Di Raffaele Romano, storico
Con questa semplice domanda un grande giornalista come Antonio Lubrano apriva le sue trasmissioni televisive ed è la stessa domanda che oggi facciamo, da queste pagine che ci ospitano, affinché i lettori comprendano quello che, probabilmente, sta per accadere:
è credibile che il capo della CIA John Ratcliffe venga scoperto mentre si reca in Russia?
Oppure hanno voluto che si sapesse passando l’informazione al Washington Post?
È evidente che l’hanno voluto far sapere!
Il perché è chiaro per chi si occupa di intelligence: gli Stati Uniti con il capo del più importante servizio segreto al mondo hanno voluto consegnare a Putin un avvertimento americano e della Nato a non attaccare più, in modo diretto o indiretto, altri Paesi del Patto atlantico come è successo più volte negli ultimi mesi con vari droni.
Per cui temendo che analoghi “incidenti” possano verosimilmente ripetersi John Ratcliffe gli è andato a ricordare che, al di là delle scanzonate prese di posizione di Trump sull’alleanza atlantica, di non continuare perché saremmo costretti a rispondere, articolo 5 del Trattato Nato.
E Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, gli ha replicato che la Russia si sente minacciata dagli europei e dalla Nato in base all’enorme sostegno che continuano a dare a Kiev soprattutto coi missili a lungo raggio a cui si aggiungeranno, a breve, quelli della Francia e della Gran Bretagna e, senza dirlo, gli attacchi continui con la nuova tipologia di guerra che Vladimir Zelensky si è costruito con l’inventarsi una nuova tecnologia coi droni all’avanguardia nel mondo e che ora comprano tutti.
Questo viaggio annunciato e pubblicizzato sta a significare che il momento è molto serio e pericoloso in quanto Putin potrebbe essere sull’orlo di una crisi di nervi visto che dopo tutti questi anni e a prezzi molto elevati, in vite ed economia, non è riuscito ad annettersi tutto il Donbass.
Un monito va fatto all’Italia: non commettere, per l’ennesima volta come già accaduto in passato, di continuare a mantenere una posizione border line che tiene un piede in qua e un altro di là.
Le scelte devono essere chiare o si sta con Kiev in pieno oppure non ci si sta.
Certamente non possiamo avere degli stracci di partiti politici che, come Salvini, si oppone al rifinanziamento degli aiuti militari e ai nuovi decreti per armare Kiev. Stessa posizione di Giuseppi Conte che col suo Movimento 5 Stelle ha ribadito che non voterà nuovi provvedimenti per il sostegno militare all’Ucraina. Giorgia Meloni che, da un po’, ha scelto di stare nelle retrovie dei governi che sostengono l’Ucraina. Dopo aver aderito alla coalizione dei “Volenterosi” come semplice osservatrice (sic!) a luglio ha realizzato il capolavoro chiedendo al vertice di Ankara che la dichiarazione Nato sul sostegno all’Ucraina contro l’aggressione della Russia si limitasse al 2026. Escludendo il 2027 e sapete perché? Per il terrore di fare le elezioni politiche schierata a Kiev. Elly Schlein e il Pd, come al solito molto oscillanti visto il peso delle correnti interne, ha confermato l’appoggio generico all’Ucraina ma evitando di nominare i due contendenti definendoli, in un’intervista, “un aggredito e un aggressore”. Per carità di patria evitiamo di citare i superflui Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Mettetevi nei panni delle intelligence straniere, tutte nessuna esclusa, e i loro ministeri degli Esteri la domanda che sorge loro spontanea è:
“ma l’Italia che vuol fare?”
È intervenuto Winston Churchill ricordando ciò che disse il 26 aprile del 1945 dopo che aveva con Roosevelt liberato l’Italia settentrionale:
“Fino a ieri in Italia c’erano 45 milioni di fascisti oggi ci sono 45 milioni di antifascisti. Non sapevo che l’Italia avesse 90 milioni di abitanti!”
Dai tremebondi italioti si chiede solo coerenza dall’inizio alla fine e non oscillare come un pendolo!