Se l’obiettivo di un negoziato è costruire fiducia reciproca, minacciare l’interlocutore mentre si trova al tavolo delle trattative appare quantomeno contraddittorio. È quanto è accaduto nei colloqui tra Stati Uniti e Iran svoltisi in Svizzera negli ultimi giorni.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, le trattative hanno subito forti tensioni dopo alcune dichiarazioni aggressive del presidente americano Donald Trump, che hanno provocato una temporanea reazione di protesta della delegazione iraniana. Nonostante ciò, grazie alla mediazione di Qatar e Pakistan, il dialogo è proseguito e le parti hanno concordato una roadmap negoziale di 60 giorni.
Il paradosso politico è evidente: da una parte l’amministrazione statunitense invia in Svizzera il vicepresidente J. D. Vance e i propri emissari per discutere di programma nucleare, sanzioni e stabilità regionale; dall’altra Trump continua a utilizzare una retorica muscolare che rischia di compromettere il lavoro diplomatico.
La storia insegna che i negoziati internazionali non si vincono con gli ultimatum. Le grandi intese del Novecento – dalla Guerra Fredda agli accordi sul nucleare – sono nate quando le parti hanno accettato di parlarsi pur restando avversarie. La diplomazia richiede fermezza, ma anche rispetto dell’interlocutore.
Eppure, nonostante le tensioni, qualche risultato è emerso: secondo fonti internazionali, sarebbero stati raggiunti accordi preliminari su nuove verifiche internazionali dei siti nucleari iraniani e sulla prosecuzione di negoziati tecnici nelle prossime settimane.
Una riflessione
Se davvero si vuole evitare una nuova escalation in Medio Oriente, la strada non può essere quella delle minacce permanenti. La politica estera non è un social network e un negoziato non è uno show televisivo. Quando si tratta di pace, sicurezza energetica, Stretto di Hormuz e stabilità regionale, servono statisti capaci di costruire ponti, non leader impegnati a raccogliere applausi con dichiarazioni roboanti.
La speranza è che a prevalere siano i diplomatici e non gli slogan. Perché tra Washington e Teheran il prezzo di un fallimento non sarebbe pagato dai governi, ma dai popoli e dall’intera comunità internazionale.