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Il Governo non prevede manovre di sviluppo contro la crisi da guerra

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L’Italia si trova dentro una fase economica estremamente delicata, segnata da tensioni internazionali, instabilità energetica e rallentamento della crescita. Eppure, di fronte a questo scenario, il Governo continua a muoversi senza una vera strategia di sviluppo.

I dati parlano chiaro: il prolungarsi dei conflitti internazionali rischia di portare l’economia italiana verso la stagnazione o addirittura la recessione, con un PIL che potrebbe scendere fino allo -0,7% negli scenari peggiori  . Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi energetici – con petrolio e gas in forte crescita – sta comprimendo consumi, investimenti e competitività delle imprese  .

In questo contesto, ci si aspetterebbe una risposta forte: una politica economica capace di sostenere lo sviluppo, rilanciare gli investimenti e proteggere il sistema produttivo. Invece, le scelte dell’esecutivo appaiono limitate e prive di visione.

La legge di bilancio si concentra prevalentemente su misure redistributive e di sostegno ai redditi, ma non introduce un vero piano industriale né interventi strutturali per affrontare una crisi che ha ormai natura sistemica  . Anche gli eventuali margini di intervento, stimati in pochi miliardi in caso di flessibilità europea, sarebbero destinati a misure emergenziali e non a un progetto di crescita duraturo  .

Nel frattempo, il Governo rivendica una linea prudente e diplomatica, sottolineando che l’Italia non è in guerra e che l’obiettivo resta la de-escalation  . Ma questa impostazione, sul piano economico, si traduce in immobilismo.

E mentre altri Paesi pianificano politiche industriali, investimenti strategici e rafforzamento delle filiere produttive, l’Italia rischia di restare ferma, esposta agli shock esterni e senza strumenti adeguati per reagire.

La verità è semplice:
una crisi da guerra non si affronta solo con prudenza, ma con visione.

Servono scelte coraggiose:

  • investimenti pubblici mirati su energia, innovazione e infrastrutture
  • sostegno concreto alle imprese esportatrici e alle filiere produttive
  • riduzione strutturale del costo dell’energia
  • una politica industriale nazionale ed europea

Senza queste leve, il rischio è quello di una lenta erosione del tessuto economico e sociale del Paese.

Il Governo, oggi, non sembra aver compreso fino in fondo la portata della sfida.
E senza una strategia di sviluppo, l’Italia non subirà soltanto la crisi: la pagherà più degli altri.