Di Angioletta Massimino
La Sicilia continua a bruciare ogni estate e non è più possibile fingere che sia colpa del caldo, del vento, della fatalità.
La Sicilia brucia perché qualcuno la incendia!
La Sicilia brucia perché esiste un sistema criminale che usa il fuoco come arma, come messaggio, come strumento di destabilizzazione.
La Sicilia brucia perché la politica non ha mai avuto il coraggio di trattare gli incendi come ciò che sono: un attacco organizzato.
Gli incendi simultanei non sono un fenomeno naturale. Sono una strategia. Quando in un solo giorno esplodono decine di roghi in ogni provincia, quando i fronti si aprono come ferite in tutta l’Isola, quando la Protezione Civile viene travolta da richieste di intervento che superano ogni capacità operativa, non è meteorologia: è coordinamento criminale.
È un’operazione pensata per mandare in tilt il sistema, per mettere in ginocchio le Istituzioni, per dimostrare che il territorio può essere controllato attraverso il fuoco.
Qualche anno fa, nella zona di Acireale, sono scoppiati sessanta incendi contemporaneamente. Sessanta. Non è un numero: è un segnale. È stato accertato che erano dolosi. E non erano isolati: quel giorno la Sicilia intera è stata incendiata come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Un’ondata di roghi sincronizzati che ha devastato terreni, case, riserve naturali, vite. Un attacco che ha fatto impazzire tutti: cittadini, sindaci, Prefetture, Protezione Civile, Regione.
Un attacco che ha mostrato quanto sia fragile il sistema quando il nemico decide di colpire con precisione chirurgica.
E allora basta con la narrazione della “impreparazione”. Nessun territorio può reggere un assalto simultaneo di decine di incendi dolosi. Nessuna flotta, nemmeno con sei Canadair, dieci elicotteri regionali, elicotteri nazionali, migliaia di uomini a terra, può spegnere roghi che nascono tutti insieme, tutti coordinati, tutti alimentati da chi vuole il caos.
La verità è che la Sicilia non è vittima del clima: è vittima di un attore criminale che usa il fuoco come arma politica.
La domanda cruciale è: perché non si aumenta la sorveglianza? Perché non si presidiano boschi, vallate, terreni incolti? Perché non si usano droni, sensori, torri di controllo? Perché non si anticipa il fuoco invece di inseguirlo?
La risposta è devastante: perché la politica non ha mai voluto riconoscere che il fuoco è un fenomeno criminale strutturato. Riconoscerlo significherebbe dichiarare guerra a chi lo appicca. Significherebbe investire soldi veri, costruire una rete di controllo, affrontare interessi locali, rompere equilibri, disturbare poteri. E per decenni la politica siciliana non ha mai avuto questo coraggio.
Eppure qualcosa è cambiato. Negli ultimi anni la Protezione Civile siciliana ha iniziato a muoversi con un approccio diverso, più duro, più realistico. Il dirigente regionale, Salvo Cocina, ha detto apertamente ciò che nessuno aveva osato dire: “Non è emergenza, è attacco criminale”!
Una frase che pesa come un macigno. Una frase che rompe la narrazione comoda della fatalità. Una frase che obbliga la politica a guardare il problema negli occhi.
Cocina ha aumentato la flotta, ha centralizzato la Sala Operativa, ha avviato la Control Room con Leonardo, ha migliorato il coordinamento con Roma, ha reso più rapida la mobilitazione delle squadre comunali.
Non ha risolto tutto – impossibile farlo in pochi anni – ma ha cambiato la mentalità: non si spegne il fuoco, lo si anticipa.
Ha portato la Sicilia fuori dalla favola dei “due Canadair” e dentro una realtà più attrezzata, più consapevole, più combattiva.
Il punto è che la Sicilia non brucia perché non ha mezzi. La Sicilia brucia perché non ha mai avuto un sistema di prevenzione all’altezza di un nemico che usa il fuoco come arma.
La Sicilia brucia perché la politica ha preferito inseguire le fiamme invece di impedire che nascessero. La Sicilia brucia perché ogni estate si ripete lo stesso copione: roghi dolosi, caos, panico, conferenze stampa, promesse, silenzi.
Questo è un atto d’accusa. Contro chi ha lasciato la Sicilia scoperta. Contro chi ha finto che fosse colpa del caldo. Contro chi ha ignorato che sessanta incendi simultanei non sono natura: sono criminalità organizzata. Contro chi ha permesso che un’intera regione diventasse un campo di battaglia.
La Sicilia non brucia per caso. La Sicilia brucia perché qualcuno la brucia. E finché la politica non avrà il coraggio di dirlo, di affrontarlo, di combatterlo, ogni estate sarà identica alla precedente: fiamme, fumo, impotenza.