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Lo Stato che apre le porte: la legge che svuota le carceri e riempie le strade

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Di Angioletta Massimino

Mentre il governo recita il solito copione sulla “sicurezza” e si fa fotografare tra sirene, proclami e casi di cronaca usati come sonnifero collettivo, la vera operazione avviene altrove: dentro una legge che non rafforza lo Stato, lo svuota. 

La legge 5 agosto 2026 n. 140, entrata in vigore il 21 agosto, viene venduta come svolta epocale per il recupero dei detenuti con dipendenze, ma nei fatti è un gigantesco scarico di responsabilità e un colpo al principio di certezza della pena.

Il meccanismo è semplice e per questo pericoloso: chi è tossicodipendente o alcoldipendente, condannato a una pena detentiva fino a otto anni (quattro se nel cumulo c’è un reato da 4-bis, ma con eccezioni che riportano comunque il limite a otto per alcune rapine aggravate), può chiedere di scontare la pena fuori dal carcere, in comunità terapeutiche o in un domicilio “idoneo”, sulla base di un programma di cura. Non si tratta di liberazione automatica, serve un’istanza e una valutazione del nesso tra dipendenza e reato, ma la legge introduce proprio ciò che i tecnici temevano: una formula ampia, che spalanca la porta a chiunque riesca a dimostrare una correlazione tra uso di sostanze e condotta criminale.  

Il governo Meloni e il ministro Nordio la presentano come risposta al sovraffollamento e come strumento di “recupero” per persone considerate “prima di tutto malati da curare”. Il ministro parla di 10mila detenuti che potrebbero uscire nel medio periodo, definendo la norma “svuota carceri” e “provvedimento epocale”. Peccato che la stessa documentazione ufficiale e le analisi indipendenti smontino la narrazione: i fondi stanziati sono 19,4 milioni l’anno, sufficienti, secondo il ministero, per circa 500 persone nel 2026. Diecimila è una cifra da conferenza stampa, non da bilancio.  

Nel frattempo, le carceri italiane viaggiano con oltre 60mila detenuti su circa 40mila posti reali, con un tasso di affollamento vicino al 140%. Dentro, quasi 20mila persone hanno problemi di tossicodipendenza, circa un terzo della popolazione detenuta. La legge promette di alleggerire la pressione, ma non dice dove verranno collocati, chi li seguirà, con quali strutture e con quali organici. Le comunità terapeutiche accreditate hanno poco più di 13mila posti, già in gran parte occupati, e la rete dei servizi per le dipendenze (SerD) è cronicamente sottofinanziata.  

Le associazioni che lavorano sul campo non si fanno incantare. Comunitalia, che riunisce realtà come San Patrignano, Comunità Incontro e Papa Giovanni XXIII, parla di opportunità ma mette subito il dito nella piaga: senza risorse adeguate, senza posti reali, senza personale, la norma rischia di essere solo un trasferimento del problema dal carcere alle comunità, con l’illusione che la “terapia” possa sostituire la funzione di controllo dello Stato. Antigone e altre realtà sottolineano il paradosso: si chiede a strutture sanitarie e sociali già al limite di farsi carico anche della sicurezza collettiva. 

Il punto più inquietante è quello che magistrati come Nino Di Matteo hanno indicato con chiarezza: la legge interviene sul sistema del doppio binario, cioè su quell’impianto che per decenni ha garantito un trattamento più severo per i reati di mafia e per quelli inclusi nell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario. Ora, la soglia per accedere alla detenzione domiciliare scende a quattro anni quando nel titolo esecutivo c’è un reato da 4-bis, ma con eccezioni che mantengono il limite di otto anni per alcune rapine aggravate: il risultato è un quadro complesso, in cui anche condannati per fatti gravi commessi sotto l’effetto di sostanze possono chiedere il beneficio, purché si costruisca un nesso tra dipendenza e reato.  

Non stiamo parlando solo di piccoli spacciatori o furti da strada: la norma, per come è scritta, può riguardare rapinatori, aggressori, picchiatori, stupratori che abbiano agito in stato di alterazione, con il rischio concreto di vedere uscire dal carcere persone “potenzialmente assai pericolose” dirette verso strutture dove la vigilanza è minima o inesistente, come ha denunciato in Aula il Movimento 5 Stelle. La maggioranza liquida le critiche come allarmismo, ma non offre una sola garanzia concreta su controlli, monitoraggio, revoche rapide in caso di violazioni.  

Il quadro complessivo è quello di uno Stato che, invece di investire seriamente su carceri, magistratura di sorveglianza, servizi sociali e sanitari, preferisce una scorciatoia legislativa: sposta fuori dalle mura migliaia di persone, scarica la responsabilità su comunità e SerD, si intesta il merito di “aver risolto il sovraffollamento” e prepara il terreno per il solito gioco dello scaricabarile. Quando arriveranno i primi casi di cronaca nera legati a benefici concessi in base a questa legge, la colpa verrà addossata ai giudici “troppo garantisti” o “lontani dal sentire della gente”, non a chi ha scritto una norma con coperture ridicole e criteri elastici. 

Questa legge non è una riforma coraggiosa, è un dispositivo cinico: usa la parola “cura” come scudo retorico per indebolire la risposta penale ai reati commessi in contesto di dipendenza, senza costruire un sistema di presa in carico reale. Trasforma la dipendenza in passepartout giuridico, promette sicurezza mentre riduce il controllo, invoca il recupero mentre lascia le strutture a cavarsela con briciole di bilancio. È un perfetto esempio di politica che finge di occuparsi dei più fragili mentre, in realtà, li usa come leva per alleggerire le statistiche e spostare il peso dalle proprie spalle a quelle di chi lavora ogni giorno sul campo. 

E quando il castello retorico crollerà, non sarà il governo a finire sul banco degli imputati: saranno, come sempre, i magistrati accusati di “applicare la legge”. Una legge che, questa volta, ha inciso non solo sulle carceri, ma sulla credibilità stessa dello Stato nel promettere sicurezza e giustizia ai cittadini.