Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta
Ci sono parole che appartengono alla vita quotidiana e che, proprio per questo, sembrano lontanissime dal linguaggio della scienza. “Me ne frego” è una di queste. È una frase popolare, talvolta ironica, talvolta provocatoria, che utilizziamo per dichiarare distacco, disinteresse o volontà di non lasciarci condizionare. Io credo, invece, che dietro questa espressione possa nascondersi una questione psicologica molto seria: quanto della nostra sofferenza dipende da ciò che ci accade e quanto dalla quantità di energia mentale che continuiamo a investire in ciò che è accaduto, che temiamo possa accadere o che, semplicemente, non possiamo controllare? Da questa domanda nasce quella che chiamo Teoria, o più prudentemente Principio, del “Me ne frego”.
La definisco volutamente con una formula popolare perché non voglio perdere il contatto con la dimensione umana della psicologia. Non sto proponendo una teoria scientifica già validata: propongo un modello concettuale che ritengo meritevole di verifica empirica. Quando dico “Me ne frego”, infatti, non intendo affatto dire “non mi importa”. Intendo qualcosa di molto diverso: “Mi importa, ma decido io quanto spazio questa cosa debba occupare nella mia mente.” È questa distinzione, apparentemente semplice, che considero il cuore della mia proposta.
La psicologia conosce bene il fenomeno della ruminazione: possiamo continuare a ripercorrere una conversazione, un’offesa, un fallimento, una perdita o una paura molto tempo dopo che l’evento si è concluso. Pensiamo di stare cercando una soluzione, ma spesso stiamo semplicemente riproducendo lo stesso pensiero. Per questo mi pongo una domanda fondamentale: sto pensando per risolvere oppure sto pensando soltanto per continuare a pensare?
Se il pensiero produce una decisione, un comportamento o una nuova informazione, allora ha una funzione. Se invece continua a girare senza modificare nulla, il problema potrebbe non essere più il pensiero in sé, ma il nostro rapporto con esso. È qui che il mio “Me ne frego” diventa una possibile strategia metacognitiva. Prima riconosco ciò che accade; poi distinguo il fatto dalla mia interpretazione; successivamente mi chiedo se posso concretamente intervenire. Se posso farlo, agisco. Se non posso farlo, provo ad accettarlo. Se continuo a pensarci senza produrre alcuna possibilità d’azione, scelgo di disinvestire.
La sequenza che propongo è semplice: riconoscere, valutare, distinguere, scegliere, lasciar andare. Questa impostazione presenta interessanti punti di contatto con la ricerca sul controllo attentivo. La Attentional Control Theory di Eysenck e collaboratori ha studiato il rapporto tra ansia, attenzione e controllo cognitivo, mentre successive meta-analisi hanno evidenziato associazioni tra ansia e difficoltà nei processi attentivi di inibizione e spostamento.
La questione che mi interessa è allora questa: se l’attenzione è una risorsa limitata, possiamo allenarci a decidere meglio dove investirla e, soprattutto, quando ritirarla? Non sto dicendo che il semplice pronunciare “Me ne frego” produca automaticamente un effetto terapeutico. Sarebbe una conclusione scientificamente ingiustificata. Sto proponendo qualcosa di più concreto: verificare se una istruzione metacognitiva di disinvestimento attentivo, associata alla valutazione della controllabilità dell’evento, possa ridurre la ruminazione e favorire una maggiore flessibilità psicologica.
Qui il collegamento con l’Acceptance and Commitment Therapy diventa particolarmente interessante. La letteratura sulla flessibilità psicologica ci ricorda che stare bene non significa eliminare ogni emozione negativa o ogni pensiero disturbante. Significa poter continuare ad agire secondo i propri valori anche quando quei pensieri e quelle emozioni sono presenti. Io traduco questa idea in una formula volutamente semplice: posso avere un pensiero senza diventare quel pensiero; posso provare un’emozione senza permetterle di governare automaticamente il mio comportamento.
Anche la defusione cognitiva offre una prospettiva interessante. C’è una differenza enorme tra dire “sono un fallimento” e dire “sto avendo il pensiero di essere un fallimento”. Nel secondo caso creo uno spazio tra me e ciò che la mia mente sta producendo. Il mio “Me ne frego” aggiunge una domanda ulteriore: “Questo pensiero merita davvero altra energia?” Se la risposta è sì, lo ascolto e agisco. Se la risposta è no, posso lasciarlo passare. È proprio qui che la mia proposta si avvicina, sul piano simbolico e non scientifico, alla psicomagia.
Non considero la psicomagia una metodologia scientificamente validata; mi interessa piuttosto la sua capacità di utilizzare il gesto e la parola come strumenti simbolici. Dire consapevolmente “Me ne frego” può diventare un piccolo rituale personale di separazione: riconosco ciò che è accaduto, ma non gli consegno indefinitamente il governo della mia attenzione. Naturalmente, questa è una proposta da verificare. Immagino, per esempio, uno studio nel quale tre gruppi vengano esposti allo stesso stimolo emotivamente stressante: un gruppo invitato a ruminare sull’evento, un secondo indirizzato verso una distrazione neutra e un terzo sottoposto a una procedura strutturata basata sul mio modello: identificare l’evento, valutarne la controllabilità e, quando non esiste una possibilità concreta di intervento, interrompere volontariamente l’elaborazione ripetitiva.
Si potrebbero misurare ruminazione, ansia, flessibilità psicologica, controllo attentivo, umore e parametri psicofisiologici. Solo la ricerca potrebbe dirci se questa intuizione possiede realmente un valore superiore a quello di una semplice metafora. E qui voglio essere molto chiaro: il “Me ne frego” non deve diventare una scusa per irresponsabilità, egoismo o indifferenza verso gli altri. Non posso fregarmene di ciò che è sotto la mia responsabilità. Non posso utilizzare il distacco come alibi per evitare una decisione necessaria. Il principio funziona soltanto se prima stabilisco che cosa dipende realmente da me.
Per questo la domanda fondamentale diventa: “Posso fare qualcosa di utile?” Se la risposta è sì, faccio. Se la risposta è no, accetto. Se continuo a tormentarmi senza poter modificare nulla, me ne frego. Non perché non mi importi, ma perché non voglio trasformare l’impossibile da controllare in una prigione mentale. In questo senso, il mio “Me ne frego” non è una filosofia dell’indifferenza. È una possibile filosofia della selezione attentiva. Non dice “nulla mi interessa”. Dice: “Non tutto merita la stessa quantità di me.” Ed è forse questo il punto che più mi interessa come psicologo e psicoterapeuta.
Viviamo immersi in un’economia dell’attenzione nella quale tutto cerca continuamente di catturarci: notizie, giudizi, conflitti, notifiche, confronti, paure. La nostra mente viene sollecitata continuamente a reagire. Forse una parte della salute psicologica consiste anche nell’imparare a non reagire a tutto. Watzlawick ci ha mostrato, attraverso il paradosso, come possiamo contribuire inconsapevolmente alla costruzione della nostra infelicità. Io provo a formulare la domanda inversa: se possiamo imparare a costruire circuiti mentali che alimentano la sofferenza, possiamo forse imparare anche a interromperli? Il “Me ne frego” è la mia provocazione, ma anche la mia ipotesi. Non significa diventare più freddi. Significa diventare più selettivi. Non significa smettere di sentire. Significa scegliere ciò a cui dare significato. Non significa abbandonare la realtà. Significa smettere di combattere continuamente contro ciò che non possiamo cambiare.
In definitiva, la frase che meglio riassume la mia proposta è questa: “Non posso sempre scegliere ciò che mi accade. Posso però imparare a scegliere quanta energia psicologica continuo a concedergli.” Non so ancora se questa intuizione potrà diventare un vero modello scientifico. Sarà la ricerca a stabilirlo. Ma credo che una buona ipotesi psicologica debba avere anche il coraggio di nascere da una domanda semplice: e se, qualche volta, stare meglio cominciasse semplicemente dal permetterci di dire: “Me ne frego”?
Bibliografia essenziale
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