DI FRANCESCA BARIGOZZI, CATERINA GAGGINI E NATALIA MONTINARI
Le donne con un impiego a tempo pieno si trovano spesso a svolgere un doppio lavoro, perché la cura di casa e figli resta un loro compito. Su una divisione più equa dei compiti pesano ancora norme sociali tradizionali. Che però hanno meno presa fra i giovani.
Perché non cambia la divisione dei lavori domestici
Negli ultimi decenni, il ruolo delle donne nel mercato del lavoro è cambiato profondamente. Le donne raggiungono livelli di istruzione più elevati degli uomini, molte hanno carriere stabili e lavorano a tempo pieno, contribuendo al reddito familiare in modo sostanziale. Tuttavia, la divisione del lavoro domestico continua a essere molto diseguale. Nella maggior parte delle coppie sono le donne a occuparsi dell’organizzazione e gestione della casa e della famiglia (carico mentale), delle faccende domestiche e delle attività di cura dei bambini, anche quando entrambi i partner lavorano a tempo pieno. Perché la parità nella gestione dei lavori domestici è così difficile da raggiungere? E in che misura le norme sociali alimentano una radicata disuguaglianza?
Perché il problema è rilevante
La questione della iniqua divisione del lavoro domestico non è solo una questione privata ma ha importanti implicazioni per il mercato del lavoro e la società intera. Dedicando più tempo rispetto agli uomini ai lavori domestici e di cura dei membri della famiglia, le donne hanno meno opportunità di carriera e guadagnano meno nel corso della vita. Il fenomeno contribuisce al persistere dei gap di genere nel mercato del lavoro. Inoltre, le coppie che condividono meno equamente il carico dei lavori domestici hanno minori probabilità di diventare genitori.
L’Italia si distingue per uno squilibrio marcato (figura 1). Le ultime rilevazioni Istat sull’uso del tempo mostrano che, nel nostro paese, una donna che lavora a tempo pieno e ha figli dedica circa 60 ore alla settimana alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, contro le 47 ore del partner, con una disparità di circa 13 ore, ben superiore alla media europea di 11 ore.
Un aspetto cruciale è la percezione di ciò che è “giusto” o “socialmente accettabile” nella divisione del lavoro domestico. Le norme sociali influenzano profondamente i comportamenti individuali, a volte senza che gli individui ne siano consapevoli.
Stereotipi che resistono
Per comprendere meglio come le norme sociali influenzino la divisione del lavoro domestico, abbiamo condotto uno studio su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 1.501 individui. I partecipanti hanno valutato situazioni ipotetiche in cui una coppia decide come suddividere i lavori domestici. Abbiamo fatto variare due fattori: 1. la situazione lavorativa dei partner (entrambi a tempo pieno e con salari simili oppure la donna part-time e l’uomo a tempo pieno); 2. chi prende l’iniziativa nella suddivisione del lavoro domestico (l’uomo o la donna).
Abbiamo chiesto ai partecipanti di giudicare quanto siano socialmente accettabili diverse suddivisioni del lavoro domestico tra i due partner variando la condizione lavorativa della donna e il genere del partner che prende l’iniziativa. Se le persone valutano la stessa situazione in modo diverso a seconda di come viene presentata (nel nostro caso a seconda di chi prende l’iniziativa), siamo in presenza di un effetto di framing. Abbiamo analizzato le risposte dei partecipanti per fasce di età (25–34, 35–49, e 50–64 anni) per identificare eventuali differenze generazionali.
Quando entrambi i partner lavorano a tempo pieno, la divisione equa delle faccende domestiche è giudicata come socialmente appropriata. Tuttavia, quando ai rispondenti viene chiesto di valutare scenari di divisione iniqua del carico domestico, emergono due bias che sono rappresentati graficamente rispettivamente nelle figure 2 e 3: l’effetto di framing e il doppio standard.
L’effetto di framing si verifica se le stesse deviazioni dall’equa distribuzione del carico domestico (a favore di chi propone oppure a favore del partner di chi propone) vengono giudicate in modo diverso a seconda del genere del proponente.
Si ha un doppio standard quando una deviazione dall’equa distribuzione del carico domestico a favore della donna viene giudicata più severamente di una deviazione a favore dell’uomo.
Le generazioni meno giovani (35-44 e 45-64 anni) sono soggette a entrambi i bias, mentre la generazione più giovane (25-34) appare soggetta solo al secondo.
Le buone notizie arrivano dai più giovani
L’idea che due partner debbano condividere equamente i lavori domestici quando entrambi lavorano a tempo pieno è ampiamente condivisa da tutti i rispondenti. Tuttavia, ciò contrasta con i dati dell’uso del tempo che mostrano una suddivisione iniqua del lavoro domestico, anche nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano a tempo pieno.
Bias inconsci come il framing e il doppio standard possono aiutarci a interpretare questo fenomeno. È infatti probabile che influenzino il modo in cui percepiamo e giustifichiamo il nostro contributo quotidiano ai lavori domestici.
La buona notizia è che la generazione più giovane sembra interiorizzare principi maggiormente egualitari. Speriamo quindi che il cambiamento si rifletta presto nei dati dell’uso del tempo e in quelli sui gap di genere nel mercato del lavoro. Perché ciò avvenga, occorre che la generazione più giovane, passando attraverso le prossime fasi della vita, non si adatti alle dannose (per la donna e la società intera) norme di genere tradizionali.
Fonte: Lavoce è di tutti: sostienila!