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Insegnante e scrittrice, creativa e autoironica: parla con QdC Giovanna Nastasi

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di Rosanna La Malfa

Ciao Giovanna. Ti chiedo senza giri di parole: “Perché hai scelto di fare l’insegnante?” È  una vocazione?
La mia scelta di insegnare non è stata chiara sin dall’inizio del mio percorso di studi. Ammiravo alcuni miei insegnanti, padre Salvatore Resca soprattutto, perché sentivo che attraverso le loro lezioni potevo accedere a qualcosa che mi piaceva. Lo studio è stato sempre, per me, una fonte di gratificazione interiore. Poi c’erano le aspettative in famiglia, chi mi vedeva avvocato, chi nella carriera diplomatica. L’insegnante era visto come un lavoro di ripiego, poco gratificante economicamente, insomma avrei potuto fare di più…

Invece, a me piaceva comunque la comunicazione e la possibilità di fare un lavoro che ti mettesse sempre alle prova e  sempre a contatto con i mutamenti della vita. Offrire gli strumenti culturali che ho avuto io non è cosa da poco. Non parlerei di vocazione, ma di un cammino che si è delineato sempre più chiaro nel tempo.


C’è qualcosa che vorresti insegnare o comunicare ai tuoi alunni, ma che non sei ancora riuscita a fare (o che non puoi fare)? 

Che non posso fare no. Insegnare ti concede ancora qualche margine di libertà. Più che altro,  anno dopo anno, noto un generale disinteresse nei confronti dello studio. Ho come l’impressione che gli studenti vadano a scuola perché costretti, perché si fa, perché serve il pezzo di carta (definizione orrenda) e non con la consapevolezza di costruire, con i libri, gli arnesi del mestiere di vivere, di capire se stessi e il mondo. Trasmettere questo concetto è la mia preoccupazione principale e la base della mia didattica.


Da alunna ti saresti stata simpatica come professoressa?
Credo e mi auguro di sì. Durante le mie lezioni cerco di mantenere sempre un clima sereno, allegro. Invento il metodo delle lezioni per non annoiarmi, io per prima. Sono soddisfatta quando anche io ho imparato ancora. La mia autoironia mi aiuta.

Social e internet: come gestite tale comunicazione voi professori oggi?
Sono la nostra vera concorrenza. Una lotta spesso difficile.

Io, ovviamente, non demonizzo la tecnologia né rimpiango i tempi passati, come fa qualcuno. A noi spetta il tempo che viviamo e lo dobbiamo interpretare. Il telefono è, non solo per i ragazzi, una sorta di protesi, una parte del corpo quasi fosse un arto. La compulsione ad essere sempre connessi va a discapito della concentrazione, della possibilità di stare con se stessi, di riflettere, di guardarsi negli occhi, di godere di una sana privacy. Per questa ragione le mie lezioni sono basate sulla parola e sulla relazione, anche a discapito delle mie corde vocali. Uso gli strumenti multimediali con parsimonia, proprio perché gli studenti di fatto sono sempre connessi  attraverso computer o smartphone, pertanto a scuola cerco di fargli staccare un pochino la spina. Ma non è sempre facile.


Sei anche scrittrice. Ci racconti?

Ecco. Scrivere è proprio la mia vocazione, nel senso di ascoltare il mio daimon. Scrivere è la mia destinazione sin da bambina. Iniziai con il mio diario e non ho più smesso. Scrivere è la mia dimensione più profonda, quando scrivo comprendo, oriento la mia vita, sciolgo i nodi e, come un attore, vivo tante vite. Un quaderno e una penna non mancano mai nella mia borsa. Ogni giorno cerco sempre di fermare un pensiero o annotare un dettaglio. Poi magari non ne faccio niente, però per me è importante. Un giorno solo questo resterà di me: quello che ho fermato con l’inchiostro. Da questo punto di vista sono un’artigiana. La prima stesura avviene con la penna.


Abbiamo alle spalle un modello di tipo patriarcale, in cui l’uomo tende ad avere un ruolo dominante, anche dal punto di vista dell’eros: è ancora così?
Quel modello è duro a morire anche se sono stati fatti passi in avanti. Il femminicidio non è altro che la moderna degenerazione di quello stereotipo culturale ma anche dell’attuale incapacità di capire che tutto ha una fine, comprese le relazioni. Non si sopporta la frustrazione e non si riesce ad elaborare la conclusione di un rapporto.
L’eros è una dimensione che non ha niente a che fare con la sessualità anche se la contiene. L’incontro erotico crea nuova soggettività, presuppone un percorso di conoscenza profonda di sé, non squalifica il corpo in incontri occasionali, colma vuoti e non crea solitudine. L’eros rende prezioso il rapporto con l’altro perché permette di attingere in quelle zone d’ombra dove, superati tabù e sovrastrutture, si rivela quasi la freschezza della vita.
L’erotismo,in quanto arte, si studia. In caso contrario si rimane nell’ambito di una sessualità molto semplificata più vicina alle pulsioni.

Che suggerimento ti senti di dare agli aspiranti scrittori?  E agli aspiranti docenti?

Per entrambi di provare una passione audace per quello che si fa. Non accontentarsi si simulacri o di passioni tiepide. Squalificano la vita stessa. In particolare chi scrive deve sapere che la scrittura esige rigore e serietà, che bisogna non solo scrivere ma soprattutto riscrivere. Ci vuole anche forza fisica, potrebbe sembrare un paradosso. Talvolta, ingaggio un vero corpo a corpo con i tasti poiché si fa una gran fatica, come un fabbro che modella nella sua fucina un oggetto, a piegare le parole e farle aderire ad una emozione o ad uno stato d’animo.
Per i miei colleghi, che dire? Tavolta tanto lavoro non riconosciuto, unito a una scarsa considerazione sociale, come dicevo prima. Il pericolo è la noia, di essere ripetitivi, laddove invece serve creatività e flessibilità. Insegnare significa proprio segnare dentro. Il lavoro fatto con passione ripaga sempre. Il sapere che si trasmette ha nel suo etimo l’idea di sapore. Nell’arte come nel lavoro, io per prima non vorrei mai offrire cibi insipidi. Sarebbe un disastro!



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