Cinquantadue anni dopo, la “Madonna con Bambino” di Antonio Solario detto ‘lo Zingaro’, è tornata a casa. La tempera su tavola del XVI secolo, trafugata nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1973 dai Musei Civici di Belluno, era stata individuata nel 2017 in una casa d’aste regionale inglese dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Venezia. Ma per riportarla in Italia, nella sua collocazione originaria – la cerimonia formale di riconsegna è avvenuta stamattina a Palazzo Fulcis – ci sono voluti altri sei anni tra pandemia, battaglie legali e fiera resistenza della vedova del barone che l’aveva acquistata per poche centinaia di sterline proprio nel 1973, poco dopo il furto – “in buona fede” giurava l’uomo – da un anonimo venditore in Gran Bretagna. L’opera, pervenuta originariamente al Museo di Belluno come un dipinto di Giovanni Bellini, era stata poi attribuita – con parere unanime da parte degli studiosi – ad Antonio Solario (Chieti o Venezia 1465 – Napoli 1530), pittore di scuola veneziana, attivo principalmente nelle Marche, a Napoli e in Inghilterra. La composizione si colloca nella produzione giovanile dell’artista, tra il prototipo belliniano realizzato intorno al 1490 e la pala di Fermo del 1502 dello stesso Solario.
Le indagini sul ‘maxicolpo’ avevano portato al recupero di diverse opere ma non della “Madonna” del Solario, di cui si era persa presto ogni traccia. Per quasi mezzo secolo, fino a quando nel febbraio di otto anni fa Barbara De Dozsa, moglie del barone, provò a venderla (sembra non le fosse mai andata a genio, tanto da spostarla in cantina), attirando così l’attenzione di alcuni studiosi, degli stessi Musei Civici di Belluno e, inevitabilmente, dei Carabinieri che da tempo l’avevano schedata nel loro database delle opere d’arte rubate, il più grande ed aggiornato del mondo.
E’ “The Guardian”, in un articolo pubblicato online, a ricostruire quanto sia stato difficile persuadere la signora De Dozsa a “fare la cosa giusta”, ovvero a restituire il dipinto ai legittimi proprietari senza porre condizioni e, soprattutto, senza chiedere ‘risarcimenti’. Secondo il quotidiano britannico, la “Madonna con Bambino”, una volta comprata dal barone, fino al divorzio della coppia “era rimasta nella loro dimora del XVI secolo nel Norfolk, il maniero di East Barsham vicino a Fakenham, descritto da Enrico VIII come il suo ‘piccolo palazzo di campagna’. Fallita in extremis l’operazione vendita, sarebbe tornata nella disponibilità della signora “poiché i ritardi causati dal lockdown per il Covid impedirono alle autorità italiane di fornire i documenti richiesti dalla polizia britannica”.
Il braccio di ferro è durato ancora parecchio, con la procura di Venezia a ipotizzare i reati di esportazione illecita di beni culturali e ricettazione, i Carabinieri a segnalare il ritrovamento al Comitato per il recupero e la restituzione dei beni culturali del ministero della Cultura e la signora de Dozsa ostinata nel rifiutarsi di restituire la tempera, sempre appellandosi alla ‘buona fede’ dell’acquisto operato dal marito.
Un ruolo importante nella vicenda, sempre secondo ‘The Guardian’, l’ha interpetrato Christopher Marinello, un importante avvocato specializzato in arte e fondatore di Art Recovery International, un’organizzazione che si occupa di opere rubate o saccheggiate, con sede a Londra, Venezia e New York – che “ha gestito le trattative per il recupero a titolo gratuito, poiché desiderava aiutare la città veneta, da cui proveniva la sua famiglia”. De Dozsa s’è appellata al Limitations Act britannico del 1980, che stabilisce che una persona che acquista beni rubati può essere riconosciuta come legittimo proprietario se l’acquisto non è collegato al furto dopo più di sei anni ma lo stesso Marinello ha liquidato tale argomentazione come “assurda: sebbene il Limitations Act sostenesse certamente questa posizione, il fatto che il dipinto fosse presente nei database dell’Interpol e dei Carabinieri relativi alle opere d’arte rubate significava che non avrebbe mai potuto essere venduto, esposto o addirittura trasportato senza essere sequestrato”.
Barbara De Dozsa ha continuato ad opporsi, fino a ipotizzare anche un prezzo (sembra intorno ai 100mila euro), ma alla fine si è arresa rinunciando ad ogni diritto sul quadro. “Quando si tratta di restituire opere d’arte rubate – dice Marinello – posso essere fastidioso e insistente. Ma alla fine, la decisione è stata di Barbara de Dozsa, e ha scelto saggiamente”. (AGI)
BAS