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Legge elettorale, la battaglia sulle preferenze: la storia smentisce gli slogan

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Meloni rivendica la scelta del centrodestra, ma le preferenze non sono mai state patrimonio esclusivo di uno schieramento. Anche il centrosinistra le ha sostenute e inserite nelle proprie riforme. Il vero tema è un altro: quanto potere vogliamo restituire agli elettori?

di Carmelo Finocchiaro

La nuova legge elettorale sta diventando terreno di uno scontro che va ben oltre le regole con cui verrà eletto il prossimo Parlamento. La discussione sulle preferenze si sta trasformando infatti in una battaglia politica sulla storia recente del Paese: chi le ha volute, chi le ha combattute e chi può oggi rivendicarne la paternità.

ha sottolineato la contraddizione delle opposizioni che oggi votano contro la proposta del centrodestra, presentando il ritorno delle preferenze come una scelta capace di restituire ai cittadini il diritto di incidere direttamente sull’elezione dei parlamentari.

È una battaglia politica legittima. Ma la ricostruzione storica merita maggiore precisione.

Le preferenze non appartengono né alla destra né alla sinistra.

E soprattutto non è vero che il centrosinistra sia stato sempre contrario alla possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.

Il precedente dell’Italicum

Uno degli esempi più evidenti arriva proprio dalla stagione politica di .

L’Italicum, approvato nel 2015 durante il governo Renzi, prevedeva capilista bloccati ma consentiva agli elettori di esprimere preferenze per gli altri candidati, con un meccanismo collegato anche alla rappresentanza di genere.

Si può discutere a lungo dei limiti di quella legge. E infatti l’Italicum non arrivò mai a essere utilizzato per eleggere il Parlamento.

Ma politicamente quel precedente dimostra qualcosa di molto semplice: una maggioranza di centrosinistra approvò una legge elettorale contenente il voto di preferenza.

È quindi difficile sostenere che la sinistra sia stata, sempre e per principio, nemica delle preferenze.

Le europee raccontano un’altra storia

C’è poi un altro dato che dovrebbe rendere più prudente qualsiasi tentativo di attribuire le preferenze a un solo campo politico.

Alle elezioni europee gli italiani votano da decenni utilizzando le preferenze.

Gli elettori possono scegliere direttamente i candidati all’interno della lista votata, nel rispetto delle norme sulla rappresentanza di genere.

Destra, centro e sinistra partecipano normalmente a queste competizioni presentando candidati che chiedono apertamente il voto di preferenza.

Nessuno considera questo meccanismo incompatibile con la democrazia rappresentativa.

Perché dovrebbe diventarlo improvvisamente quando si parla del Parlamento nazionale?

Ma anche il centrodestra ha scelto le liste bloccate

Se utilizziamo la storia come argomento politico, però, dobbiamo raccontarla interamente.

Nemmeno il centrodestra può presentarsi come custode storico del voto di preferenza.

La legge Calderoli del 2005, passata alla storia come Porcellum, eliminò infatti la possibilità di scegliere direttamente i candidati alle elezioni politiche, affidando un peso determinante all’ordine stabilito nelle liste.

Quella legge fu approvata da una maggioranza di centrodestra.

Il risultato fu una delle caratteristiche più contestate della politica italiana degli ultimi decenni: parlamentari la cui possibilità di elezione dipendeva in larga misura dalla posizione assegnata nelle liste dai vertici dei partiti.

Da allora l’espressione “Parlamento dei nominati” è entrata stabilmente nel dibattito pubblico.

Votare contro una riforma non significa essere contro le preferenze

Esiste inoltre una distinzione essenziale nel valutare il comportamento delle opposizioni di oggi.

Essere favorevoli alle preferenze non significa necessariamente essere favorevoli a questa specifica legge elettorale.

Una riforma elettorale non è composta da una sola norma.

Contano le soglie di sbarramento, i collegi, gli eventuali premi, i capilista, la dimensione delle circoscrizioni, le regole sulla rappresentanza di genere e soprattutto il modo in cui i voti vengono trasformati in seggi.

È quindi perfettamente possibile sostenere il principio delle preferenze e contemporaneamente contestare l’architettura complessiva proposta dalla maggioranza.

Allo stesso modo sarebbe sbagliato per le opposizioni respingere il ritorno delle preferenze soltanto perché proposto dal centrodestra.

La domanda vera: chi sceglie i parlamentari?

Liberata dalla propaganda, rimane una questione molto più importante.

Chi deve scegliere gli eletti: gli elettori o le segreterie dei partiti?

È questo il punto sul quale la politica dovrebbe confrontarsi.

Per troppi anni il cittadino italiano ha votato liste nelle quali la posizione dei candidati determinava in misura decisiva chi sarebbe entrato in Parlamento.

Questo sistema ha progressivamente rafforzato il rapporto verticale tra parlamentare e vertice del partito e indebolito quello tra rappresentante e territorio.

Un deputato che deve la propria elezione soprattutto alla collocazione ricevuta in lista avrà inevitabilmente un rapporto diverso con la leadership rispetto a un parlamentare che deve raccogliere migliaia di preferenze personali.

Naturalmente anche le preferenze hanno problemi.

Possono aumentare i costi delle campagne elettorali, alimentare competizioni interne ai partiti e, soprattutto nei territori più fragili, richiedono controlli rigorosi contro fenomeni di voto di scambio e condizionamento criminale.

Ma questi rischi devono essere affrontati con regole, trasparenza e controlli. Non possono diventare automaticamente una giustificazione per sottrarre agli elettori la possibilità di scegliere.

Una riforma non dovrebbe appartenere alla maggioranza

C’è infine una questione istituzionale.

Le leggi elettorali dovrebbero essere costruite pensando non alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni di elezioni.

Cambiare continuamente sistema in funzione delle convenienze del momento contribuisce a indebolire la fiducia dei cittadini.

Servirebbe invece una legge comprensibile, equilibrata e possibilmente condivisa, capace di combinare tre esigenze: rappresentanza, governabilità e libertà di scelta dell’elettore.

Su questo dovrebbe misurarsi maggioranza e opposizione.

Non sulla ricerca di una primogenitura politica che la storia, semplicemente, non assegna a nessuno.

Le preferenze non sono di destra.

Non sono di sinistra.

Sono uno strumento elettorale, con vantaggi e criticità, che deve essere giudicato per la sua capacità di migliorare la qualità della rappresentanza.

E forse proprio da qui dovrebbe ripartire la discussione.

Perché una buona legge elettorale non deve garantire alla destra o alla sinistra di vincere.

Deve garantire ai cittadini qualcosa di molto più importante:

sapere chi eleggono e poter scegliere davvero chi li rappresenterà in Parlamento.