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La maggioranza è un cadavere: Meloni lo scopre solo quando l’urna si apre

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Di Angioletta Massimino

La giornata di oggi non è un semplice seguito della disfatta di ieri: è la conferma definitiva che il governo Meloni non esiste più come soggetto politico coeso, ma solo come un organismo che continua a muoversi per inerzia, senza nervi, senza disciplina, senza paura della sua stessa leader.

Stamattina la Camera ha ripreso le votazioni sulla legge elettorale e il centrodestra, invece di ricompattarsi, ha mostrato la stessa identica crepa che ieri ha fatto crollare l’emendamento sulle preferenze per un solo voto: 187 favorevoli, 188 contrari, una trentina di franchi tiratori – forse quaranta – nascosti tra Lega, Forza Italia e satelliti vari, pronti a colpire la premier nel momento in cui lei pretende di contare davvero.

Meloni ha provato a raccontare che “ha vinto la palude”, ma la palude non è fuori: è dentro casa sua, è la sua maggioranza che la sfiducia in silenzio, che la lascia sola mentre lei chiede il voto palese per smascherare gli infedeli.

Gli infedeli, invece, hanno scelto il buio dell’urna e l’hanno usato come arma politica.

Le opposizioni oggi non si limitano a festeggiare: chiedono apertamente le dimissioni, parlano di governo “punito nella sua arroganza”, di premier “sfiduciata dai suoi stessi deputati”, e non è propaganda: è aritmetica parlamentare.

Schlein dice che “il governo è stato punito”, Conte invita Meloni “ad andare a casa”, Renzi parla di “regolamento di conti nel centrodestra”. Tutto documentato, tutto pubblico, tutto davanti agli italiani.

Intanto la maggioranza tenta di salvare la faccia approvando un emendamento unitario che introduce un tetto massimo di seggi – 220 alla Camera, 113 al Senato – come se bastasse un limite numerico a nascondere l’illimitata fragilità politica di un governo che non controlla più nemmeno i propri gruppi parlamentari.

Ciriani prova a minimizzare, dice che “si va avanti”, che “non si conclude l’esperienza di governo”, ma le sue parole suonano come il comunicato di un portavoce che non ha più un esercito da difendere. La verità è che il centrodestra non è stato tradito: si è tradito da solo.

Dal Colle osservano in silenzio, ricordando che formalmente non è una sconfitta del governo ma della maggioranza. È un dettaglio istituzionale, certo, ma non cambia la sostanza: una maggioranza che non vota la sua premier non è una maggioranza, è un gruppo di sopravvissuti che pensa solo alla propria rielezione.

E ora la domanda non è più cosa farà l’opposizione, ma quanto tempo impiegherà Meloni a capire che non può governare un Paese quando non riesce nemmeno a governare i suoi deputati.

La crisi non è un’ipotesi: è già qui, certificata dai numeri, dalle defezioni, dalle riprese video dei vannacciani che filmano il voto segreto per dimostrare di non essere traditori, dalle urla in Aula, dalle sospensioni della seduta, dalla paura che serpeggia nei corridoi.

La verità è brutale: il governo Meloni non è stato affossato dall’opposizione. È stato affossato dai suoi. E oggi, 15 luglio 2026, la maggioranza non è in crisi: è in frantumi!