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Informazione, potere e diritti dei contribuenti: chi racconta davvero le difficoltà di famiglie e imprese?

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di Carmelo Finocchiaro

presidente Nazionale Confedercontribuenti

In una democrazia moderna il ruolo dell’informazione dovrebbe essere quello di garantire pluralismo, trasparenza e controllo diffuso sull’esercizio del potere. I mezzi di comunicazione, dalla stampa tradizionale alle televisioni, fino alle piattaforme digitali, rappresentano infatti uno degli strumenti principali attraverso cui i cittadini comprendono la realtà economica, sociale e politica del Paese.

Eppure, sempre più spesso, si avverte una distanza crescente tra la vita reale di famiglie, lavoratori autonomi, professionisti e imprese e la rappresentazione che di tali realtà viene offerta nel dibattito pubblico.

Quando si parla di fisco, debito tributario, riscossione, pignoramenti, crisi delle imprese o difficoltà economiche delle famiglie, il racconto prevalente sembra spesso concentrarsi quasi esclusivamente sulle esigenze dello Stato di recuperare gettito e contrastare l’evasione fiscale. Un obiettivo certamente legittimo e necessario, ma che rischia di diventare parziale se non accompagnato da una riflessione altrettanto approfondita sulle condizioni concrete in cui vivono milioni di contribuenti.

Negli ultimi anni l’Italia ha attraversato una sequenza quasi ininterrotta di emergenze: crisi finanziarie, pandemia, aumento dei costi energetici, inflazione, guerre che hanno inciso sulle catene di approvvigionamento e sulla competitività delle imprese. Molte aziende hanno accumulato debiti non per scelta ma per necessità di sopravvivenza. Molti cittadini hanno visto ridursi il proprio potere d’acquisto mentre aumentavano tasse, tariffe e costi dei servizi.

Eppure queste storie raramente occupano il centro del dibattito mediatico.

Il contribuente in difficoltà viene spesso rappresentato come una figura astratta, identificata quasi esclusivamente attraverso il rapporto debitorio con l’amministrazione finanziaria. Meno spazio trovano invece le storie di chi cerca di mantenere aperta un’attività commerciale, di chi lotta per pagare i dipendenti, di chi tenta di onorare i propri obblighi fiscali pur trovandosi in condizioni economiche estremamente fragili.

La conseguenza è una narrazione sbilanciata, nella quale il punto di vista dell’amministrazione pubblica e delle esigenze di bilancio dello Stato appare predominante rispetto alle ragioni di chi produce reddito, occupazione e sviluppo economico.

In una democrazia equilibrata, l’informazione dovrebbe dare voce a tutte le parti coinvolte. Dovrebbe interrogarsi non soltanto su quanto si riesce a recuperare attraverso la riscossione, ma anche sugli effetti sociali ed economici di determinate politiche fiscali. Dovrebbe chiedersi quanti posti di lavoro vengono messi a rischio, quante attività chiudono, quante famiglie vengono spinte verso nuove forme di povertà.

La questione riguarda anche il pluralismo delle fonti. Le organizzazioni che rappresentano contribuenti, professionisti, artigiani, commercianti, piccole e medie imprese trovano spesso uno spazio limitato rispetto ad altri soggetti istituzionali. Questo squilibrio produce inevitabilmente una riduzione della qualità del confronto pubblico.

Una società democratica ha bisogno di una stampa libera non solo dai condizionamenti politici, ma anche dalle convenzioni culturali che tendono a considerare alcune posizioni più legittime di altre. Ha bisogno di giornalisti capaci di raccontare il Paese reale, quello delle imprese che investono, dei lavoratori autonomi che affrontano ogni giorno difficoltà burocratiche, delle famiglie che cercano di rispettare i propri obblighi senza essere travolte dalle difficoltà economiche.

Non si tratta di contrapporre contribuenti e Stato. Al contrario. Uno Stato forte necessita di contribuenti forti. Un sistema fiscale efficiente richiede cittadini che abbiano la concreta possibilità di adempiere ai propri obblighi. Una riscossione efficace deve essere compatibile con la continuità economica delle attività produttive e con la tutela della dignità delle persone.

Per questo il mondo dell’informazione dovrebbe dedicare maggiore attenzione ai diritti del contribuente, alle garanzie previste dall’ordinamento, ai problemi della riscossione e agli effetti delle politiche fiscali sull’economia reale.

Raccontare queste questioni non significa giustificare l’evasione fiscale. Significa riconoscere che dietro ogni posizione debitoria esistono persone, famiglie, imprese e lavoratori. Significa comprendere che la giustizia fiscale non può limitarsi alla raccolta delle entrate, ma deve perseguire un equilibrio tra le esigenze dello Stato e i diritti dei cittadini.

Una democrazia matura si misura anche dalla capacità dei suoi mezzi di comunicazione di dare voce a chi ha meno potere, meno visibilità e meno strumenti per far sentire le proprie ragioni.

Ed è proprio in questa funzione critica e pluralista che il giornalismo può continuare a rappresentare uno dei pilastri fondamentali della libertà e della partecipazione democratica.