Maria Falcone replica a Marco Travaglio e difende la scelta istituzionale compiuta dal magistrato nel 1991. Il trasferimento al ministero non fu un avvicinamento alla politica, ma il tentativo di trasformare in legge l’esperienza maturata nella lotta a Cosa nostra
«Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano». Nelle parole pronunciate da Maria Falcone non c’è soltanto la comprensibile reazione di una sorella. C’è la difesa di una verità storica e istituzionale che non dovrebbe essere sacrificata alle polemiche giornalistiche del momento.
La presidente della Fondazione Falcone ha duramente criticato Marco Travaglio per un passaggio apparso nella rubrica “Ma mi faccia il piacere” sul Fatto Quotidiano. Commentando le dichiarazioni di Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala sulla vicenda Ranucci-Lavitola, Travaglio aveva scritto: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».
Il riferimento era all’incarico assunto nel febbraio 1991 da Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari penali del ministero della Giustizia, allora guidato da Claudio Martelli, durante il settimo governo Andreotti.
Maria Falcone ha definito quella frase «indegna» e un esempio di giornalismo costruito sulla battuta anziché sulla realtà dei fatti. A ferirla è stato soprattutto l’utilizzo del nome del fratello, a trentaquattro anni dalla strage di Capaci, come argomento laterale di una polemica politica e mediatica.
La differenza tra lavorare “nel” governo e lavorare “per” il governo
Sul piano formale, Falcone ricoprì un incarico ministeriale mentre era in carica un esecutivo presieduto da Giulio Andreotti. Ma da questo dato cronologico non può discendere l’idea che il magistrato lavorasse politicamente “per Andreotti”.
Esiste una differenza essenziale tra prestare servizio nell’amministrazione dello Stato durante il mandato di un determinato governo e operare al servizio politico di quel governo. Confondere i due piani significa ignorare la natura delle istituzioni e il ruolo dei funzionari pubblici.
Falcone non entrò in un partito, non diventò un collaboratore personale di Andreotti e non abbandonò la magistratura per partecipare alla competizione politica. Accettò un incarico tecnico e istituzionale al ministero della Giustizia, chiamato dal ministro socialista Claudio Martelli, con l’obiettivo di trasferire sul piano legislativo e organizzativo l’esperienza maturata nelle indagini contro Cosa nostra.
Ridurre quella scelta alla formula «lavorava nel governo Andreotti» rischia di produrre un’associazione suggestiva ma storicamente fuorviante, soprattutto considerando ciò che il nome di Andreotti avrebbe successivamente rappresentato nel dibattito sui rapporti tra mafia e politica.
Travaglio, nella successiva replica pubblicata dal suo giornale, ha sostenuto di avere semplicemente ricordato che Falcone, quando fu assassinato, ricopriva un incarico all’interno di quell’esperienza di governo. Ma proprio la diversa interpretazione della frase dimostra quanto, parlando di una figura come Falcone, le parole debbano essere scelte con particolare precisione.
Perché Falcone lasciò Palermo
La decisione di trasferirsi a Roma non fu la ricerca di una carriera politica. Arrivò dopo anni di isolamento, ostilità e delegittimazione vissuti all’interno e all’esterno del Palazzo di giustizia di Palermo.
Dopo il successo del maxiprocesso, Falcone aveva proposto un metodo fondato sulla specializzazione dei magistrati, sulla centralizzazione delle informazioni, sul coordinamento investigativo e sull’analisi dei patrimoni mafiosi. Aveva compreso che Cosa nostra non poteva essere contrastata attraverso indagini frammentarie e prive di una visione nazionale.
Nel 1988, però, il Consiglio superiore della magistratura preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo. La decisione segnò una svolta. Il metodo del pool antimafia venne progressivamente indebolito e Falcone si ritrovò sempre più isolato.
Subì attacchi provenienti da ambienti diversi. Fu accusato di protagonismo, di eccessiva vicinanza al potere e persino di avere organizzato o sfruttato l’attentato fallito dell’Addaura del 1989. In quella stagione maturò la consapevolezza che a Palermo gli spazi per proseguire efficacemente il proprio lavoro si stavano restringendo.
«Fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via», ha ricordato Maria Falcone. L’incarico ministeriale rappresentò quindi una diversa forma di servizio: non più soltanto indagare sui singoli delitti, ma costruire gli strumenti attraverso i quali l’intero Stato avrebbe potuto affrontare la mafia.
La rivoluzione istituzionale costruita al ministero
Il periodo romano fu tra i più produttivi della vita professionale di Giovanni Falcone. Dal ministero contribuì a delineare una strategia organica contro la criminalità mafiosa, fondata sul coordinamento nazionale delle procure e delle forze investigative.
Falcone lavorò alla nascita della Direzione investigativa antimafia e alla costruzione della Direzione nazionale antimafia e delle Direzioni distrettuali antimafia. Sostenne un modello che consentisse di collegare fatti, persone, patrimoni e organizzazioni criminali operanti in territori differenti.
Era la traduzione istituzionale del metodo sperimentato nel pool di Palermo: condividere le informazioni, evitare la dispersione delle indagini e impedire che ogni ufficio giudiziario combattesse isolatamente un’organizzazione dotata di una struttura unitaria.
La Procura nazionale antimafia, nella visione di Falcone, non doveva sostituirsi ai magistrati territoriali, ma garantire il coordinamento necessario contro un fenomeno che superava i confini provinciali e regionali. Quella struttura è ancora oggi uno dei pilastri dell’azione dello Stato contro mafie e terrorismo.
Falcone contribuì inoltre alla preparazione di provvedimenti sul carcere per i mafiosi, sulla protezione dei collaboratori di giustizia, sulla circolazione delle informazioni investigative e sull’efficacia delle misure patrimoniali.
Non fu dunque un magistrato che si avvicinò alla politica per ambizione personale. Fu un uomo delle istituzioni che cercò di convincere la politica ad assumersi le proprie responsabilità.
La polemica e le reazioni
La presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, ha chiesto a Travaglio di scusarsi, sostenendo che sia stato raggiunto un limite non tollerabile nella rappresentazione della figura di Falcone.
Anche il senatore Raoul Russo ha accusato il direttore del Fatto Quotidiano di infangare la memoria del magistrato e ha ricordato come Falcone fosse stato delegittimato, mentre era ancora in vita, anche da una parte dell’informazione.
Le reazioni politiche, tuttavia, non dovrebbero diventare l’occasione per un’appropriazione di parte della figura di Falcone. La sua memoria non appartiene né alla destra né alla sinistra e non può essere impiegata come un’arma contro un giornale, un partito o un avversario.
Il punto sollevato da Maria Falcone è più profondo: la necessità di evitare che la storia di un servitore dello Stato venga trascinata dentro dispute estranee al suo sacrificio e al significato del suo lavoro.
Falcone e il rapporto con la politica
Affermare che Falcone lavorasse per lo Stato non significa negare il suo rapporto con la politica. Al contrario, egli aveva perfettamente compreso che la magistratura, da sola, non avrebbe potuto sconfiggere la mafia.
Servivano leggi, strutture investigative, risorse, cooperazione internazionale e una chiara volontà politica. Per questo accettò di lavorare al ministero: non per diventare un uomo di parte, ma per trasformare un’esperienza giudiziaria in una strategia nazionale.
Falcone non concepiva la lotta alla mafia come una forma di testimonianza morale. La considerava un’attività concreta, professionale e istituzionale. Diffidava della retorica e delle celebrazioni prive di conseguenze. Voleva uno Stato capace di conoscere il nemico, coordinare le proprie strutture e colpirne interessi economici e reti di protezione.
Anche per questa ragione venne ostacolato. Il suo metodo rompeva abitudini, metteva in discussione equilibri consolidati e imponeva agli apparati pubblici di condividere informazioni e responsabilità.
Una memoria da proteggere senza trasformarla in un culto
Difendere la memoria di Giovanni Falcone non significa sottrarlo alla ricerca storica o impedire qualsiasi valutazione critica. Nessun uomo delle istituzioni deve essere trasformato in un’icona intoccabile.
Ma la critica deve fondarsi sui fatti, sulla conoscenza del contesto e sulla precisione delle parole. La battuta può essere efficace nel confronto giornalistico, ma diventa pericolosa quando produce un’associazione capace di deformare il significato di una scelta istituzionale.
Falcone prestò servizio al ministero durante il governo Andreotti. Ma il destinatario della sua lealtà non era Andreotti: era la Repubblica. Questa distinzione non è un dettaglio linguistico. È il cuore stesso della vicenda.
Il rispetto dovuto alle vittime
Nel suo intervento Maria Falcone ha richiamato anche la memoria di Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e degli agenti delle scorte assassinati nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Quel richiamo dovrebbe riportare il confronto alla sua dimensione più autentica. Dietro i nomi divenuti simboli della legalità ci sono persone che hanno lavorato, sofferto e perso la vita perché lo Stato potesse essere più forte della mafia.
Giovanni Falcone non deve essere utilizzato per sostenere una polemica contingente né per nobilitare una parte politica. La migliore forma di rispetto consiste nel conoscere il suo lavoro, difendere l’indipendenza delle istituzioni e applicare il metodo che ci ha lasciato.
Falcone non fu l’uomo di un governo. Fu un servitore dello Stato italiano. Ed è proprio per questo che la sua eredità continua ad appartenere a tutti.