Al Cous Cous Fest, Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein cucineranno nella stessa squadra. Un gesto piccolo davanti alla tragedia del Medio Oriente, ma potentissimo nel suo significato: quando politica e diplomazia dividono, una tavola può ancora ricordarci ciò che abbiamo in comune.
di Carmelo Finocchiaro
Ci sono immagini che riescono a raccontare la pace meglio di cento conferenze internazionali.
Due persone davanti alla stessa pentola. Due storie, due identità, due popoli che il conflitto ha trasformato in avversari. Eppure, per qualche ora, dalla stessa parte.
Accadrà a San Vito Lo Capo, in Sicilia, durante il Cous Cous Fest: Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein, palestinese il primo e israeliana la seconda, gareggeranno insieme nel campionato mondiale di cous cous.
Lo slogan scelto dalla manifestazione sembra quasi inevitabile:
“Make cous cous not war”.
Potrebbe apparire soltanto una trovata brillante. In questo momento storico assume invece un significato molto più profondo.
Il Mediterraneo che unisce
Il cous cous è probabilmente uno dei piatti che meglio raccontano il Mediterraneo.
Non appartiene veramente a una sola frontiera. Ha attraversato popoli, religioni, commerci, migrazioni e dominazioni. Dal Nord Africa alla Sicilia occidentale, dalla tradizione araba alle contaminazioni europee, ogni territorio lo ha trasformato senza cancellarne l’origine.
È esattamente ciò che il Mediterraneo è stato per millenni: non soltanto un confine, ma uno spazio di incontro.
Oggi quello stesso mare è attraversato da guerre, tensioni geopolitiche, migrazioni, flotte militari e divisioni religiose.
Per questo vedere un israeliano e un palestinese lavorare insieme assume un valore che supera la cucina.
Non è ingenuità
Naturalmente un piatto di cous cous non fermerà una guerra.
Non restituirà la vita alle vittime, non libererà ostaggi, non ricostruirà le città distrutte e non sostituirà la diplomazia.
Sarebbe persino sbagliato caricare due cuochi della responsabilità di rappresentare popoli interi.
Ma la pace comincia anche dalla capacità di riconoscere nell’altro una persona.
Ed è proprio questa la forza del gesto.
Per cucinare insieme bisogna parlarsi.
Bisogna ascoltarsi.
Bisogna fidarsi.
Bisogna dividere gli spazi e coordinare i gesti.
Alla fine bisogna assaggiare ciò che l’altro ha preparato.
Sono azioni semplicissime. Ma sono esattamente il contrario della logica della guerra, che vive invece della disumanizzazione dell’avversario.
La Sicilia diventa ponte
C’è poi qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che tutto questo accada in Sicilia.
La nostra isola porta dentro la propria cultura le tracce di civiltà diverse: greci, romani, arabi, normanni, ebrei, spagnoli.
La cucina siciliana stessa è il risultato di queste contaminazioni.
San Vito Lo Capo può quindi diventare per qualche giorno qualcosa di più di una straordinaria destinazione turistica.
Può rappresentare quella Sicilia che dovrebbe essere sempre più protagonista nel Mediterraneo: terra di dialogo, incontro e cooperazione.
La posizione geografica che per secoli ci ha esposto alle invasioni può diventare nel XXI secolo una straordinaria opportunità politica e culturale.
Siamo nel cuore del Mediterraneo.
Dobbiamo tornare a pensare come una terra mediterranea.
Quando la diplomazia passa dalla cultura
Esiste una diplomazia ufficiale fatta di governi, ambasciatori, vertici e trattati.
Ma esiste anche una diplomazia molto più silenziosa.
È quella dello sport, dell’arte, dell’università, della musica e della cucina.
Non risolve da sola i conflitti, ma mantiene aperti quei piccoli ponti umani senza i quali, prima o poi, persino la diplomazia politica diventa impossibile.
La storia dimostra che la riconciliazione non comincia quando tutti sono già d’accordo.
Comincia quando qualcuno decide di incontrare l’altro mentre essere insieme è ancora difficile.
La fotografia che vorremmo vedere
Forse la parte più importante del Cous Cous Fest non sarà sapere quale squadra vincerà il campionato.
Sarà vedere Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein cucinare insieme.
Palestina e Israele nello stesso piatto non cancellano Gaza, il dolore israeliano, le vittime palestinesi, gli ostaggi, le responsabilità politiche o le profonde divisioni che attraversano il Medio Oriente.
Ma ci ricordano una verità elementare che nelle guerre viene troppo facilmente dimenticata:
prima delle bandiere vengono le persone.
Ed è proprio dalla capacità di tornare a riconoscersi come persone che un giorno dovrà necessariamente cominciare qualsiasi pace.
Per questo, almeno per qualche ora, San Vito Lo Capo può diventare una piccola capitale mondiale del dialogo.
Due popoli.
Una cucina.
Una tavola.
E un messaggio semplicissimo rivolto al mondo:
Make cous cous, not war.
Per questo articolo vedrei molto bene anche una copertina emozionale, con i due cuochi ai lati dello stesso piatto di cous cous, il Mediterraneo sullo sfondo e il titolo: “La pace comincia a tavola”.