Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta
Una frase di Sant’Agostino, risalente a diciassette secoli fa, sembra parlare direttamente alle inquietudini del nostro tempo: «Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus». “Togli le prostitute dalle cose umane e avrai sconvolto tutto con le passioni”. La citazione viene spesso estrapolata dal suo contesto, quasi costituisse un elogio della prostituzione. Non è così. Agostino riflette sull’ordine sociale e sulla natura delle passioni, osservando che ciò che viene rimosso da un sistema non necessariamente scompare: può cambiare luogo, forma e modalità di manifestazione.
La riflessione acquista particolare interesse se accostata alla legge Merlin del 1958, che abolì le case di prostituzione regolamentate e introdusse il divieto di sfruttamento e favoreggiamento, senza configurare come reato la prostituzione volontaria tra adulti. Ispirata alla tutela della persona e della libertà delle prostitute, la legge rappresentò una svolta profonda nel costume italiano. Tuttavia, una riforma giuridica non cancella automaticamente una pulsione umana: modifica il contesto nel quale essa viene vissuta, regolata, espressa o sfruttata.
È necessario operare una distinzione fondamentale, poiché gran parte della confusione contemporanea nasce dalla sovrapposizione di fenomeni differenti: desiderio, mercificazione e possesso non sono la stessa cosa. Il desiderio è una componente naturale dell’essere umano: comprende attrazione, eros, curiosità, innamoramento e impulso verso l’altro. Può essere reciproco e diventare persino una delle forme più profonde dell’incontro umano. La mercificazione appartiene invece a un piano diverso: si verifica quando il corpo o l’immagine di una persona vengono trasformati in strumenti di scambio, vendita, pubblicità o consumo. Il possesso rappresenta un ulteriore passaggio: è la pretesa di trasformare una persona libera in qualcosa che ci appartiene.
La differenza è sostanziale.
Desiderare significa dire “mi attrai”; mercificare significa dire “ti utilizzo”; possedere significa dire “sei mia”. Il primo può generare una relazione; il secondo riduce la persona a prodotto; il terzo può trasformare la relazione in dominio. È proprio nel passaggio dal desiderio al possesso che si apre una delle porte più inquietanti della violenza.
Anche la sessualizzazione della società deve essere analizzata alla luce di questa distinzione.
Viviamo in un’economia dell’immagine nella quale il corpo viene utilizzato per attirare l’attenzione e promuovere praticamente qualsiasi cosa: profumi, automobili, moda, spettacoli, prodotti e persino stili di vita. Il fenomeno merita di essere criticato quando riduce la persona a una superficie commerciale, ma non può trasformarsi in un’accusa contro la libertà individuale. Una donna può scegliere liberamente come vestirsi, mostrarsi o non mostrarsi. Un abito provocante non equivale a un consenso, un rossetto non costituisce un invito alla violenza e un corpo esposto non diventa, per questo, proprietà di chi lo osserva. La libertà del corpo appartiene alla persona; la mercificazione appartiene al mercato.
È proprio a questo punto che il discorso diventa delicato.
Riconoscere che l’essere umano è un animale sessuale non significa sostenere che l’istinto debba governare il comportamento. Tra stimolo e azione intervengono la coscienza, l’educazione, la cultura, il rispetto e la capacità di fermarsi. Un uomo può provare desiderio senza aggredire, essere attratto senza avanzare pretese e accettare un rifiuto senza trasformarlo in odio.
La civiltà non consiste nell’eliminare l’istinto, ma nel renderlo compatibile con la libertà dell’altro.
Il femminicidio mostra che cosa accade quando questo limite viene cancellato. Non è il desiderio sessuale, in quanto tale, a spiegare l’uccisione di una donna. Più frequentemente entrano in gioco il controllo, la gelosia, il rancore, la dipendenza, l’incapacità di accettare la separazione e il rifiuto della perdita della relazione.
I dati italiani del 2024 sono eloquenti: su 116 donne vittime di omicidio, l’Istat ha stimato 106 femminicidi; 62 donne sono state uccise da un partner o ex partner e 37 da un altro familiare. Il contesto familiare o affettivo riguarda circa l’86,2% degli omicidi di donne.
Questo dato impone di spostare lo sguardo.
Il problema non consiste semplicemente nella circolazione di un numero eccessivo di immagini sessuali nella società. La questione più profonda emerge quando una cultura che trasforma il corpo in oggetto incontra una personalità incapace di riconoscere l’autonomia dell’altro. Il corpo può diventare merce nell’immaginario commerciale; nella mente del violento può diventare proprietà. Si tratta di fenomeni distinti, ma possono incontrarsi nel punto più oscuro: quando la persona scompare dietro l’oggetto.
Per questo sarebbe storicamente scorretto sostenere che la legge Merlin abbia provocato il femminicidio contemporaneo. I dati nazionali non mostrano una simile frattura: le donne vittime di omicidio furono 182 nel 1958, 175 nel 1959, 171 nel 1960 e 149 nel 1961. Non è dimostrata una relazione diretta tra l’abolizione delle case chiuse e l’aumento degli omicidi femminili.
La storia consente invece di studiare come una profonda trasformazione del costume abbia modificato la geografia sociale della prostituzione e della sessualità.
Ed è qui che Agostino torna sorprendentemente attuale. La sua intuizione non indica quale legge approvare né offre una spiegazione automatica della violenza moderna. Ricorda, tuttavia, che le passioni non possono essere semplicemente cancellate: devono essere comprese, educate e governate.
Una società matura non teme il desiderio, ma ne riconosce la potenza. Non demonizza il corpo femminile, ma combatte la sua riduzione a merce. Non pretende di controllare la libertà delle donne, ma esige dall’uomo la capacità di controllare se stesso.
Forse, in definitiva, il problema può essere ricondotto a tre verbi: desiderare, consumare, possedere. Il primo appartiene alla natura umana. Il secondo appartiene alla logica del mercato. Il terzo, quando viene imposto a una persona, diventa una forma di dominio. E quando il dominio incontra il rifiuto e non accetta il limite, può trasformarsi nella forma più estrema della violenza.
La vera modernità non sarà dunque una società priva di desiderio, ma una società capace di distinguere il desiderio dal diritto, il corpo dalla merce e l’amore dal possesso. Perché davanti a noi, ogni volta che guardiamo un corpo, non c’è mai soltanto un corpo. C’è una persona. E una persona non appartiene a nessuno.