Il 52,8% degli elettori respinge la ripresa del percorso di adesione. Reykjavík vota in controtendenza, mentre nelle aree rurali prevalgono sovranità nazionale e difesa della pesca. Il dossier UE resta congelato almeno fino al 2028
L’Islanda sceglie di non riaprire, almeno per il momento, la porta dell’Unione Europea. Nel referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione, il 52,8% degli elettori ha votato contro, mentre il 47,2% si è espresso a favore.
Un risultato abbastanza equilibrato da mostrare un Paese diviso sulla prospettiva europea, ma sufficientemente netto da fermare il progetto del ritorno al tavolo negoziale.
La premier Kristrún Frostadóttir ha definito il risultato una «vittoria per la democrazia», assicurando che la volontà espressa dagli islandesi sarà rispettata.
Il dossier dell’adesione dovrebbe quindi rimanere fuori dall’agenda politica almeno fino al 2028, quando terminerà l’attuale legislatura.
Affluenza altissima: alle urne l’82,5%
Il primo dato politico del referendum è la partecipazione.
Sono stati scrutinati 225.031 voti, con un’affluenza dell’82,5% degli aventi diritto. Una mobilitazione molto elevata per una consultazione che ha chiamato gli islandesi a pronunciarsi su una delle questioni strategiche più importanti per il futuro del Paese.
Il voto mostra però una significativa frattura territoriale.
Reykjavík è stata l’unica area a scegliere chiaramente il “Sì”: nella circoscrizione Reykjavík Nord i favorevoli alla ripresa dei negoziati hanno raggiunto il 57,51%, mentre in Reykjavík Sud si sono attestati al 54,49%.
Fuori dalla capitale lo scenario cambia.
Nelle aree rurali il “No” ha ottenuto risultati molto più consistenti e, nel Sud e nella circoscrizione nord-orientale, ha superato il 59%.
La pesca al centro della scelta islandese
Dietro il voto non c’è soltanto una generica diffidenza nei confronti di Bruxelles.
Uno dei nodi principali è il controllo delle risorse ittiche.
La pesca rappresenta circa il 40% delle esportazioni islandesi e costituisce non soltanto un settore economico strategico, ma una componente fondamentale dell’identità produttiva nazionale.
Una parte consistente dell’industria ittica teme che l’ingresso nell’UE possa ridurre la capacità dell’Islanda di controllare autonomamente le proprie acque e le quote di pesca.
È uno dei punti sui quali la stessa Frostadóttir aveva fissato una linea molto rigida: nessun accordo avrebbe potuto compromettere la sovranità islandese sulle risorse marine.
Un Paese europeo che resta fuori dall’UE
Il risultato non significa però un allontanamento dell’Islanda dall’Europa.
Iceland è già profondamente integrata nello spazio europeo attraverso l’Area Economica Europea ed è parte dello spazio Schengen.
Il paradosso islandese resta quindi quello di un Paese strettamente collegato economicamente e politicamente all’Europa, che continua tuttavia a voler mantenere una significativa autonomia rispetto alle istituzioni comunitarie.
Ed è proprio questo equilibrio che una maggioranza degli elettori ha deciso di conservare.
Una storia iniziata dopo la grande crisi finanziaria
Il rapporto tra Reykjavík e l’adesione europea ha attraversato diverse fasi.
Dopo il devastante collasso finanziario del 2008, l’Islanda presentò formalmente la propria candidatura all’Unione Europea nel 2009.
I negoziati furono successivamente avviati, ma il processo perse progressivamente sostegno politico fino alla sospensione nel 2013.
La consultazione del 2026 avrebbe potuto riaprire quel percorso.
Gli islandesi hanno deciso diversamente.
Frostadóttir: il risultato sarà rispettato
La premier ha assicurato che il governo continuerà a lavorare senza trasformare il referendum in un elemento di divisione nazionale.
Il Parlamento dovrà ora affrontare anche la questione formale della candidatura islandese e decidere come gestire definitivamente il dossier aperto negli anni successivi alla crisi finanziaria.
Non significa necessariamente che il tema europeo sia morto.
Il 47,2% favorevole dimostra infatti l’esistenza di una componente molto consistente della società islandese che vorrebbe almeno tornare a negoziare con Bruxelles.
La distanza tra i due schieramenti è di appena 5,6 punti percentuali.
Vince la sovranità, ma l’Islanda resta divisa
Il risultato offre infine una lezione più ampia all’Europa.
L’integrazione europea continua ad avere una forte capacità di attrazione nelle aree urbane, tra le componenti più internazionalizzate della società e in una parte delle nuove generazioni. Ma quando entra in gioco il controllo delle risorse naturali e delle attività economiche considerate strategiche, il richiamo alla sovranità nazionale rimane potentissimo.
Per l’Islanda quelle risorse sono soprattutto il mare e la pesca.
Il referendum del 2026 non rappresenta quindi un “No all’Europa” in senso assoluto. È soprattutto un No alla riapertura, oggi, del processo di adesione all’Unione Europea.
E con un Paese praticamente diviso a metà, è difficile immaginare che la questione sia definitivamente chiusa.