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L’Italia ha un brutto destino!

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Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo, Psicoterapeuta, esperto in dinamiche socio-economiche

L’Italia non sta precipitando nel vuoto: sta consumando lentamente le condizioni che le consentono di restare in piedi. È una crisi senza un giorno preciso, costruita in decenni di debito, bassa crescita, denatalità e progressivo invecchiamento. 

Nel 1984 il debito pubblico valeva il 74,4% del PIL; nel 1994 era già al 121,8%. Dopo una temporanea riduzione, è tornato a crescere fino al 137,1% del PIL nel 2025. La Commissione europea prevede che possa raggiungere il 139,2% nel 2027. Nello stesso periodo la crescita economica prevista resta intorno allo 0,5-0,6%. È questa la prima grande contraddizione: un Paese molto indebitato avrebbe bisogno di crescere rapidamente, ma cresce lentamente.

Poi c’è la demografia, forse il problema più difficile da correggere. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini e sono morte 652 mila persone: quasi 300 mila in più rispetto alle nascite. La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione, mentre gli under 15 erano appena l’11,6%. L’età media ha raggiunto 47,1 anni. Secondo le proiezioni Istat, nello scenario mediano la popolazione italiana potrebbe scendere dai circa 58,9 milioni attuali a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080.

Qui il problema demografico diventa finanziario: meno giovani significa progressivamente meno persone in età lavorativa; più anziani significa maggiore pressione su pensioni, sanità e assistenza. Nel 2025 il saldo naturale negativo è stato compensato quasi interamente dal saldo migratorio positivo. La stabilità della popolazione, dunque, nasconde una trasformazione profonda.

Il quadro economico completa quello demografico. Debito elevato, crescita debole e riduzione della popolazione attiva restringono progressivamente lo spazio disponibile per investimenti e politiche pubbliche. Non significa che l’Italia sia destinata matematicamente al fallimento: significa che ogni anno di rinvio rende più difficile correggere la traiettoria.

Il rischio più serio, quindi, non è il grande crollo spettacolare. È l’erosione. Un Paese che continua a funzionare, paga pensioni e stipendi, finanzia il proprio debito e cambia governi, mentre lentamente diminuiscono i bambini, aumenta l’età media, si restringe la popolazione attiva e cresce il peso del passato.

La politica può modificare questa traiettoria, ma non può cancellare la matematica demografica né il debito accumulato. Il tempo, invece, può trasformare problemi ancora gestibili in vincoli sempre più difficili da sciogliere.

Il brutto destino dell’Italia potrebbe non essere quello di crollare domani. Potrebbe essere quello di arrivare al futuro scoprendo che una parte del futuro è già stata consumata.