Type to search

L’avanzata delle destre e la responsabilità democratica

Share

di Antonio Craxi’

La cosa più amara, davanti al 44 per cento dell’AfD in Sassonia-Anhalt, è la rapidità con cui cerchiamo una spiegazione che ci permetta di continuare a vivere come prima. Ci diciamo che è la Germania orientale, che pesano le promesse mancate della riunificazione, che altrove sarebbe diverso; tutte precisazioni necessarie, purché non diventino il modo educato di voltarsi dall’altra parte. Quel risultato riguarda un Land, non l’intera Germania, e conta i voti espressi, non i pensieri di ogni abitante. Ma racconta comunque una società nella quale l’estrema destra è diventata, per una parte enorme dell’elettorato, una scelta possibile e perfino rassicurante. È questo rovesciamento del senso comune a togliere il sonno: ciò che un tempo avrebbe richiesto una giustificazione oggi viene offerto come rimedio.

La Francia, dove il Rassemblement National di Le Pen e Bardella guida le intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali, ci restituisce la stessa inquietudine, benché una previsione elettorale non sia ancora un destino. E i molti imitatori di Trump, sparsi fra l’Europa e il resto del mondo, sembrano avere imparato che per rappresentare il malessere non occorre comprenderlo fino in fondo: basta dargli una direzione, possibilmente verso qualcuno che abbia meno forza di chi protesta. Ci siamo abituati a osservare questi personaggi come un campionario di volgarità, con quel misto di disgusto e divertimento che consente di sentirsi ancora dalla parte giusta. Intanto loro occupano lo spazio che lasciamo libero mentre ci scambiamo l’ennesima battuta sulla loro ignoranza. 

Non credo che esista una spiegazione capace di tenere insieme ogni Paese, ogni classe sociale e ogni elettore. C’è chi ha perso reddito e chi teme di perdere prestigio, chi abita un territorio abbandonato e chi sta benissimo ma considera intollerabile che qualcun altro avanzi una pretesa. In molti casi, tuttavia, sembra affiorare la stessa convinzione: il futuro non conterrà abbastanza benessere, sicurezza e riconoscimento per tutti, dunque bisogna arrivare prima e chiudere la porta. La promessa di un miglioramento comune viene sostituita dalla speranza di una precedenza personale. È un impoverimento dell’immaginazione politica che può attecchire anche nelle società ricche, specialmente quando ciascuno viene lasciato a misurare da solo la propria vulnerabilità.

Per questo sarebbe comodo, e sbagliato, attribuire ogni cosa alla povertà. L’umiliazione sociale conta, ma conta anche il risentimento di chi scopre che la propria posizione non è più garantita dalla nascita, dal sesso o dal colore della pelle. Una donna che decide della propria vita, una coppia omosessuale che chiede riconoscimento, un figlio di immigrati che pretende di appartenere al Paese nel quale è cresciuto possono essere percepiti come usurpatori da chi aveva scambiato un vantaggio ereditato per l’ordine naturale del mondo. La destra più aggressiva offre a questo disagio una dignità pubblica e una spiegazione lusinghiera: se ti senti spodestato, è perché qualcuno ti ha rubato qualcosa. Poco importa che quel qualcosa fosse, talvolta, il diritto di decidere anche per gli altri.

Davvero, allora, metà delle persone la pensa così? Non possiamo ricavare una psicologia collettiva da una percentuale, né mettere nello stesso sacco il militante convinto, l’elettore esasperato e quello che sceglie il candidato meno sgradito. Possiamo però chiederci quanto siano diventati negoziabili, per molte persone, i diritti altrui. Forse il punto più inquietante è proprio questo: anche chi non desidera una società autoritaria può essere disposto ad accettarla, o ad accettarne alcuni tratti, se pensa di ricevere in cambio protezione. Il disprezzo per una minoranza cessa di essere un motivo sufficiente per rifiutare un partito; la menzogna viene perdonata perché almeno, si dice, quello parla chiaro. È una forma di assuefazione morale, e non occorre essere fanatici per contribuirvi.

Il voto conserva perciò una responsabilità che nessuna spiegazione sociologica può cancellare. Essere stati trascurati non rende innocente qualsiasi risposta, e la paura, per quanto comprensibile, non autorizza a scegliere su chi scaricarla. Ma chi si riconosce nell’area democratica dovrebbe resistere anche alla tentazione opposta, quella di trasformare milioni di elettori in una popolazione moralmente inferiore. Oltre a essere ingiusto, è un modo per sottrarsi al lavoro politico, perché se l’altro è irrimediabilmente spregevole non rimane nulla da capire, nessuna relazione da ricostruire, nessuna responsabilità propria da esaminare. Ci si può ritirare nella compagnia delle persone perbene, che hanno spesso ottime ragioni e qualche difficoltà a vincere le elezioni.

Putin appartiene a questo discorso senza che sia necessario confondere una dittatura in guerra con i partiti che competono nelle democrazie europee. Il suo imperialismo mostra dove può condurre l’idea che la grandezza nazionale autorizzi a disporre della vita degli altri, fino a negare a un Paese vicino il diritto di scegliere il proprio futuro. L’invasione dell’Ucraina ha reso materiale, sotto forma di distruzione e occupazione, una nostalgia che da lontano qualcuno continua a trovare affascinante. Nel potere russo chi ammira l’uomo forte vede un governante liberato dalle obiezioni; trascura ciò che quella libertà del capo costa ai governati. Una parte della fascinazione autoritaria nasce proprio dalla comodità con cui si immagina di stare sempre dalla parte di chi impartisce gli ordini.

In Italia tutto questo assume anche i modi della familiarità televisiva, che finiscono per rendere domestico ciò che dovrebbe allarmarci. Le provocazioni fascistoidi di Vannacci vengono consumate come episodi di un intrattenimento un po’ pesante, mentre la sua apertura a Forza Nuova e CasaPound dice abbastanza chiaramente quale confine intenda rendere attraversabile. Salvini, da parte sua, ha coltivato a lungo una politica nella quale il bersaglio del giorno riceve più attenzione delle conseguenze di governo. Ridere delle loro uscite può dare sollievo, ma il lavoro che compiono sul linguaggio rimane: rendono dicibili certe cose, abituano a certe gerarchie, aiutano a considerare la brutalità una prova di sincerità. Il problema comincia quando, dopo averli giudicati impresentabili, ci scopriamo meno sorpresi dalla frase successiva.

Chi vuole contrastarne l’avanzata deve misurarsi con questa abitudine e con le condizioni che la alimentano, sapendo che nessuna formula organizzativa risolverà da sola il problema. Il campo largo ha una ragione seria di esistere, perché la frammentazione può consegnare il governo a forze che una maggioranza di elettori non desidera; perde credibilità quando appare come una trattativa permanente fra gruppi dirigenti,ciascuno intento a calcolare quanto potrebbe guadagnare dal cattivo risultato dell’alleato. Un’intesa democratica dovrebbe rendere riconoscibili poche scelte comuni e accettarne il costo, anche quando richiedono di deludere una parte del proprio pubblico. E dovrebbe lasciare spazio a chi difende le istituzioni senza riconoscersi nella sinistra, purché quella difesa comprenda anche i cittadini meno protetti.

La credibilità, tuttavia, si ricostruisce soprattutto nella vita ordinaria. Se una persona aspetta mesi per una visita e finisce per pagarla privatamente con denaro che non ha, la democrazia le sta già parlando attraverso quell’attesa. Se lavora e non riesce ad affittare una casa, ha qualche ragione per dubitare del significato concreto della parola progresso. Sanità pubblica, salari, abitazioni e servizi nei territori dovrebbero tornare a essere impegni sui quali si misurano i governi e si rendono conto le opposizioni, con priorità di spesa dichiarate e risultati verificabili. Anche la sicurezza merita risposte che chi abita un quartiere difficile possa riconoscere, insieme a una gestione dell’immigrazione capace di far rispettare le regole e proteggere la dignità delle persone. Liquidare una paura perché viene sfruttata dalla destra significa spesso consegnarle anche chi quella paura la vive.

Sarebbe però un altro errore convincersi che basti una buona politica sociale a sciogliere ogni pulsione autoritaria. Ci sono convinzioni da discutere e interessi da contrastare, persone che cambieranno idea e altre con le quali il conflitto resterà. La difesa delle minoranze non può dipendere da quanto siano popolari, così come il sostegno al diritto degli ucraini di esistere non dovrebbe oscillare secondo le convenienze della polemica interna. L’area democratica deve poter chiedere fiducia anche per ciò che rifiuta di promettere: nessuna purezza nazionale da restaurare, nessun passato al quale riportarci indenni, nessuna soluzione che funzioni purché a pagarla siano sempre gli assenti.

Resta il lavoro meno vistoso, quello che nessuna campagna sui social può sostituire: ricominciare a frequentare i luoghi nei quali si forma l’opinione, tenere aperte le associazioni, dare forza a chi organizza i lavoratori, ascoltare senza trasformare ogni incontro in una lezione. È un lavoro lungo, e il tempo elettorale è breve; sarebbe disonesto promettere che basterà o che darà risultati subito. Anche una democrazia amministrata decentemente può perdere contro chi offre un colpevole e il piacere di punirlo. Ma continuare a chiedere consenso in nome di valori che troppe persone incontrano soltanto nei discorsi lascia quel rischio intatto.

Forse l’amarezza più difficile da accettare è che nessuna memoria ci mette al riparo per sempre, neppure quella europea, che pure avrebbe ragioni sufficienti per diffidare degli uomini della provvidenza. I diritti possono sopravvivere nelle leggi mentre si indebolisce la disponibilità a riconoscerli agli altri, e allora basta poco perché qualcuno proponga di restringerli a chi li merita, cioè a chi gli somiglia. Il vicino che oggi vota l’estrema destra continuerà a salutarci sulle scale, magari ci aiuterà a portare la spesa. La convivenza democratica si gioca anche nella distanza fra quella gentilezza e ciò che è disposto a tollerare quando le conseguenze ricadono su uno sconosciuto. Dovremo abitare quella distanza, parlare con lui, e quando serve opporci; senza aspettarci che la storia venga a fare il lavoro al posto nostro.