Hormuz non è terra di conquista: Trump sfida l’Iran, il diritto internazionale e la sicurezza globale
La pretesa di trasformare lo Stretto in “territorio americano” non rafforza la libertà di navigazione: rischia di trasformare una crisi già pericolosa in una guerra permanente. Europa e Paesi del Golfo escano dall’inerzia e promuovano una gestione internazionale della sicurezza marittima.
Donald Trump chiude pubblicamente la porta alla diplomazia con l’Iran e, nello stesso momento, alza ulteriormente il livello dello scontro. Il presidente americano sostiene che non siano in corso né programmati colloqui con Teheran, conferma la piena operatività del blocco navale e dichiara che lo Stretto di Hormuz sarebbe aperto dopo la rimozione delle mine.
Ma l’affermazione politicamente più grave è un’altra: l’idea di considerare Hormuz un “nuovo territorio degli Stati Uniti”, accompagnata dalla pubblicazione di una mappa che ridisegna provocatoriamente la geografia del Golfo Persico.
Non siamo più soltanto davanti alla consueta comunicazione aggressiva di Trump. Quando il presidente della maggiore potenza militare mondiale propone di appropriarsi, anche solo simbolicamente, di una delle rotte strategiche più delicate del pianeta, quella dichiarazione diventa un fattore concreto di instabilità.
Secondo gli ultimi dati citati da Adnkronos, il traffico commerciale rimane fortemente ridotto: il 17 agosto sarebbero transitate soltanto sei navi, mentre una nave mercantile è stata colpita da un proiettile non identificato, con danni alla sala macchine e il ferimento di un membro dell’equipaggio. Questi elementi mostrano quanto sia discutibile definire lo Stretto semplicemente “aperto e operativo”. Formalmente può esserlo; sostanzialmente, la navigazione rimane esposta a rischi militari, assicurativi ed economici enormi. Adnkronos�
Una pretesa senza fondamento giuridico
Lo Stretto di Hormuz non è una terra disponibile, né una zona priva di sovranità che Washington possa annettere con una dichiarazione presidenziale. Si trova tra l’Iran e l’Oman e comprende acque sottoposte alla sovranità e alla giurisdizione dei due Stati costieri.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare riconosce alle navi e agli aeromobili di tutti i Paesi il diritto di “passaggio in transito” attraverso gli stretti utilizzati per la navigazione internazionale. Questo diritto deve essere garantito e non può essere arbitrariamente sospeso, ma non trasforma lo Stretto in territorio appartenente a una potenza esterna. Convenzione ONU sul diritto del mare�
La libertà di navigazione, dunque, deve essere difesa. Ma difendere un diritto internazionale è cosa ben diversa dal proclamare una sovranità americana su Hormuz.
Se passasse il principio secondo cui una grande potenza può appropriarsi di una rotta marittima perché la considera indispensabile alla propria sicurezza, domani altre potenze potrebbero avanzare pretese analoghe su stretti, canali, porti e corridoi commerciali in ogni parte del mondo.
La mappa pubblicata da Trump, con Qatar e Bahrain apparentemente scomparsi, può sembrare una provocazione destinata ai social. In realtà comunica ai governi del Golfo un messaggio inquietante: la loro sovranità e persino la loro collocazione geografica possono diventare dettagli secondari nella rappresentazione politica della Casa Bianca.
Il rischio di un doppio errore
La responsabilità della crisi non ricade naturalmente soltanto sugli Stati Uniti. L’Iran non può usare mine, missili, sequestri di navi o milizie alleate come strumenti di pressione politica. Qualsiasi attacco contro mercantili, equipaggi e infrastrutture civili deve essere condannato senza ambiguità.
Teheran commetterebbe tuttavia un errore gravissimo se interpretasse l’aggressività di Trump come un’occasione per rilanciare la propria strategia militare regionale. La risposta iraniana — “Trump si illude” — segnala che la contesa sta diventando anche una sfida personale e simbolica. Ed è proprio questa la fase più pericolosa: quando due leadership non cercano più una soluzione, ma temono soprattutto di apparire deboli davanti alle rispettive opinioni pubbliche.
Washington rischia di confondere la superiorità militare con la capacità di costruire un ordine stabile. Teheran rischia di confondere la resistenza con una strategia capace di tutelare la propria popolazione. In mezzo rimangono i marinai, i civili, le economie dei Paesi importatori e milioni di famiglie esposte al rincaro dell’energia.
Il petrolio come arma contro l’economia mondiale
Hormuz rappresenta uno dei punti più sensibili dell’intero sistema energetico globale. Nel 2024 vi sono transitati circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno, equivalenti a circa un quinto dei consumi mondiali. Dallo Stretto è passato anche quasi il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar. U.S. Energy Information Administration�
L’Asia sarebbe la prima area colpita da un’interruzione prolungata, ma l’Europa non resterebbe al riparo. L’aumento del petrolio si trasferirebbe rapidamente sul prezzo dei carburanti, sui trasporti, sulla produzione industriale e sull’inflazione.
A pagare sarebbero ancora una volta le imprese più piccole e le famiglie. Anche l’Italia, già gravata da costi energetici strutturalmente elevati, rischierebbe una nuova perdita di competitività.
La minaccia non riguarda soltanto la disponibilità fisica di petrolio e gas. Basta la percezione di insicurezza per far crescere i premi assicurativi, il costo dei noli e quello del finanziamento delle operazioni commerciali. Una nave può tecnicamente attraversare Hormuz, ma se armatori e assicuratori ritengono il rischio insostenibile, la rotta resta economicamente quasi chiusa.
Il silenzio dell’Europa non è più sostenibile
L’Unione europea continua troppo spesso a limitarsi a invocare genericamente la moderazione. È una posizione insufficiente.
L’Europa non deve scegliere tra l’accettazione delle iniziative militari iraniane e l’approvazione automatica delle decisioni americane. Deve difendere contemporaneamente tre principi: libertà della navigazione, sovranità degli Stati costieri e soluzione diplomatica del conflitto.
L’Organizzazione marittima internazionale ha chiesto una risposta coordinata, la protezione della navigazione civile e la riduzione delle tensioni. Ha inoltre ricordato che la libertà di navigazione costituisce un principio fondamentale del diritto marittimo internazionale. International Maritime Organization�
Serve perciò un’iniziativa europea autonoma, promossa insieme all’ONU, all’IMO, all’Oman e agli altri Stati del Golfo.
Cinque proposte per fermare l’escalation
La comunità internazionale dovrebbe mettere immediatamente in campo:
Una conferenza internazionale su Hormuz, con Stati Uniti, Iran, Oman, Unione europea, Cina, India e Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Una missione tecnica dell’ONU e dell’IMO incaricata di certificare la rimozione delle mine e verificare le reali condizioni di sicurezza della navigazione.
Un meccanismo internazionale di protezione delle navi civili, sottoposto a un mandato multilaterale e non al controllo esclusivo di una singola potenza.
Una linea diretta militare tra Washington e Teheran, eventualmente mediata dall’Oman, per evitare che un incidente navale provochi un conflitto su vasta scala.
Un accordo limitato e immediato di de-escalation: stop agli attacchi iraniani contro il traffico commerciale, garanzia internazionale del transito e progressiva riduzione delle misure di blocco navale americane.
La forza senza politica non costruisce la pace
Trump può sostenere di avere il controllo militare dello Stretto. Ma controllare temporaneamente una rotta con portaerei, missili e pattugliamenti non equivale a governarne politicamente il futuro.
Trasformare Hormuz in un trofeo americano significherebbe umiliare l’Iran, mettere in allarme l’Oman, inquietare gli alleati del Golfo e offrire a Teheran una nuova giustificazione propagandistica per la mobilitazione nazionalista.
La libertà di navigazione non può diventare il nome dietro cui nascondere una politica di annessione. Allo stesso modo, la sovranità iraniana non può essere usata per giustificare la minaccia contro le navi civili.
Hormuz deve restare uno stretto internazionale aperto, sicuro e regolato dal diritto. Non può diventare né un’arma dell’Iran né una proprietà degli Stati Uniti.
La vera prova di forza, oggi, non consiste nel ridisegnare le mappe o nel minacciare nuovi bombardamenti. Consiste nel fermare l’escalation prima che una collisione, un missile o un errore di valutazione trascinino il mondo in una guerra molto più grande.