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La ricchezza dell’energia siciliana: quanto torna davvero nell’Isola?

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Di Angioletta Massimino

Il prezzo del carburante torna a pesare sull’economia siciliana e gli autotrasportatori hanno annunciato cinque giorni di fermo, dal 16 al 20 ottobre, con la mancata movimentazione dei semirimorchi nei porti dell’Isola. Il Comitato degli autotrasportatori siciliani ha spiegato la protesta richiamando il caro carburante e l’assenza di risposte sui pagamenti del Sea Modal Shift. Una situazione che riporta al centro una questione che, per la Sicilia, va ben oltre il costo del gasolio.

Il 26 settembre il prezzo medio del diesel aveva raggiunto 2,357 euro al litro sulla rete stradale e 2,439 euro in autostrada, mentre il taglio delle accise sul gasolio era stato dimezzato, passando da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. Per chi trasporta merci, si tratta di un aumento che incide direttamente sui costi dell’attività e che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sull’intera catena della logistica.

Ma la Sicilia non è soltanto una regione che consuma carburanti ed energia. È anche uno dei territori nei quali una parte importante del sistema energetico e industriale italiano viene prodotta, trasformata e movimentata. Siracusa, Augusta, Priolo, Melilli, Gela, Milazzo e il Comprensorio della Valle del Mela rappresentano da decenni aree nelle quali convivono grandi impianti industriali, infrastrutture energetiche e attività portuali. Ed è proprio da questa realtà che nasce una domanda che meriterebbe di essere affrontata con numeri e dati: quanto valore viene prodotto in Sicilia e quanto di quel valore rimane effettivamente nell’Isola?

La questione porta direttamente alla fiscalità e allo Statuto siciliano. L’articolo 36 stabilisce che le imposte di produzione sono riservate allo Stato, mentre l’articolo 37 disciplina la tassazione delle imprese con sede centrale fuori dalla Sicilia ma con stabilimenti nell’Isola, prevedendo che la quota di reddito attribuibile agli stabilimenti siciliani sia assoggettata a un’imposta di competenza regionale. Sono norme che fanno parte dell’architettura dell’autonomia finanziaria siciliana e che rendono legittimo interrogarsi sulla loro concreta applicazione e sui risultati prodotti nel corso degli anni.

Il punto, però, non è semplicemente chiedere alla Regione di abbassare il prezzo del diesel. Le accise sono materia statale e la Regione non può decidere autonomamente di cancellarle. Il tema è un altro: capire quale rapporto esista tra la ricchezza prodotta dagli impianti presenti nell’Isola, il gettito fiscale collegato a quelle attività e le risorse che tornano effettivamente alla Sicilia. E ancora: quanto viene investito nei territori che ospitano gli impianti, quanta occupazione viene generata e quali costi infrastrutturali e ambientali devono essere sostenuti dalle comunità locali.

Perché il conto non può fermarsi alla produzione industriale. C’è anche il territorio. Tra l’1 e il 13 giugno 2026, nell’area AERCA di Siracusa, il sistema NOSE di ARPA Sicilia ha registrato 714 segnalazioni di molestie olfattive e quattro eventi di alert. Nello stesso periodo sono stati rilevati anche alcuni picchi di benzene e altri dati relativi alla qualità dell’aria che hanno portato ARPA a effettuare campionamenti, sopralluoghi e controlli presso alcuni impianti dell’area industriale.

Questi dati, naturalmente, non permettono di attribuire automaticamente ogni emissione a un singolo stabilimento e non consentono, da soli, di stabilire un rapporto diretto con eventuali conseguenze sanitarie. Mostrano però che esistono territori siciliani sottoposti da decenni a una forte pressione industriale e nei quali ancora oggi sono necessari monitoraggi e controlli ambientali. È un elemento che non dovrebbe essere separato dal ragionamento economico.

Se un territorio ospita infrastrutture strategiche per il sistema energetico nazionale, infatti, la discussione dovrebbe comprendere non soltanto il valore della produzione, ma anche gli investimenti, l’occupazione, le infrastrutture, i servizi e i costi ambientali. Non significa mettere sullo stesso piano questioni differenti e nemmeno attribuire responsabilità senza prove. Significa piuttosto considerare l’intero bilancio di una presenza industriale che, per alcune aree della Sicilia, dura da decenni.

Ed è qui che torna in gioco l’autonomia. Nel luglio 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato una norma di attuazione dello Statuto siciliano in materia finanziaria che ha ampliato le possibilità della Regione di intervenire sulla fiscalità di propria competenza. La Regione può, nei limiti stabiliti dalla normativa nazionale ed europea, modificare alcune aliquote, prevedere esenzioni, detrazioni e deduzioni e utilizzare incentivi e contributi per sostenere sviluppo economico, coesione e solidarietà sociale.

Questo significa che oggi il dibattito sull’autonomia può essere portato su un terreno molto più concreto. Non soltanto rivendicare maggiori competenze, ma verificare come quelle competenze vengano utilizzate. Non soltanto chiedere allo Stato di intervenire, ma capire quali strumenti siano già nelle mani della Regione e quali risultati possano produrre per cittadini e imprese.

La stessa Regione ha riconosciuto, negli anni, la necessità di intervenire sulle norme finanziarie e tributarie collegate agli articoli 36 e 37 dello Statuto. Nel maggio 2025, il presidente Renato Schifani aveva annunciato la riattivazione del tavolo di confronto con il Governo nazionale proprio sui profili perequativi e finanziari e sulla revisione delle norme di attuazione relative agli articoli 36 e 37.

È quindi difficile separare la questione del caro carburante da quella più generale del rapporto tra Sicilia e Stato. Ogni volta che aumenta il costo dell’energia si torna a parlare di aiuti, sconti e misure temporanee. Ma una regione che produce e trasforma una parte significativa delle risorse energetiche utilizzate dal Paese dovrebbe interrogarsi anche sul modo in cui quella ricchezza viene distribuita e reinvestita.

Bisogna insistere sull’attuazione dello Statuto e conseguentemente su fiscalità, lavoro, produzione e autogoverno. È una posizione politica e come tale va distinta dai dati economici e dalle norme che regolano l’autonomia. Ma il tema che solleva può essere affrontato anche al di là degli schieramenti: quanto riesce la Sicilia a trasformare le proprie risorse in ricchezza che rimane sul territorio?

È questa, probabilmente, la domanda che dovrebbe accompagnare la discussione sul futuro dell’Isola. Non soltanto quanto costa un litro di gasolio, ma quanto vale il sistema energetico siciliano. Non soltanto quanto producono le grandi industrie, ma quanto lavoro e investimenti generano. Non soltanto quanto viene estratto, raffinato o trasformato, ma quale ritorno fiscale ed economico ottiene il territorio che ospita quelle attività.

La protesta degli autotrasportatori rende evidente il problema dal punto di vista di chi ogni giorno deve sostenere costi crescenti per lavorare. I dati di ARPA ricordano invece che esiste anche una dimensione ambientale che non può essere ignorata. Lo Statuto, infine, mette a disposizione strumenti di autonomia finanziaria che la Regione è chiamata a utilizzare e a far valere.

La domanda, allora, non è soltanto se la Sicilia produca energia. Questo è un dato. La domanda è quanto valore riesca a trattenere di ciò che produce e quanto di quel valore si trasformi realmente in lavoro, investimenti, infrastrutture, servizi e opportunità per i siciliani.

Perché l’autonomia, al di là delle diverse posizioni politiche, si misura anche attraverso la capacità di utilizzare concretamente le risorse e le competenze disponibili. E forse è proprio questo il confronto che la Sicilia dovrebbe aprire: non soltanto quanto produce, ma quanto le resta.