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La Repubblica ottant’anni dopo: una promessa non ancora mantenuta

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Di Angioletta Massimino

Il 2 giugno non è solo una data sul calendario, è un esame di coscienza collettivo. Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, l’Italia continua a celebrarsi tra fanfare e tricolori, ma la domanda resta la stessa: che cosa abbiamo fatto di quella promessa di libertà e uguaglianza.

A Catania, come in tutto il Paese, la giornata scorre tra cerimonie e onorificenze, con il Prefetto che richiama ai valori repubblicani, il Rettore che consegna medaglie, le autorità schierate, l’alzabandiera, i cori che intonano l’inno.

Tutto giusto, tutto previsto, tutto identico a se stesso, ma la Repubblica non vive nelle liturgie, vive nelle crepe. Vive nel divario tra ciò che celebriamo e ciò che non realizziamo, tra la retorica dei discorsi e la realtà dei diritti ancora negati.

Ottant’anni fa le donne votarono per la prima volta e scelsero la libertà, non come gesto simbolico ma come atto politico. Le Madri Costituenti – da Nilde Iotti a Teresa Mattei, da Lina Merlin a Maria Nicotra – non immaginarono una Repubblica da commemorare, ma una Repubblica da costruire giorno dopo giorno. Scrissero articoli che oggi suonano come un monito: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore”. Ottant’anni dopo, quella frase è ancora un obiettivo, non un risultato.

E allora la festa della Repubblica diventa un paradosso istituzionale: celebriamo un progetto incompiuto come se fosse compiuto, un’uguaglianza promessa come se fosse realizzata, una democrazia che spesso dimentica la sua stessa radice.

A Catania, mentre scorrono le note dell’inno e si consegnano medaglie al merito, la città continua a fare i conti con le sue contraddizioni: la precarietà che divora il futuro dei giovani, la violenza di genere che riempie i tribunali, le disuguaglianze che attraversano i quartieri come linee di faglia. Eppure proprio qui, in questa distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, si trova il senso politico della Repubblica. Non un rito, ma una responsabilità. Non un anniversario, ma un patto. Non una celebrazione, ma un impegno.

La Repubblica è nelle scuole dove si insegna la Costituzione, nei luoghi di lavoro dove si chiede rispetto, nelle Istituzioni che dovrebbero garantire diritti e non limitarli, nelle strade dove si rivendica dignità. È nelle mani di chi non ha voce e continua a pretendere giustizia.

La vera festa non è nelle parate, ma nella capacità di guardare il Paese senza filtri, senza autoassoluzioni, senza la comoda retorica dell’orgoglio nazionale, perché la Repubblica non si celebra: si merita.

E ogni 2 giugno dovremmo chiederci non quanto siamo bravi a sventolare la bandiera, ma quanto siamo disposti a difendere ciò che rappresenta, quanto siamo pronti a colmare la distanza tra la promessa costituzionale e la vita reale dei cittadini.

Solo allora la festa avrà un senso politico, istituzionale e umano. Solo allora la Repubblica sarà davvero nostra.