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L’Italia e la guerra in Ucraina: perché non cerca la pace e cosa rischia davvero

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Di Angioletta Massimino

L’Italia ha scelto di non spingere per un accordo di pace tra Ucraina e Russia. Prima di entrare nei dettagli, è necessario chiarire il punto centrale: il governo ha deciso di non partecipare alle iniziative europee più avanzate sul sostegno militare a Kiev e di non assumere alcun ruolo nella costruzione di un eventuale negoziato. Roma si limita a fornire aiuti civili, generatori elettrici e supporto tecnico, evitando qualsiasi passo che possa essere interpretato come un coinvolgimento diretto nel conflitto. Questa scelta va spiegata subito, perché definisce la posizione italiana nella crisi più rilevante per la sicurezza europea degli ultimi decenni.

Oggi non esiste un vero spazio per una trattativa. L’Ucraina accetta solo un negoziato che parta dal ritiro delle truppe russe. La Russia accetta solo un negoziato che riconosca le annessioni dei territori occupati. Sono due condizioni incompatibili. Nessun Paese europeo ha la forza politica o militare per costringere le parti a sedersi a un tavolo. L’Italia, che non ha un ruolo di primo piano né sul piano militare né su quello diplomatico, non può inventarsi mediatrice da un giorno all’altro. Per questo non spinge per un accordo: perché non ci sono le condizioni minime per farlo.

A questo si aggiunge un fattore interno. Il governo è composto da partiti che hanno sensibilità diverse sulla guerra. Fratelli d’Italia vuole mantenere una linea atlantica. La Lega è più prudente e teme le conseguenze economiche di un confronto duro con Mosca. Forza Italia non vuole apparire troppo interventista. Se Meloni provasse a lanciare un’iniziativa di pace, rischierebbe di spaccare la coalizione e di esporsi a critiche da parte degli alleati, che potrebbero interpretare la mossa come un tentativo di indebolire la posizione comune europea. Mantenere una linea “umanitaria” permette al governo di non creare tensioni interne e di non irritare gli altri Paesi occidentali.

C’è anche un elemento economico e industriale. Le aziende italiane della difesa hanno rapporti tecnici con Kiev che non possono essere interrotti senza conseguenze. Allo stesso tempo, l’Italia non vuole entrare nel gruppo dei Paesi che stanno aumentando la produzione di armamenti destinati all’Ucraina. La scelta è quindi quella di restare in una posizione intermedia: non interrompere le collaborazioni già esistenti, ma non fare passi che possano essere letti come un coinvolgimento militare diretto.

Il ruolo dell’Unione Europea è debole. L’UE non ha una posizione unica sulla guerra: alcuni Paesi spingono per aumentare il sostegno militare, altri preferirebbero una linea più prudente, altri ancora vorrebbero aprire un discorso politico sulla fine del conflitto ma non hanno la forza per farlo. Bruxelles parla di “soluzione diplomatica”, ma non ha un mediatore, non ha un piano, non ha un mandato. Ogni Stato continua a muoversi per conto proprio. In questo contesto, l’Italia non può assumere un ruolo che l’Europa stessa non ha. Se l’UE non guida, Roma non può guidare da sola.

Le ricadute economiche per l’Italia sono concrete. Restando fuori dalle iniziative europee sulla produzione di armamenti, il Paese lascia spazio ad altri Stati che stanno investendo e rafforzando le loro industrie. L’Italia mantiene rapporti tecnici con Kiev, ma non sfrutta appieno le opportunità industriali che altri stanno cogliendo. Questo significa meno contratti, meno investimenti, meno influenza nei futuri programmi europei sulla difesa.

La perdita di influenza politica è altrettanto evidente. Restare ai margini del gruppo dei Paesi più attivi crea l’immagine di un Paese che non prende posizione, che non rischia, che non guida. Questo può pesare quando si discuterà di ricostruzione dell’Ucraina, relazioni con la Russia, sicurezza del continente, fondi europei e nuove priorità comuni. Chi non partecipa alle decisioni oggi avrà meno voce domani.

In sintesi, l’Italia non ha scelto la guerra invece della pace: ha scelto di non esporsi. È una posizione prudente che protegge il governo nel breve periodo, ma che riduce il peso politico ed economico del Paese nel lungo periodo. In un’Europa che sta ridefinendo il proprio ruolo nel mondo, restare fermi significa perdere terreno.

A questo punto entra in gioco anche un elemento che spesso viene ignorato: la posizione dei cittadini. Una parte consistente dell’opinione pubblica italiana non approva l’invio di armi all’Ucraina o ad altri Paesi coinvolti nel conflitto. Per molti, fornire armamenti significa prolungare la guerra, aumentare il numero delle vittime e allontanare qualsiasi possibilità di negoziato. È una preoccupazione concreta, non ideologica, che pesa sulle scelte del governo più di quanto venga dichiarato.

Questa sensibilità interna contribuisce a spiegare perché l’Italia preferisca una linea prudente. Non è solo una questione di equilibri politici o di rapporti con gli alleati, è anche una risposta a un clima sociale che chiede di non alimentare il conflitto. Il governo sa che un coinvolgimento militare più diretto sarebbe difficile da spiegare e ancora più difficile da sostenere nel tempo.

Il risultato è che la posizione italiana, pur limitando il peso politico del Paese nei tavoli europei, rispecchia una richiesta chiara di una parte dei cittadini: evitare di contribuire alla dimensione militare della guerra e concentrarsi su aiuti civili, sostegno energetico e percorsi diplomatici. È una scelta che riduce l’influenza dell’Italia nel lungo periodo, ma che risponde a una domanda interna precisa: non fomentare la guerra.

In conclusione, l’Italia resta in una posizione prudente che non cambia gli equilibri internazionali, ma evita di alimentare un conflitto che non controlla. È una scelta che protegge il governo, riflette il sentimento di molti cittadini e lascia aperta la possibilità – quando ci saranno le condizioni – di contribuire davvero a un percorso di pace.