Di Angioletta Massimino
Cateno De Luca non ha lanciato una notizia: ha lanciato una bomba. E l’ha fatta esplodere a Taormina dopo una riunione politica, annunciando elezioni anticipate a ottobre e dichiarando morto il governo Schifani. Il punto è che non serve credergli per capire che il governo è finito: basta guardarlo.
È un esecutivo che non governa, una maggioranza che non esiste, una macchina che da mesi procede per inerzia, mentre attorno si accumula un panorama giudiziario che non riguarda una singola frana ma anni di omissioni, opere mai realizzate, fondi evaporati, responsabilità diffuse su più livelli dell’amministrazione regionale.
La sortita di De Luca non è un calendario: è una diagnosi. Schifani può anche rispondere con la sua frase da burocrate offeso – «indovina il mese, ma sbaglia l’anno» – ma non cambia la sostanza, perché quando un governo è così fragile da tremare per una dichiarazione, così muto da non riuscire ad imporre una narrazione, così immobile da sembrare un reperto, allora non è un governo: è un vuoto. Un vuoto che nel frattempo viene riempito da fascicoli, indagini, accertamenti su infrastrutture mai completate, dissesti annunciati, territori lasciati marcire.
La Sicilia non è sospesa tra due visioni politiche: è sospesa tra un esecutivo che non decide e un leader che ha capito che basta una diretta per farlo barcollare.
De Luca non anticipa le elezioni: anticipa la percezione, impone lui il ritmo, il linguaggio, la tensione, non perché sia irresistibile, ma perché dall’altra parte non c’è nessuno.
Palazzo d’Orléans è diventato un luogo dove si smentisce, non dove si governa, mentre fuori dai palazzi la magistratura ricostruisce anni di mancati interventi, di fondi europei lasciati a metà, di cantieri mai aperti.
E allora sì, diciamolo senza filtri: questo è stato il peggior governo degli ultimi anni. Non solo per la sua irrilevanza politica, ma per il contesto che lo circonda: un sistema in cui presidenti, assessori e dirigenti finiscono a vario titolo dentro procedimenti che raccontano una Regione lasciata andare alla deriva. Non per ideologia, ma per assenza. Non per singoli errori, ma per evaporazione di responsabilità. Un esecutivo che ha trasformato la Regione in un parcheggio, che ha confuso la prudenza con la paralisi, che ha scambiato la sopravvivenza per autorevolezza. Se arriverà al 2027, sarà solo per inerzia amministrativa, non per forza politica.
Per questo l’annuncio di Taormina non è una notizia: è un funerale. Che si voti a ottobre o nel 2027 cambia poco. La decomposizione è già iniziata, sul piano politico e su quello giudiziario, e l’unica cosa che resta da decidere è quando smetteremo di fingere che questo governo esista davvero.