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Il cervello sotto assedio: il caso del gioielliere Roggero e il difficile confine tra paura, trauma e legittima difesa

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Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta 

Non solo un gesto da giudicare, ma una storia umana da comprendere. Le neuroscienze spiegano come una persona sottoposta a una minaccia estrema possa vivere una realtà diversa da quella ricostruita dopo, a mente fredda.

Il caso del gioielliere Mario Roggero continua a dividere l’opinione pubblica. Da una parte c’è il principio fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può trasformare la difesa in una punizione privata. Dall’altra c’è una domanda che merita attenzione: che cosa accade nella mente di una persona quando si trova improvvisamente davanti alla paura di morire e vede minacciata anche la propria famiglia?

Per comprendere una vicenda così complessa non basta fermarsi all’ultimo momento, quello in cui vengono esplosi i colpi. Prima di quel momento esiste una storia: quella di un uomo che aveva già vissuto altre rapine, altre paure, altre violazioni della propria sicurezza.

Una rapina non porta via soltanto denaro. Porta via una parte della tranquillità.

Quando il cervello entra in modalità sopravvivenza

Le neuroscienze hanno dimostrato che, davanti a una minaccia grave, il cervello umano non funziona come quando si prendono decisioni nella vita quotidiana.

Quando una persona percepisce un pericolo per la propria vita o per quella dei propri cari, si attivano i circuiti della sopravvivenza.

L’amigdala, struttura cerebrale deputata alla rilevazione del pericolo, scatena una risposta automatica: aumenta l’adrenalina, cresce lo stato di allerta, l’attenzione si concentra sulla minaccia.

Il cervello non ragiona più con la calma di chi osserva un filmato dopo l’accaduto.

Cerca di proteggere la persona.

In questa condizione possono cambiare la percezione del tempo, la valutazione del rischio e la capacità di analizzare con precisione ogni conseguenza delle proprie azioni.

Non è una giustificazione automatica.

È una spiegazione del funzionamento umano.

Il peso delle precedenti aggressioni

Un elemento spesso sottovalutato è il peso delle esperienze traumatiche precedenti.

Chi ha già subito rapine o minacce può sviluppare una condizione di maggiore sensibilità al pericolo. Il sistema di allarme del cervello può rimanere più facilmente attivabile.

La nuova aggressione non viene vissuta come un episodio isolato. Può riaprire ferite già presenti.

Il passato entra nel presente e amplifica la risposta emotiva.

In una situazione simile, la persona può non percepire la cessazione del pericolo nello stesso momento in cui un osservatore esterno la riconosce.

La paura per i propri familiari

Nel caso del gioielliere assume un peso particolare il fatto che la minaccia abbia coinvolto anche i familiari.

Dal punto di vista psicologico, vedere una moglie o una figlia in pericolo rappresenta uno degli stimoli emotivamente più potenti.

Non si attiva soltanto l’istinto di conservazione.

Si attiva quello della protezione.

Per molti esseri umani, la paura più grande non è perdere la propria vita, ma non riuscire a proteggere chi si ama.

L’eccesso di legittima difesa e il grave turbamento.

Il tema dell’articolo 55 del Codice penale, relativo all’eccesso colposo nella legittima difesa, si inserisce proprio in questo punto delicato.

La legge riconosce che esistono situazioni nelle quali una persona può superare i limiti della reazione difensiva a causa di un grave turbamento provocato dalla situazione di pericolo.

Il concetto di grave turbamento richiama una realtà umana precisa: in condizioni estreme la capacità di controllo e valutazione può essere profondamente influenzata dallo stato emotivo e fisiologico.

Una persona terrorizzata non è necessariamente una persona irrazionale. È una persona il cui cervello sta affrontando una situazione eccezionale.

La domanda che si pone è se, in casi come questo, il comportamento debba essere valutato considerando soltanto la sequenza oggettiva degli eventi oppure anche lo stato psicologico di chi li ha vissuti. Il giudizio dopo e la paura vissuta prima.

Chi giudica un evento lo fa spesso dopo molto tempo, con documenti, immagini e ricostruzioni.

Chi vive una rapina armata non ha questa possibilità. Ha soltanto pochi secondi. Ha il rumore della paura. Ha l’adrenalina. Ha la percezione di dover sopravvivere.

La giustizia deve certamente stabilire dei limiti. Ma una giustizia moderna deve anche chiedersi se sia corretto valutare una persona sottoposta a un trauma estremo con gli stessi criteri utilizzati per chi agisce in una condizione di assoluta tranquillità.

Comprendere il trauma non significa cancellare la responsabilità. Le neuroscienze non sostituiscono il diritto e non possono trasformare ogni reazione in una condotta lecita. Ma possono offrire uno strumento prezioso: comprendere meglio il comportamento umano.

Il caso Roggero pone una domanda che va oltre la singola vicenda: quando una persona è travolta dalla paura più intensa, quanto spazio rimane per una scelta completamente razionale?

Forse il compito della giustizia non è soltanto stabilire ciò che è accaduto. È anche cercare di comprendere l’uomo che si trovava dentro quell’evento.