Di Angioletta Massimino
La Sicilia è arrivata al punto in cui non può più sopportare niente, perché questa non è una crisi, non è un’emergenza, non è un effetto collaterale della geopolitica. Questa è una truffa di Stato, una rapina legalizzata, un meccanismo costruito per spremere un territorio fino all’ultima goccia senza dirgli neanche grazie.
Non esiste al mondo un’altra regione che produce carburante, lo raffina, lo esporta, si prende tutto l’inquinamento, si prende i tumori, si prende le falde avvelenate, si prende i poli industriali che nessuno vuole, e poi deve pure pagare il pieno a più di 2 euro al litro. Questa non è una stortura, è un insulto. E non un insulto qualunque, ma il più grande, il più feroce, il più indecente che la Sicilia abbia subito negli ultimi decenni, e ne ha subiti tanti.
E l’insulto diventa schiaffo quando scopri che mentre i Siciliani fanno i conti con stipendi da fame e prezzi da capogiro, le petroliere cariche di gasolio e benzina partono da Priolo e Augusta e vanno dritte verso Israele. Non una, non due, ma dieci spedizioni solo dalla Sicilia, diciassette in totale dall’Italia, centinaia di migliaia di tonnellate di carburante che se ne vanno mentre qui si paga 1,90-2,10 euro al litro come se fossimo un Paese senza risorse, senza raffinerie, senza ruolo strategico.
E invece siamo il contrario: siamo il cuore energetico del Mediterraneo, ma trattati come la discarica industriale del Paese, perché mentre il carburante vola via, ai Siciliani resta solo il veleno nell’aria e il conto alla pompa.
È come se qualcuno avesse deciso che la Sicilia deve essere sfruttata due volte, prima come piattaforma energetica, poi come bancomat. Produciamo carburante ma non possiamo usarlo. Raffiniamo carburante ma non possiamo permettercelo. Subiamo l’inquinamento ma non abbiamo alcun beneficio. Paghiamo più di tutti e riceviamo meno di chiunque altro. È un modello coloniale travestito da mercato libero, un sistema che si regge sulla rassegnazione dei Siciliani e sull’indifferenza di chi governa.
E il paradosso diventa farsa quando guardi i numeri: Palermo 2 euro al litro, Caltanissetta 2,01, Enna 2,10. Lombardia 1,92. Friuli 1,73.
La Sicilia, che dovrebbe essere la regione più competitiva d’Italia sul carburante, è invece la più tartassata. E non perché manchi il prodotto, non perché manchi la capacità, non perché manchi la logistica, ma perché il mercato è bloccato da un duopolio che controlla il 90% delle riserve e impedisce a chiunque di far arrivare carburante più economico nei porti siciliani. Depositi pieni, accesso negato. Concorrenza zero, prezzi imposti.
È un sistema blindato, costruito per impedire alla Sicilia di respirare, per mantenerla in una condizione di dipendenza permanente, per farle pagare ogni litro come se fosse un lusso e non un diritto.
E tutto questo mentre la politica regionale balbetta, quella nazionale finge di non vedere, e i Siciliani continuano a pagare. Pagano quando fanno il pieno. Pagano quando fanno la spesa. Pagano quando arriva la bolletta. Pagano quando respirano. Pagano quando si ammalano. Pagano sempre!
La verità è che questa è l’ingiustizia più grande che la Sicilia abbia subito negli ultimi decenni, perché non è un episodio, non è un incidente, non è una fatalità. È un sistema. È una scelta. È una strategia. È un cappio economico che stringe ogni giorno di più. È un messaggio chiaro: la Sicilia deve produrre per gli altri e pagare per se stessa.
E allora basta!!!
Basta accettare che la Sicilia sia la regione che produce energia per gli altri e paga la più cara. Basta accettare che i nostri porti servano a riempire le cisterne altrui mentre noi facciamo i conti con un carrello della spesa che aumenta ogni settimana. Basta accettare che la nostra salute valga meno del profitto di chi controlla i depositi. Basta accettare che la Sicilia sia sempre quella che subisce, quella che paga, quella che tace, perché qui non si tratta più di economia, si tratta di rispetto. E la Sicilia, dopo tutto quello che ha dato e tutto quello che ha sopportato, merita almeno questo. E se qualcuno pensa che questa rabbia sia eccessiva, allora non ha capito niente della storia di questa terra.
La Sicilia non chiede privilegi, chiede giustizia. E la giustizia oggi significa una cosa sola: rompere questo sistema, spezzare questo duopolio, impedire che il carburante siciliano continui a partire mentre i Siciliani continuano a pagare, perché questa non è più una questione politica, è una questione di sopravvivenza.
E allora diciamolo senza più girarci intorno: la colpa più grande non è solo dello Stato centrale che continua a trattare la Sicilia come una colonia da spremere, ma di quella lunga schiera di politici siciliani che appena attraversano lo Stretto dimenticano chi li ha mandati a Roma, dimenticano che il loro compito non è fare da valletti al governo di turno ma difendere gli interessi della Sicilia e dei Siciliani, e invece si inchinano, si allineano, si accodano, si fanno complici silenziosi di un sistema che sfrutta la nostra terra, la avvelena, la depreda e poi ci lascia pure il conto da pagare.
È questo il punto: non è solo lo Stato che ci ignora, sono i nostri rappresentanti che hanno scelto di non rappresentarci, che hanno deciso che la carriera personale vale più della dignità della loro terra, che preferiscono un sottosegretariato qualunque piuttosto che alzare la voce per difendere un popolo che paga la benzina più cara d’Italia pur vivendo sopra una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo, un popolo che respira veleni per produrre carburante che poi viene esportato in mezzo mondo, perfino in Israele, mentre qui ci dicono che non ci sono margini, che non ci sono risorse, che non ci sono soluzioni.
E loro, i politici siciliani, tacciono. Tacciono quando dovrebbero urlare. Tacciono quando dovrebbero sbattere i pugni sui tavoli. Tacciono quando dovrebbero ricordare a Roma che la Sicilia non è una provincia remota ma una Regione che contribuisce all’energia nazionale, che sostiene l’economia nazionale, che paga un prezzo ambientale e sanitario che nessun’altra regione pagherebbe senza scendere in piazza.
E invece niente: silenzio, obbedienza, convenienza. E allora la verità è che la responsabilità più grave è la loro, perché il governo ladro fa il governo ladro, ma chi dovrebbe difendere la Sicilia e invece si volta dall’altra parte commette un tradimento politico e morale che pesa più di qualsiasi manovra economica, più di qualsiasi accisa, più di qualsiasi decreto, perché un governo può essere ingiusto, ma un rappresentante che tradisce il proprio popolo è imperdonabile.
E finché i nostri politici continueranno a comportarsi come funzionari distaccati del potere romano, invece che come difensori della loro terra, la Sicilia continuerà ad essere sfruttata, umiliata, avvelenata e lasciata morire, mentre loro si godono il privilegio di un ruolo che non meritano più.