Di Angioletta Massimino
La Sicilia si è svegliata con la mappa politica ribaltata e il centrodestra che perde pezzi come un carrozzone arrugginito mentre la sinistra, quando riesce a non scannarsi da sola, torna a vincere e il movimento Controcorrente di Ismaele La Vardera si prende la scena come un’onda che travolge tutto ciò che incontra.
Ma dentro questo terremoto c’è un dettaglio che racconta meglio di ogni altro la decomposizione della politica tradizionale: il PSI, che a Marsala era nella coalizione vincente, non ha portato a casa nemmeno un consigliere, nemmeno un brandello di rappresentanza, nemmeno un segno di vita. Un Partito che si presenta alle elezioni e sparisce il giorno dopo come una comparsa senza battute, un fantasma politico che non incide, non pesa, non esiste.
Serve un talento particolare per riuscire a restare fuori dal Consiglio anche quando si sta dalla parte del sindaco che trionfa.
Tutto ciò è accaduto non perché gli elettori siano ingrati o distratti, ma perché il PSI in Sicilia è stato scientemente devastato da anni di gestione tossica, accentratrice, personalistica, nelle mani di Nino Oddo, un dirigente che ha trasformato il Socialismo siciliano in un deserto dove non cresce più erba, dove ogni territorio è stato abbandonato, ogni federazione volutamente chiusa, ogni lista improvvisata, ogni dissenso soffocato. Un Attila che invece di costruire ha raso al suolo tutto ciò che toccava.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: zero eletti, zero peso, zero futuro. E la responsabilità non è solo sua, perché Oddo non sarebbe durato neanche un giorno senza la complicità delle Segreterie nazionali che si sono succedute, da Riccardo Nencini a Enzo Maraio, che non solo hanno chiuso gli occhi davanti al disastro ma lo hanno avallato, protetto, legittimato, premiato, arrivando perfino a concedergli ruoli nazionali come la vicesegreteria invece di rimuoverlo d’imperio e relegarlo nel cimitero degli elefanti, dove finiscono i dirigenti che hanno fallito.
Questa è la parte più amara: il PSI non è crollato per caso. È stato scientemente svuotato da chi avrebbe dovuto difenderlo e invece lo ha consegnato nelle mani di chi ha trasformato un Partito storico in un marchio senza contenuto, in un simbolo ridotto a orpello, in un involucro vuoto che alle amministrative non porta voti, non porta idee, non porta nulla.
E qui la politica diventa personale, perché lasciare il PSI per me non è stato un gesto leggero, non è stata una scelta indolore: è stato uno strappo che ancora oggi mi brucia sulla pelle.
Il PSI era la mia casa politica, la casa di mio padre, la casa di una storia che ho respirato fin da bambina, una storia fatta da Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Mancini, Riccardo Lombardi, fino ad arrivare a Bettino Craxi che, qualunque cosa se ne dica, è stato uno dei più grandi statisti del Novecento ed era un ‘Socialista’.
E molti altri ce ne sarebbero, perché la lista dei giganti che hanno costruito quel mondo è talmente lunga che non basterebbe un articolo per contenerla.
Andarmene da quella casa è stato come tradire una parte di me, come tradire mio padre, come tradire un ideale che ha attraversato generazioni, ma la verità è che non ho tradito io: hanno tradito loro. Hanno tradito il PSI, hanno tradito i valori che dicevano di rappresentare, hanno tradito la storia che avrebbero dovuto custodire, hanno tradito la comunità che avrebbero dovuto difendere. Io non ho abbandonato il Socialismo: è il Socialismo, quello vero, che è stato abbandonato da chi ha trasformato un Partito glorioso in un apparato senz’anima, in un guscio vuoto, in un simbolo svuotato. Io non ho tradito: sono stata tradita!
E dentro questo tradimento c’è un metodo politico che ha soffocato ogni possibilità di rinascita: un metodo antico, logoro, fondato più sulla conta delle tessere che sulla costruzione di comunità. Un metodo che ha trasformato il Partito in un meccanismo burocratico dove ciò che conta non è la qualità del radicamento, la competenza dei dirigenti, la cultura e la preparazione, la capacità di parlare ai territori, ma il numero di iscrizioni da esibire al congresso.
Un sistema che ha prodotto distorsioni evidenti: tessere accumulate come pacchetti, iscrizioni fatte in modo massivo e spesso poco trasparente, territori che si ritrovano con elenchi di iscritti che non corrispondono alla realtà politica locale.
A Trapani più di una persona ha scoperto di risultare iscritta al PSI senza averne memoria o volontà, segno di un modello che privilegia la forza numerica sulla partecipazione reale.
Ma le tessere erano solo una parte del problema. L’altra parte era il clientelismo, che procedeva di pari passo: la politica ridotta a una trattativa continua, la costruzione del consenso trasformata in un sistema di aspettative, promesse, scambi politici. Un metodo che molti iscritti ed ex iscritti hanno denunciato per anni, me compresa, un metodo in cui il valore di un dirigente non era misurato dalla sua capacità di rappresentare un territorio, ma dalla quantità di voti che riusciva a mobilitare attraverso reti personali, fedeltà, aspettative di ruoli e collaborazioni future.
Quando Oddo entrò all’ARS attraverso il listino, con 45 voti, quella elezione fu letta da molti come il momento in cui avrebbe dovuto “onorare” le aspettative costruite nel tempo. E la percezione diffusa fu che la struttura dei collaboratori cresciuta attorno al suo ufficio rispondesse più alla logica della gratificazione delle reti di sostegno che a un disegno politico organico.
Il fatto che quella gestione sia finita sotto la lente della Corte dei Conti con un processo a suo carico è un dato pubblico, riportato dalla stampa e discusso negli ambienti politici.
Ciò che colpisce davvero, però, è che nessuno nel Partito sembrò voler trarre una riflessione politica da quella vicenda. Nessuno si chiese se quel modello fosse compatibile con la storia socialista, con la cultura delle Istituzioni, con l’etica pubblica che il PSI avrebbe dovuto incarnare. Anzi: nonostante le polemiche, nonostante il malessere crescente di chi credeva ancora in un Socialismo fatto di idee e non di pacchetti di voti e di clientelismo, Oddo fu comunque candidato alle elezioni politiche successive.
Fu in quel momento che io scelsi di dire No. Rifiutai la candidatura alla Camera perché non potevo accettare che il Partito in cui ero cresciuta, il Partito di mio padre, il Partito di Nenni, Pertini, Mancini, Lombardi e Craxi e molti altri valorosi Compagni, si consegnasse senza reagire a un modello che nulla aveva a che vedere con la nostra storia. Non potevo diventare parte di un meccanismo che aveva smarrito la sua anima. Non potevo legittimare con la mia presenza ciò che avevo combattuto per anni. Non fu una scelta facile. Fu una scelta necessaria.
È un sistema che ha garantito potere interno a chi controllava le tessere e a chi gestiva reti di fedeltà personali, non a chi costruiva consenso reale. Un sistema che ha finito per svuotare il PSI dall’interno, riducendolo a un guscio privo di radici e incapace di eleggere perfino un consigliere nei Comuni dove la coalizione vinceva. La politica ridotta a contabilità e relazioni personali, non a rappresentanza. Ed è così che un Partito storico è stato trasformato in un apparato senza popolo.
E mentre il centrodestra affonda sotto il peso delle sue contraddizioni, mentre la sinistra risale grazie al campo largo e ai movimenti civici, mentre Controcorrente di La Vardera conquista città simbolo come Agrigento e si impone come il vero ago della bilancia della politica siciliana, c’è un altro punto che pesa come un macigno: Bronte.
A Bronte è caduto un totem della politica regionale: la dinastia Firrarello‑Castiglione, che per decenni ha governato il territorio come un feudo personale, passando il testimone da suocero a genero, costruendo un sistema di potere che sembrava eterno, impermeabile, intoccabile. E invece il candidato del centrodestra, Castiglione, genero dell’on. Firrarello, è stato travolto da Gullotta, sostenuto da Controcorrente, in una delle sconfitte più simboliche dell’intera tornata elettorale.
Non è un semplice cambio di sindaco: è la fine di un’epoca, il crollo di un sistema che per anni ha dominato il territorio, la dimostrazione che anche i feudi più solidi possono essere abbattuti quando la società decide di ribellarsi.
Bronte ha rotto un incantesimo, ha mandato un messaggio chiarissimo alla politica regionale: il tempo delle dinastie è finito, il voto non è più controllabile, i territori non sono più disposti a farsi governare da logiche ereditarie.
Un terremoto politico che pesa quanto e più delle sconfitte del centrodestra nelle grandi città, perché colpisce al cuore uno dei suoi bastioni storici.
Le amministrative siciliane raccontano molte cose: il tracollo del centrodestra, la rinascita del campo progressista, l’ascesa di movimenti nuovi e radicati, ma raccontano soprattutto la fine di un certo modo di fare politica: quello dei Partiti che si chiudono nelle loro stanze, che proteggono i loro capibastone, che ignorano il territorio e poi si stupiscono quando il territorio li cancella.
Il PSI in Sicilia è l’esempio più evidente di questa fine: un Partito che avrebbe potuto essere protagonista e invece è diventato un soprammobile. Un Partito che avrebbe potuto rappresentare un pezzo importante della società siciliana e invece è stato trasformato in un deserto politico da cui gli elettori scappano e gli iscritti fuggono. Un Partito che avrebbe potuto rinascere e invece è stato sacrificato sull’altare delle ambizioni personali di chi lo ha guidato e di chi, a Roma, ha preferito non vedere ciò che stava accadendo da tempo.
E oggi i risultati sono lì, impietosi, scolpiti nei numeri: chi ha costruito, vince. Chi ha ascoltato, cresce. Chi ha devastato, scompare!