L’avanzata degli Houthi nello Yemen modifica gli equilibri del Medio Oriente. Con Perim e la costa sul Mar Rosso sotto pressione, Teheran acquisisce una leva strategica senza precedenti sulle due grandi porte energetiche tra Asia ed Europa. Stati Uniti, Arabia Saudita ed Europa davanti a un problema che non è più soltanto militare.
di Carmelo Finocchiaro
Quanto sta accadendo nello Yemen non può essere letto come l’ennesimo episodio della lunghissima guerra civile del Paese. La conquista da parte degli Houthi dell’isola strategica di Perim, nello stretto di Bab el-Mandeb, dopo l’avanzata lungo la costa occidentale e la presa di Mocha, modifica potenzialmente la geografia politica dell’intero Medio Oriente.
Reuters conferma oggi che le forze Houthi hanno raggiunto Perim dopo il ritiro delle forze del governo yemenita riconosciuto internazionalmente. La stessa fonte riferisce che Washington, nonostante le richieste saudite, non sarebbe al momento intenzionata a intervenire militarmente direttamente, limitandosi al sostegno di intelligence.
Il punto decisivo è geografico.
A est della penisola arabica c’è Hormuz. A ovest c’è Bab el-Mandeb.
In mezzo c’è l’Arabia Saudita.
E dietro due delle principali crisi che interessano questi passaggi marittimi c’è, direttamente o attraverso i propri alleati, l’Iran.
È questa la vera dimensione geopolitica degli avvenimenti di queste ore.
Due stretti, un’unica gigantesca partita
Lo stretto di Hormuz rappresenta da decenni uno dei principali punti nevralgici dell’economia mondiale. Ma la crisi del 2026 ne ha già drasticamente ridotto l’operatività.
Secondo gli ultimi dati della U.S. Energy Information Administration, i flussi di petrolio e prodotti petroliferi attraverso Hormuz sono scesi dai 21,6 milioni di barili al giorno del quarto trimestre 2025 ad appena 4,9 milioni nel secondo trimestre 2026.
Proprio questa situazione aveva reso ancora più importante la seconda via.
L’Arabia Saudita può infatti trasferire parte del proprio petrolio attraverso l’oleodotto East-West fino a Yanbu, sul Mar Rosso, evitando Hormuz.
Ma per raggiungere l’Europa quelle petroliere devono successivamente attraversare Bab el-Mandeb e risalire il Mar Rosso verso Suez.
Ed ecco il paradosso strategico.
La strada costruita per aggirare la pressione iraniana su Hormuz rischia adesso di finire sotto la pressione degli Houthi.
I numeri mostrano quanto questa trasformazione sia già avvenuta. Nel quarto trimestre 2025 attraverso Bab el-Mandeb transitavano circa 5,4 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi. Nel secondo trimestre del 2026 siamo arrivati a 8,1 milioni.
Bab el-Mandeb non è quindi più semplicemente una rotta alternativa.
È diventato uno degli elementi fondamentali della sicurezza energetica mondiale.
La vittoria strategica dell’Iran
Sarebbe semplicistico descrivere gli Houthi come soldati telecomandati da Teheran. Il movimento yemenita possiede una propria struttura politica, militare e territoriale e persegue interessi autonomi.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il rapporto strategico costruito negli anni con l’Iran.
Reuters riferisce, sulla base di fonti regionali, iraniane e yemenite, di un crescente sostegno iraniano e del ruolo delle Guardie rivoluzionarie nell’attuale escalation. Teheran, dal canto suo, nega di dirigere militarmente gli Houthi e li definisce alleati, non propri proxy.
Il risultato geopolitico, però, rimane.
L’Iran dispone oggi di una capacità di pressione sull’area di Hormuz mentre un suo potentissimo alleato locale aumenta contemporaneamente la propria capacità di condizionare Bab el-Mandeb.
È una forma di deterrenza geografica.
Teheran non deve necessariamente chiudere entrambi gli stretti. È sufficiente che convinca mercati, compagnie di navigazione e assicuratori che attraversarli comporta un rischio elevato.
Perché nel commercio internazionale la percezione del rischio produce effetti economici prima ancora che cada il primo missile.
L’Arabia Saudita nella posizione più difficile
Il Paese che rischia maggiormente di vedere compromessa la propria strategia è l’Arabia Saudita.
Riad aveva cercato di ridurre la vulnerabilità di Hormuz utilizzando sempre maggiormente la direttrice occidentale verso Yanbu.
Adesso anche questa soluzione potrebbe diventare vulnerabile.
Reuters ha inoltre verificato immagini satellitari che mostrano fumo nell’area dell’oleodotto East-West saudita, anche se al momento non esiste conferma ufficiale saudita di un attacco alla struttura. È quindi essenziale distinguere il fatto accertato dall’ipotesi.
Ma il semplice fatto che questa infrastruttura sia diventata parte della partita dimostra quanto sia cambiato lo scenario.
Riad rischia di trovarsi davanti a una tenaglia strategica: Hormuz da una parte, Mar Rosso dall’altra.
E questo potrebbe spiegare la ricerca di una soluzione diplomatica regionale.
Il grande interrogativo americano
La seconda conseguenza riguarda gli Stati Uniti.
Per decenni uno dei pilastri della presenza americana in Medio Oriente è stato molto semplice: garantire la libertà delle rotte energetiche internazionali e proteggere gli alleati del Golfo.
Oggi questo principio viene sottoposto a una prova difficilissima.
Secondo Reuters, Mohammed bin Salman avrebbe chiesto agli Stati Uniti un aiuto militare contro gli Houthi, mentre Washington avrebbe escluso per ora un intervento diretto, offrendo invece intelligence e assistenza nell’individuazione degli obiettivi.
Se questa impostazione continuerà, le monarchie del Golfo dovranno porsi una domanda fondamentale:
quanto vale ancora la garanzia americana sulla sicurezza regionale?
Non significa necessariamente la fine dell’alleanza tra Washington e il Golfo.
Significa però che Arabia Saudita, Emirati e gli altri attori regionali potrebbero accelerare una politica già visibile da anni: diversificare le proprie relazioni internazionali e mantenere contemporaneamente rapporti con Stati Uniti, Cina, Russia e persino Iran.
È l’inizio di un Medio Oriente sempre più multipolare.
Teheran potrebbe vincere politicamente senza vincere militarmente
Qui emerge uno degli aspetti più interessanti dell’intera crisi.
L’Iran potrebbe non avere bisogno di una vittoria militare convenzionale.
Gli basta diventare indispensabile per raggiungere un accordo.
Rappresentanti iraniani e dei Paesi arabi del Golfo sono attesi in Oman per discutere la sicurezza delle rotte commerciali attraverso Hormuz.
È un passaggio politicamente enorme.
Se le monarchie arabe arrivassero alla conclusione che per garantire petrolio, porti e navigazione sia necessario negoziare direttamente con Teheran, l’Iran avrebbe ottenuto un risultato strategico: essere riconosciuto come interlocutore inevitabile della sicurezza del Golfo.
Non necessariamente padrone della regione.
Ma certamente attore che non può essere escluso dalla costruzione del suo equilibrio.
E Israele?
Anche Israele deve osservare con enorme attenzione questo sviluppo.
La strategia israeliana degli ultimi anni ha cercato di ridurre progressivamente la rete regionale dell’Iran.
Ma l’eventuale consolidamento Houthi nello Yemen meridionale produce l’effetto contrario: restituisce profondità strategica all’asse iraniano proprio sul terreno marittimo.
Il problema per Israele non riguarda soltanto il petrolio.
Riguarda l’accesso al Mar Rosso, la sicurezza delle rotte verso Eilat e soprattutto la possibilità che droni, missili antinave e sistemi sempre più sofisticati trasformino quella parte del mondo in una zona permanentemente militarizzata.
La guerra moderna dimostra infatti che per condizionare uno stretto non è necessario possedere una grande marina oceanica.
Missili, droni, mine e sistemi relativamente economici possono costringere avversari immensamente più ricchi a spendere enormi risorse per garantire la navigazione.
È la guerra asimmetrica applicata alla globalizzazione.
La Cina osserva
C’è poi un attore che potrebbe beneficiare indirettamente della trasformazione degli equilibri: la Cina.
Pechino dipende fortemente dalle importazioni energetiche mediorientali e quindi non ha alcun interesse alla chiusura degli stretti.
Ma possiede un vantaggio diplomatico.
Può dialogare con l’Iran, con l’Arabia Saudita, con gli Emirati e con gran parte degli altri attori regionali senza essere direttamente coinvolta militarmente nel conflitto.
Se gli Stati Uniti venissero percepiti sempre più come parte della guerra e meno come garanti dell’ordine regionale, Pechino potrebbe tentare di presentarsi come potenza interessata alla stabilità economica e alla mediazione.
La competizione sino-americana passerebbe così anche dal Mar Rosso.
L’Europa è il continente più esposto
Ed eccoci al grande assente: l’Europa.
L’Unione europea dipende enormemente dalla libertà delle rotte marittime che collegano Asia, Golfo Persico, Mar Rosso, Suez e Mediterraneo.
Se Bab el-Mandeb diventa troppo pericoloso, le navi possono circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza.
Ma questo significa maggiore distanza, più carburante, tempi di consegna più lunghi, maggiore utilizzo delle flotte, premi assicurativi superiori e quindi costi maggiori.
UNCTAD ha già avvertito che le tensioni geopolitiche del 2026 stanno rallentando commercio e investimenti e aumentando costi energetici, assicurativi e dei trasporti. L’organizzazione stima che la crescita reale del commercio mondiale di merci possa rallentare dal 4,7% del 2025 a un intervallo compreso tra 1,5% e 2,5% nel 2026.
Per l’Europa il problema è doppio.
Energia più cara e commercio più caro.
Esattamente la combinazione peggiore per un continente manifatturiero.
Il ritorno dell’inflazione geopolitica
Il Brent è tornato sopra quota 100 dollari e oggi le tensioni sul mercato hanno portato le quotazioni nell’area dei 108 dollari.
Ma l’effetto non riguarda soltanto benzina e gasolio.
L’energia entra praticamente in ogni filiera produttiva.
Aumentano i costi della chimica, della plastica, dei fertilizzanti, dell’agricoltura, della logistica, dell’autotrasporto e della produzione industriale.
Poi arriva il secondo effetto: i noli marittimi.
Poi il terzo: le assicurazioni.
Poi il quarto: i tempi di consegna.
Infine tutti questi aumenti arrivano sul prezzo del prodotto finale.
È quella che potremmo definire inflazione geopolitica.
E presenta un problema particolarmente serio per le banche centrali: non nasce da un eccesso di domanda che può essere facilmente raffreddato attraverso i tassi d’interesse.
Nasce dalla scarsità e dall’aumento dei costi.
L’Italia davanti alla crisi del Mediterraneo allargato
Per l’Italia la questione è ancora più importante.
La nostra posizione geografica ci rende naturalmente uno dei terminali europei delle rotte provenienti da Suez.
Quando il traffico commerciale passa dal Mar Rosso e dal Canale di Suez, il Mediterraneo è centrale.
Quando le navi vengono deviate attorno all’Africa, una parte di questo vantaggio geografico si riduce.
La crisi riguarda quindi direttamente porti, logistica, importatori, esportatori e industrie italiane.
E soprattutto riguarda le PMI, che possiedono minore capacità finanziaria rispetto alle grandi multinazionali di assorbire aumenti improvvisi di energia, trasporti e materie prime.
La geopolitica entra così direttamente nel bilancio delle imprese.
Una nuova geografia del potere
La lezione più importante di questa crisi è forse proprio questa.
Avevamo immaginato che la globalizzazione avrebbe progressivamente ridotto l’importanza della geografia.
Sta accadendo esattamente il contrario.
Hormuz.
Bab el-Mandeb.
Suez.
Malacca.
Bosforo.
Panama.
Sono tornati ad essere ciò che erano nei grandi imperi del passato: porte del potere mondiale.
Chi può proteggerle, minacciarle o negoziarne l’apertura possiede una leva politica enormemente superiore alle proprie dimensioni economiche.
Per questo quanto sta accadendo sull’isola vulcanica di Perim non è una piccola storia yemenita.
È una storia mondiale.
Se Hormuz e Bab el-Mandeb diventassero contemporaneamente instabili, l’Occidente si troverebbe davanti a una delle più serie vulnerabilità strategiche della globalizzazione contemporanea.
E l’Iran avrebbe dimostrato qualcosa che probabilmente vale più di molte vittorie militari: che una potenza regionale può mettere sotto pressione il sistema globale controllando non gli oceani, ma le porte attraverso cui gli oceani devono necessariamente passare.
La battaglia per il nuovo ordine mondiale, dunque, non si combatte soltanto nelle capitali.
Si combatte anche in poche decine di chilometri di mare.