ROMA – L’inflazione torna a correre in Europa e riapre un fronte che sembrava destinato a una progressiva normalizzazione. A settembre la crescita dei prezzi ha accelerato nelle principali economie dell’Eurozona, alimentata soprattutto dai rincari dell’energia e dei carburanti.
In Italia il tasso annuo d’inflazione è salito al 4,2%, dal 3,3% registrato ad agosto. Su base mensile, secondo i dati preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,7%.
Ancora più marcato il movimento dell’indice armonizzato utilizzato per i confronti europei, che registra un incremento congiunturale del 2%.
Il principale motore della nuova accelerazione è rappresentato dall’energia.
In Italia la crescita tendenziale dei prezzi dei beni energetici è passata dal 17,1% di agosto al 22,3% di settembre. Una dinamica che rischia di trasferirsi progressivamente anche sui costi di produzione e trasporto, con conseguenze che potrebbero estendersi a numerosi beni e servizi.
A pesare è anche il nuovo aumento delle quotazioni petrolifere, con il Brent che ha superato la soglia dei 100 dollari al barile.
La questione diventa particolarmente delicata per un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, più vulnerabili alle oscillazioni dei costi energetici e dei trasporti.
La fiammata non riguarda soltanto l’Italia.
In Spagna l’inflazione ha raggiunto il 5%, mentre in Francia è passata dal 2,6% al 3,4%.
Anche la Germania registra un’accelerazione: l’indice armonizzato è salito dal 2,9% di agosto al 3,3% di settembre.
Sul mercato tedesco l’energia costa il 14,9% in più rispetto a un anno fa. Un elemento importante arriva tuttavia dall’inflazione di fondo, rimasta stabile al 2,4%.
Il dato suggerisce che una parte consistente della nuova pressione inflazionistica proviene dagli shock energetici piuttosto che da un’accelerazione generalizzata di tutte le componenti dei prezzi.
Per le famiglie italiane la questione non riguarda però soltanto benzina, gas ed elettricità.
I prezzi degli alimentari non lavorati accelerano fino al 5,5% su base annua, mentre il cosiddetto carrello della spesa registra una crescita dell’1,7%.
La combinazione tra energia e alimentari è particolarmente delicata perché colpisce spese difficilmente comprimibili. Per le famiglie con redditi più bassi, che destinano una quota maggiore delle proprie disponibilità ai consumi essenziali, l’impatto può risultare proporzionalmente più pesante.
La nuova accelerazione rimette al centro la politica monetaria della Banca centrale europea.
Il tasso sui depositi è attualmente al 2,5% e la presidente Christine Lagarde ha indicato la necessità di mantenere una risposta monetaria misurata.
Il problema per Francoforte è trovare un equilibrio sempre più difficile.
Una nuova stretta potrebbe contribuire a contenere le aspettative inflazionistiche, ma tassi più elevati significherebbero anche credito più costoso per imprese e famiglie, mutui più pesanti e condizioni finanziarie meno favorevoli agli investimenti.
Alcuni analisti stanno già rivedendo le proprie aspettative. Deutsche Bank Research ha prospettato la possibilità di un aumento del tasso sui depositi al 2,75% a dicembre.
Per l’economia italiana la combinazione tra energia cara e costo elevato del denaro rappresenta un doppio fattore di pressione.
Le imprese rischiano infatti di trovarsi contemporaneamente davanti a maggiori costi produttivi e finanziamenti più onerosi. Per le PMI con minore capacità di trasferire gli aumenti sui prezzi finali, questo significa soprattutto una compressione dei margini.
Diventa quindi decisivo capire se quella di settembre rappresenti una fiammata temporanea provocata dall’energia oppure l’inizio di una fase inflazionistica più persistente.
Un’indicazione importante arriverà il 2 ottobre, quando Eurostat pubblicherà il dato complessivo sull’inflazione dell’Eurozona.
Da quel numero dipenderà una parte significativa del dibattito europeo dei prossimi mesi: se l’inflazione continuerà a salire, la BCE dovrà decidere fino a che punto contrastare i prezzi senza trasformare la cura monetaria in un ulteriore freno per investimenti, credito e crescita.