Di Angioletta Massimino
La cena tra Roberto Vannacci e Gianni Alemanno non è stata un incontro politico: è stata una cerimonia iniziatica, un rito di passaggio, una messa nera della nuova destra radicale.
Non un rientro prudente, non un gesto di discrezione, ma un’investitura ostentata e calcolata. Alemanno esce dal carcere e non fa in tempo a capire dove finisca Rebibbia e dove ricominci Roma, la sera stessa è seduto al tavolo del generale, come un personaggio di un romanzo nero che rientra nella confraternita dopo l’espiazione.
È un gesto che non chiede permesso, non chiede scusa, non chiede tempo. Dice: “Siamo qui, siamo questi, e non abbiamo intenzione di nasconderci”. Nessuna decenza, nessuna attesa, nessuna prudenza. Solo potenza simbolica.
Le ricostruzioni delle testate sono un coro unanime: Notizia del Giorno parla di “forte valore simbolico”, Askanews certifica la “convergenza politica”, Il Foglio racconta un “patto nella prima sera di libertà”. AltoVicentinOnline descrive una scena da film di culto: segni della croce fatti in gruppo, brindisi identitari “A noi!”, citazioni cavalleresche (“La lode a Dio, la spada al Re…”), e soprattutto la presenza della sporca dozzina, il manipolo di parlamentari che ha scelto di seguire Vannacci come guardia pretoriana.
È un codice: “Noi facciamo il lavoro che gli altri non vogliono fare”. “Noi siamo la truppa che non ha paura di sporcarsi le mani”. “Noi siamo la destra che non chiede scusa”.
Mentre la cena si trasformava in rito identitario, un altro segnale arrivava a confermare che nulla era improvvisato: il sondaggio SWG che registra un 12% potenziale per il progetto di Vannacci. Dodici punti secchi, una cifra che entra nel sistema politico come una coltellata. Futuro Nazionale non è un capriccio né un esperimento: è un contenitore pronto a drenare voti, rabbia, identità, frustrazione.
È il motivo per cui la cena non poteva aspettare ventiquattr’ore: quando un movimento nasce già con due cifre nei sondaggi, ogni gesto deve essere immediato, brutale, visibile. Alemanno, con la sua uscita dal carcere trasformata in resurrezione politica, diventa il simbolo perfetto per un elettorato che non vuole moderazione ma riconoscimento, non prudenza ma appartenenza, non normalità ma rottura.
Ed ecco il punto più grottesco, quello che racconta meglio in che Paese viviamo. All’estero scene del genere si sono viste per Mandela, Mujica, Gandhi, Kenyatta: leader finiti in carcere per aver sfidato dittature e oppressori. Qui invece si festeggia un uomo condannato per traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Qui si srotolano striscioni per un ex sindaco che non è mai stato un prigioniero politico, ma un ingranaggio di un sistema marcio che lui stesso ha contribuito a costruire. Qui si parla di “pontiere”, “ricucitore”, “uomo del dialogo”, come se due anni di carcere fossero un titolo di merito, come se bastasse dire che “le carceri fanno schifo” per trasformarsi in profeta della giustizia sociale. Cinque volte deputato, una volta ministro, poi sindaco: e solo ora scopre che le carceri italiane sono un inferno. Questo non è un Paese al contrario: è un Paese che vive in un’altra dimensione, dove il ridicolo diventa epica e il disonore diventa curriculum.
La cena è stata costruita come un rito. Il segno della croce collettivo non è religione, è appartenenza. Il brindisi “A noi!” non è folklore, è un richiamo storico preciso. Le citazioni cavalleresche non sono estetica medievale, sono estetica militante. La presenza della truppa non è casuale, è scenografia. La scelta del ristorante appartato, i fotografi “casuali”, le frasi sussurrate ai cronisti: tutto costruisce un’atmosfera da setta politica che si riunisce di notte per sancire un patto.
È narrativa pura: caduta, espiazione, resurrezione, investitura. Alemanno che esce dal carcere e la sera stessa si presenta alla cena è un gesto scritto come un copione. È la politica che imita la fiction, ma con intenzioni reali.
La tempistica è la parte più brutale. Non hanno aspettato un giorno, un pomeriggio, un’ora di decenza. Hanno scelto la prima sera di libertà per trasformare la scarcerazione in palcoscenico. Vannacci si appropria del “martire giudiziario”, Alemanno si prende la resurrezione politica, Futuro Nazionale si prende la scena.
È un atto di forza che dice: “Noi non ci nascondiamo, non ci giustifichiamo, non ci pentiamo”. È provocazione pura, senza filtro, senza pudore. È un messaggio diretto a Giorgia Meloni: “Il tuo monopolio sulla destra è finito”.
La stampa mainstream osserva con incredulità e rassegnazione. La destra istituzionale finge indifferenza, ma il messaggio è arrivato: Vannacci non è una costola, è un polo. Alemanno non è un reduce, è un simbolo. La sporca dozzina non è folklore, è struttura. La cena non è stata un incontro: è stata un’investitura. E la scelta di farla subito dopo la scarcerazione è la prova definitiva che non si trattava di un gesto privato, ma di un atto politico costruito per essere visto, commentato, temuto. Un atto che apre un fronte e chiude una stagione.
In un Paese normale ci sarebbe stato silenzio, distanza, prudenza. Qui no. Qui la politica ha scelto la ferocia come linguaggio, la velocità come arma, la provocazione come identità. La cena Vannacci-Alemanno non è un episodio: è un manifesto. Ed è il primo capitolo di una sfida che non farà prigionieri.