata come simbolo della Sicilia venga trattata come l’ultimo tratto di una fogna a cielo aperto? La risposta non può essere l’ennesimo tavolo, l’ennesimo rinvio, l’ennesimo scaricabarile tra Comune, Regione, commissari e gestori.
Qui non si discute di un’opera da progettare: si parla di un collettore già costruito, di una rete da adeguare, di pompe da installare, di atti da firmare. Ogni giorno di ritardo è un giorno in cui il mare viene usato come discarica
La Riviera dei Ciclopi non ha bisogno di slogan, ha bisogno di decisioni. Chi ha competenza sulla depurazione deve assumersela, senza più nascondersi dietro cavilli o conflitti di attribuzione. Chi ha responsabilità politica deve dire chiaramente se intende difendere il mare o continuare a sacrificare l’ambiente sull’altare dell’inerzia.
E chi abita queste coste ha il diritto di pretendere che i 20 milioni di euro già spesi non restino sepolti in un’opera ferma, mentre la puzza di fogna continua a salire dal mare come il promemoria quotidiano di una vergogna collettiva.