Di Angioletta Massimino
Valter Lavitola non è mai stato un protagonista, ma è sempre stato presente: una figura che attraversa quarant’anni di politica italiana senza incarichi ufficiali, ma con una capacità costante di incidere, spingere, orientare.
Dal PSI craxiano alla massoneria, dai fondi pubblici all’editoria, dai dossier che hanno fatto tremare Gianfranco Fini ai rapporti con Ricardo Martinelli a Panama, dalle truffe ai soldi dello Stato alle estorsioni, fino alle foto al ristorante con Sigfrido Ranucci: la sua traiettoria non è mai stata lineare, è sempre stata obliqua, laterale, immersa in quella zona grigia dove si muovono gli uomini che non comandano, ma influenzano.
Oggi quella traiettoria arriva al punto più grave: secondo la DDA di Roma, Lavitola sarebbe il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre scorso a Pomezia.
Una bomba piazzata davanti alla villetta del conduttore di Report, due auto distrutte, un muro sventrato, un’esplosione che avrebbe potuto far crollare l’intera casa se le vetture a gas avessero preso fuoco. Un attentato vero, non simbolico. E secondo gli inquirenti, dietro quella deflagrazione ci sarebbe proprio lui.
I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno perquisito la sua abitazione, sequestrato telefoni e computer ora sotto analisi. L’indagine, avviata dal pm Carlo Villani, è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi ed è oggi nelle mani del pm antimafia Edoardo De Santis.
A Lavitola vengono contestati reati pesantissimi: detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia, danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso e dall’aver agito in più di cinque persone. Il commando è già stato arrestato: quattro persone tra Napoli e Avellino. Una giovane coppia, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippi; Saverio Mutone; Antonio Passariello, considerato uno dei capi.
Il gip parla di “elementi gravi, precisi e concordanti” che li collocano come esecutori materiali dell’attentato. Nelle intercettazioni i quattro parlano di un intermediario, chiamato semplicemente “quello”, che avrebbe consegnato migliaia di euro per compiere il blitz. D’Avino è l’unico che si interfaccia con lui. E nelle carte si legge che l’indagato “ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto”, pronto a garantire “allontanamento dal territorio”, “risorse economiche”, “strumenti di pagamento ricaricabili” e “modalità operative idonee a eludere le indagini”.
Un dettaglio ricordato dal Fatto Quotidiano oggi pesa come un macigno: nel 2023 Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme, seduti allo stesso tavolo nel ristorante romano dell’imprenditore. Un’immagine che oggi sembra un presagio: il presunto mandante e la presunta vittima nello stesso frame, come se la storia avesse voluto lasciare una traccia.
Per capire come si arriva a questo punto bisogna guardare la sua storia con una lente, non con un elenco. Lavitola nasce nel PSI craxiano, dove impara la grammatica del potere informale. A 18 anni entra nella loggia massonica Aretè, popolata da imprenditori, mediatori, uomini che vivono di relazioni più che di ruoli. Negli anni ’90 tenta la scalata con Forza Italia, ma non viene eletto: è il primo segnale che la politica ufficiale non è il suo habitat. Lui prospera altrove.
Nel 1996 registra la testata Avanti!, clonando di fatto lo storico quotidiano socialista. Una mossa chirurgica che gli permette di accedere ai fondi pubblici dell’editoria. Nel 2003 ne diventa direttore e trasforma il giornale in un’arma: dossier, campagne, attacchi mirati, operazioni di pressione.
L’Avanti! diventa il suo laboratorio. E da quel laboratorio escono alcune delle operazioni più controverse degli anni 2000, come il dossier Montecarlo che contribuì alla caduta politica di Gianfranco Fini.
Poi arrivano le condanne: tentata estorsione a Silvio Berlusconi, truffa ai fondi pubblici, affari opachi a Panama, latitanza, rientro in Italia, processi, sentenze. Lavitola diventa il simbolo del faccendiere italiano: un uomo che non ha mai avuto un ruolo ufficiale, ma ha sempre avuto un ruolo reale; che non ha mai guidato nulla, ma ha sempre spinto qualcosa; che non ha mai brillato, ma ha sempre bruciato.
Le sue relazioni sono un mosaico: socialisti craxiani, massoni, imprenditori, politici del centrodestra romano, ambienti editoriali opachi, gruppi criminali campani, presidenti latinoamericani, intermediari di confine. Una rete che non è mai stata lineare, ma sempre funzionale. Lavitola non costruisce alleanze: costruisce utilità. E quando un nodo non serve più, lo lascia cadere.
I suoi affari internazionali sono un’altra storia parallela: Panama, contratti sospetti, promesse di aiuti italiani, triangolazioni finanziarie, rapporti con Ricardo Martinelli, fughe improvvise, ritorni calcolati. Una geografia che non ha confini politici, ma solo confini di opportunità.
E ora, ancora una volta, eccolo qui. Nel punto esatto in cui non dovrebbe essere. Nel punto esatto in cui, puntualmente, finisce sempre. Lavitola è indagato, non condannato: la presunzione di innocenza è intatta. Ma la sua storia giudiziaria non è un dettaglio: è un macigno. E quando un uomo con questo passato finisce di nuovo dentro un’indagine così pesante, non è una sorpresa. È un ritorno.
Alla fine, una cosa va detta senza giri di parole: Valter Lavitola è la dimostrazione vivente che in Italia non serve un ruolo per avere potere, non serve un titolo per avere influenza, non serve una carica per muovere leve. Basta stare nel posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste. E lui, per quarant’anni, quel posto lo ha trovato sempre. Anche quando era il posto sbagliato!